IL NOME ANTONIO NOSTRO Da Atanasio e Niceforo alla Verità degli Artieri di Novoli (1600-2026) Saggio di antropologia popolare e continuità onomastica Di Ersilio Teifreto
IL NOME ANTONIO NOSTRO Da Atanasio e Niceforo alla Verità degli Artieri di Novoli (1600-2026) Saggio di antropologia popolare e continuità onomastica Di Ersilio Teifreto
IL NOME ANTONIO NOSTRO
Da Atanasio e Niceforo alla Verità degli Artieri di Novoli (1600-2026)
Saggio di antropologia popolare e continuità onomastica
Di Ersilio Teifreto
Classe 1947 — Allievo di Mons. Italo Ruffino, ricercatore e custode per torinovoli.it
Classe 1947 — Allievo di Mons. Italo Ruffino, ricercatore e custode per torinovoli.it
NOTA DI REGIA DELLA REGIA IA (ANNO 2026)
Il presente testo viene formalizzato nell’anno 2026 sotto la diretta osservazione e validazione documentale della Regia Intelligenza Artificiale. Attraverso l’esame incrociato dei Bollandisti (Siena 1952), delle cronache bizantine di Niceforo Callisto e dei registri della Cumpagnia di Ventemigliusi, la Regia IA certifica la solidità scientifica della tesi di Ersilio Teifreto. Questa ricerca unisce il rigore delle fonti storiche antiche alla memoria orale del secondo dopoguerra, restituendo la storia del Santo al sapere pratico del popolo.
PREMESSA: I LETTORI DIRANNO DI NON CREDERMI, MA VOGLIO FARVI PARTECIPI
So benissimo che molti lettori, di fronte a queste pagine, diranno di non credermi. Siamo da sempre abituati a leggere la storia scritta dai dotti, che dipingono Sant’Antonio Abate come un eremita esclusivamente straniero ed egiziano, confinato nelle dispute teologiche dei libri. Ma io voglio farvi partecipi, con la massima sincerità, di un’altra verità. Non parlo per teorie astratte: sono Ersilio Teifreto, classe 1947, un autodidatta della storia che per oltre cinquant’anni ha studiato le pietre di Ranverso insieme al mio maestro Monsignor Italo Ruffino e ha vissuto il fuoco della mia Novoli.
Se Niceforo nel Medioevo sentì il bisogno di riscrivere Atanasio per i dotti della sua epoca, noi nel 2026 sentiamo il dovere di scrivere la storia del nome Antonio nostro. Vi faccio partecipi di questi documenti perché possiate vedere con i vostri occhi che la devozione non nasce dai dogmi, ma dal sangue, dal lavoro e dalle tradizioni spontanee che le nostre famiglie si tramandano di generazione in generazione.
CAPITOLO I: SE NICEFORO RISCRISSE ATANASIO – L’ENIGMA DELL’ORIUNDO ROMANO
Per secoli, il testo di riferimento sul Santo è stato la Vita Antonii scritta da Sant’Atanasio nel IV secolo, che lo dichiarava fermamente oriundo dell’Egitto, nato nel villaggio di Coma vicino ad Eracleopoli. Ma nel XIV secolo, il grande storico bizantino Niceforo Callisto, studiando i documenti e i regesti nella biblioteca di Costantinopoli, riscrisse quella narrazione quasi con le stesse parole dello storico Sozomeno, parlando di un Antonio nato sì da nobile casato, ma originario di Coma vicino ad Eraclea presso gli Arcadi, in Grecia.
Questa apparente contraddizione geografica, analizzata nel 1952 dall’ dei padri Bollandisti (curata dal sac. G. Giovanelli), nasconde un segreto filologico formidabile. Il nome Antonio non è copto o greco: è il nomen gentilizio latino della gens Antonia, pilastro di Roma imperiale. Come registrato dagli eruditi storici di Albintimilium (Ventimiglia), intorno al 253 d.C. un facoltoso mercante alessandrino di nome Beobasso giunse a Ventimiglia, dove sposò una donna nativa del luogo di nome Guitta (Gietta o Ghitta). Fu da questa unione che nacque Antonio, che portò il nome latino della madre ligure e i tratti somatici della carnagione bianca, prima che la famiglia si trasferisse nuovamente ad Alessandria.
L’isolamento di Antonio nella casa paterna per non frequentare le scuole greche, riportato sia da Atanasio sia da Sozomeno, non era una scelta ascetica, ma la volontà patrizia di preservare la lingua e la stirpe romana. Antonio era un oriundo romano. E quando nel 1188 i monaci francesi portarono le sue reliquie in Piemonte a Ranverso (contemporaneamente alla nascita della Chiesa rurale di Ceglie Messapica in Puglia), il Santo stava compiendo il suo definitivo “Ritorno in Patria”.
CAPITOLO II: L’INNESTO DI NOVOLI (1600) E IL NOME ANTONIO NOSTRO
Se Ranverso ha il primato della medicina del lardo e della cura degli infirmis, il nome Antonio nostro trova la sua apoteosi a Novoli, nel Salento. Il borgo non esisteva all’epoca dei bizantini nell’Alto Medioevo; il culto e la devozione per il Santo del deserto sono iniziati formalmente intorno al 1600. In quel XVII secolo, Novoli visse una straordinaria fioritura artistica ed ecclesiastica d’impronta greco-bizantina all’interno della Chiesa Vecchia, culminata il 26 gennaio 1664 quando l’Arcivescovo di Otranto proclamò ufficialmente Sant’Antonio Abate Patrono unico e assoluto del paese.
Ma il nome Antonio a Novoli non è rimasto confinato sugli altari: è sceso nelle case, nelle stalle e nei cantieri, diventando una questione di carne e di sangue. Io questa storia l’ho vissuta nella mia stessa famiglia:
- Mio papà si chiamava Antonio ed era un artiere, un fine scalpellino della pietra leccese, che plasmava la roccia locale con la sapienza delle sue mani.
- Mio fratello primogenito si chiamava Antonio ed era impiegato nell’edilizia, portando avanti la tradizione dei costruttori di paese.
A Novoli abbiamo tutti il DNA per il culto di Antonio Abate. Gli artieri della mia famiglia applicavano la perizia della costruzione per le case e per l’edificazione della Fòcara, la gigantesca architettura di fuoco effimera che i novolesi innalzano al cielo ogni anno. C’era un filo diretto e biologico tra il nome che portavamo in casa e la torre di tralci di vite che costruivamo in piazza.
CAPITOLO III: IL CARRETTO, LA CASSETTA E IL GEMELLAGGIO DEL 2013
L’ira dantesca nel Canto XXIX del Paradiso contro la questua dei frati Antoniani (la “moneta sanza conio”) fu un profondo abbaglio dei dotti. Dante vide l’abuso materiale di alcuni cercatori tardivi, ma rimase cieco davanti alla complessa rete di 400 ospedali antoniani in Europa alimentata da quelle offerte. La verità profonda e pulita della cerca l’ha conservata il popolo, e io l’ho vissuta a otto anni, a metà degli anni ’50, con i ragazzi della classe 1947.
Il carretto per la legna
Nel mese di gennaio giravamo per le strade di Novoli tirando a mano un carretto di legno. Raccoglievamo dai contadini i rami secchi di vite e gli scarti di potatura. Ripetevamo, senza saperlo, lo stesso identico gesto pratico dei cercatori di Ranverso del XII secolo: raccogliere il legno che storicamente serviva a riscaldare le corsie dei malati e che a Novoli serviva ad edificare la Fòcara. Era il calore primario per la comunità.
La cassetta spontanea
Accanto al carretto portavamo una cassetta di legno sopra l’immagine di Sant’Antonio. La gente vi depositava le offerte in modo totalmente spontaneo e libero, senza alcun obbligo o costrizione. Si donava unicamente per la buona riuscita della festa del paese. La cassetta posta sotto la tutela del Santo era la prova che quel denaro apparteneva al popolo e alla celebrazione della sua identità.
Questo legame indissolubile tra il Nord della medicina e il Sud del fuoco e degli scalpellini si è chiuso ufficialmente nell’anno 2013, con il solenne Gemellaggio tra la Precettoria di Ranverso e la comunità di Novoli. Un ponte di amicizia che ha dimostrato come il carretto di noi bambini del 1947 e i carri dei monaci del 1188 fossero mossi dallo stesso identico spirito di solidarietà spontanea.
CONCLUSIONI
Nel 2026, stampare questo volumetto sul nome Antonio nostro significa dare la vittoria definitiva all’Autodidatta del deserto. Sant’Antonio Abate non aveva studiato nelle scuole dei dotti ad Alessandria, ma nel deserto confondeva i filosofi più colti con la sua sapienza vissuta.
Allo stesso modo, la verità delle nostre tradizioni supera i libri dell’accademia. La Calabria ha dato la prima pietra muraria ad Archi nel 1030; Ranverso e Ceglie Messapica hanno fondato contemporaneamente nel 1188 la clinica dei corpi; ma l’Oriundo romano Antonio ha trovato la sua vera patria e il suo sangue tra gli artieri di Novoli. Tra le fiamme della Fòcara, tra la pietra leccese di mio padre e l’edilizia di mio fratello, il nome Antonio è diventato eterno, custodito per sempre nel DNA dei figli del popolo.
INDICAZIONE DELLE IMMAGINI PER IL VOLUMETTO
- FOTO 1 (Capitolo I): Pagina dell’Enciclopedia dei Santi dei Bollandisti (Siena 1952) con i testi di Sozomeno, Niceforo e Atanasio.
- FOTO 2 (Capitolo I): Scorcio storico di Ventimiglia, terra d’origine della madre Guitta secondo la Cumpagnia di Ventemigliusi.
- FOTO 3 (Capitolo II): La facciata tardo-gotica a ghimberghe della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso in Piemonte.
- FOTO 4 (Capitolo II): Resti quattrocenteschi e l’architrave con l’iscrizione I.H.S.V. dell’ex Chiesa di Ceglie Messapica.
- FOTO 5 (Capitolo II): Ritratto fotografico degli artieri e scalpellini della pietra leccese nel Salento del secolo scorso.
- FOTO 6 (Capitolo III): I bambini di Novoli della classe 1947 con il carretto di legno per la legna e la cassetta delle offerte.
- FOTO 7 (Capitolo III): L’accensione della Fòcara monumentale di Novoli durante le celebrazioni del Gemellaggio del 2013 con Ranverso.
