Giugno 15, 2022

vossignori

vossignori

Non vi parlo insomma di merce -spuria o sospetta,
ma di documenti irrefragablili che il conte Luigi Ca-
brano, primo segretario di S. M. per il gran Magi-
stero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse
nell' archivio di quell'Ordine , e che di buon grado vi
mostrerà, corno fece a me, con gentilezza pari alla
nota sua dottrina.
Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata
relazione, e la trovate in questa libreria del Cappel-
lano, nel volume delle Operette varie del Cibrario.
— Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore della
Economia Politica del Medio Evo, è scrittore grande-
mente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non
sogliono tener conto che delle vere celebrità.
— Non istento a crederlo.
— Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.
Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io
aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaf-
fale un volume del Cibrario stampato dai Botta a To-
rino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 evi leggemmo:
f Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per
> dimostrare che ad uno scrittore del secolo xn e xm,
> non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il
■ libro DeWimitazione di Cristo. Prima di tutto, lo
• stile dove si vedono di quando in quando remini-

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* scenze di quelle cadenze rimate colle quali s'inten-
* deva ad abbellire la metà ed il fine dei versi, ed an-
* che le prose dei letterati dei secoli xr e su — Par-
> vus est dictu, sed plenus sensu et uberi fructu —
* Si posset a me fideliter custodirà, non deberet in me
* turbatio orivi » .
— Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'A-
bate.
— Proseguiamo a leggere: « Poi la dolcezza, la sem-
* plicità dello stile, la scarsità delle citazioni conven-
> gono ai tempi in cui fiorì il fondatore di Sant'An-
« tonio di Ranverso, e spiegano come il libro De imi-
* lattone abbia potuto attribuirsi da molti a S. Bernardo
» che di alquanti anni lo precedette. Ed all'opposto di-
. mostra il poco avvedimento di coloro che a Giovanni
* Gerson cancelliere parigino, e peggio ancora, a Tom-
» maso da Kempis, scrittori dei secoli xrv e xv, e di
» Genio disparatissimo, lo attribuirono » .
— Queste gravi ragioni del Cibrario mi entrano nel-
l'animo, sclamò l'Abate francese.
— Ma procediamo innanzi, ripigliai io, vediamo che
dice il Cibrario intorno ai codici del famoso libro con-
troverso. Egli ne cita sei: quello della Cava che dalia
forma dei caratteri, e specialmente delle maiuscolette,
riconosce evidentemente non potersi riferire fuorché
alla prima metà del secolo xm; quelli di Polirone e
di Vercelli, che appartengono al medesimo secolo ;
quello di Bobbio in carta bambagina, ed altrettanto
antico; quello di Arona, conservato nella biblioteca:
della R. Università di Torino ; alfine è l'Allaziano, che
il Baluzio, il Ducange ed altri autorevoli paleografi,
giudicarono del secolo xiv. Ora, signor Abate, sapre-
ste dirmi quando nascesse e quando sia morto il vo-
stro Giovanni cancelliere?
— Credo nascesse nel 1360 o in quei torno, e mo-
risse presso a poco sul 1430.

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— Si fa prerito, soggiunsi, a saperne precisamente
le date. Ecco qua il Dizionario Universale del cav.
Angelo Fava. Ecco l'articolo Gerson .... Vediamo:
i Giovanni Charlier nacque a Gerson nel 1363 e morì
a Lione nel 1429 » . Ora se il codice della Cava del
libro De imilalione, nel quale è miniata l'effìgie di un
monaco Antoniano, fu scritto prima del 1260, non po-
teva l'opera essere dettata da chi venne al mondo un
buon secolo dopo. Non parliamo del Kempis che nac-
que nel 1380, e morì decrepito nel 1471.
— Intorno a! Kempis, m'interruppe l'Abate, io non
avrei questionato mar. Tommaso da Kempis, di cui ho
letto attentamente la vita, nacque in Prussia aKem-
pen, e si chiamava Hamerken, cioè Malleoìus, ed es-
sendo poverissimo, si fece monaco a Monte Sant'Agnese
di Deventer, e da principio si guadagnava la vita co-
piando libri corali. Valente calligrafo, trascrisse poscia
e ripetè Bibbie e raccolte diverse, e specialmente i
quattro libri De imitazione Christf, cui scriveva in fondo
finitus et completus per manus fratris Thomae a Kem-
pis; e li mandava prò praetio a vari monasteri della
Germania. Da ciò si vede che era un amanuense, un
■ copista, ma non un autore, come indarno tentò dimo-
strare l'illustre prelato Malou.
— Ebbene, io replicai, v'invito a leggere per intiero
questa erudita memoria del Cibrarìo, da cui si apprende
eziandio che il Gerso di Cavaglià era monaco Anto-
niano e non Benedettino, come si era creduto per lo
innanzi, e che probabilmente s'iniziò alla vita mona-
stica nella casa dei frati Spedalieri in Vercelli ; dipoi
qui venuto a fondare il chiostro di Ranverso, fu as-
. sunto alle più alte dignità del suo ordine religioso.
Non vi prenda maraviglia, ottimo Abate, ch'io m'in-
trattenga con tanto zelo a ragionarvi dell'autore dellibro
DeWimilazione di Cristo: incontrerete altri e non pochi
in Italia, che ve ne parleranno col medesimo aifetto.
Presso Padova, nel cospicuo monistero di Praglia,

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il monaco benedettino Buzzone per molti anni volse
l'animo a raccogliere in gran copia le edizioni a stampa
di questo santissimo libro ; e Murano, risoletta che fu
prigione a Silvio Pellico, ne ha ha una raccolta più
abbondante nell'antico ospizio di S. Michele. Inoltre un
viaggiatore inglese narra nel Galignani (giugno 1859)r
che in Vercelli, mentre ardeva la mischia fra italiani
ed austriaci sulle prossime rive della Sesia, un cano-
nico nell'archivio capitolare gli mostrava il codice De
Advocatis, e si riscaldava a provargli che l'autore di
quel libro era il Gerson vercellese; e tutto ciò faceva
il buon canonico con animo seréno, come se allora la
guerra non tonasse alle porte della città.
Questi particolari dimostrano la riverenza profonda,
degl'italiani al libro Dell'Imitazione, fatta più viva
dalla maggior frequenza di lettori, allettati dall'elegante
versione italiana dell'abate Cesari.
Caro Abate, non vi maraviglierete dunque che an-
ch'io, come il monaco di Padova e il canonico di Ver-
celli, porti singolare affetto al Gerson , che fu il fon-
datore di questo chiostro, e che forse meditò il celebre
libro nella prossima chiesa che andremo a visitare.
— Ammiro, sciamò l'Abate, l'ossequio degl'italiani
al pio libro su cui tanto si è disputato. Benché un
nostro romanziere lo pigliasse a gabbo in questa età
di scettici, pure le anime credenti , nelle tribolazioni
cercano conforto in quel libro, che il nostro Lamen-
nais traduceva e splendidamente commentava nei giorni
migliori della sua fede, e che il vostro Gioberti baciava
morendo.
Cosi parlando mi strinse fortemente la destra e poi
riprese :
— Si, si, il libro Dell'Imitazione è santissimo libro.
Oh ! come si sarebbe deliziato in questi discorsi il no-
stro lagrimato Ozanam, che tanto amò Francia e Italia,
immedesimandole nel sentimento del bello e del vero.

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Egli, abborrente dagli spiriti di parte, e con intendi-
mento tutto umano, avrebbe con noi conchiuso, che
il libro Dell'Imitazione, sia dettato da un francese, da
un italiano o da uri alemanno, è opera che onora tutta
la cristianità.
— È vero, è vero, disse il Cappellano, ch'era stato
sempre intento ad ascoltare il nostro dialogo, e sog-
giunge: Ora venite meco a visitare la bella chiesa fon-
data da Giovanni Gerson.
xxxn.
Usciti dalla stanza della libreria, e discesi per l'am-
pia scala in compagnia del Cappellano, andammo a
visitare la chiesa ; la quale se non avesse che l'im-
pronta della sua primitiva erezione, sarebbe un pelle-
grino monumento di cristiana antichità, ma le sce-
mano importanza i rìstauri e le posteriori eostruzioni.
La sua facciata guarda a ponente come tutte le an-
tichissime del cristianesimo, sicché il sacerdote che
sale pel sacrificio all'aitar maggiore, tiene il viso ri-
volto alle regioni di Terrasanta. La maggior porta, a
sesto acuto, come ai lati le due minori, hanno cornici
massiccie di mattoni .finissimamente lavorati ad ara-
beschi. La porta principale non è a piombo col sovrap-
posto fiuestrone, ma esce dall'asse verticale notabil-
mente verso destra. Questo difetto di simmetria nelle
finestre e nelle porte di molti antichi edilìzi, non sa-
prebbesi bene a che attribuirlo, se ad inscienza archi-
tettonica, o ad una certa noncuranza allora in uso. E
chi vorrebbe tacciar d'inesperto il famoso Giotto, l'ar-
chitettore di quel campanile di Santa Reparata in Fi-
renze, che Carlo V giudicava degno di una custodia
di cristallo? Eppure la famosa torre di Giotto ha la
porta d'ingresso fuori del centro, nè questo arbitrio
le toglie vaghezza.

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Ma ritornando alla vetusta chiesa di Ranverso, nel-
l'atrio a mano destra entrando, era un tempo effigiato
nella parete S. Antonio benedicente, e lo stemma della
R. Casa di Savoia, sul quale un'iscrizione latina rife-
rivasi alla fondazione del chiostro. Tuttociù fu coperto
da improvvida imbiancatura. Furono però risparmiati
sopra la porta la Madonna con alcuni santi, e i biz-
zarri capitelli con fregi, fra cui sono scolpiti stemmi,
animali d'ogni sorta, e teste di monaci incappucciati,
colle braccia conserte al petto.
Levai lo sguardo allo svelto campanile, di quella
foggia ardimentosa che fu detta gotica, e non è ; pe-
rocché i Goti più che erigere, distrussero, e se innal-
zarono editici, non furono dedicati al culto cristiano
ed a* suoi santi. La torre di Ranverso ha una sola cam-
pana di gran mole e di buon getto: è di forma qua-
drangolare con pittoreschi trafori e quattro piccole
aguglie agli angoli, fra le quali spicca la quinta più
alta, coli'anagramma antonìano. Piega alquanto, al sud,
facendo ricordare le torri pendenti di Pisa e Bologna.
Nel lato sinistro della chiesa sulla piazza parla all'in-
telletto e al cuore un ottangolare piliere di grigia pie-
tra, infisso nella roccia; il quale nella sommità finisce
in dado su cui posa un pezzo di marmo bianco, scol-
pito da un lato colla figura del pellicano, da un al-
tro con quella della colomba, simboli eloquenti della
carità e della semplicità, virtù che, secondo la mente
dell'in solutore, dovevano splendere soprammodo nei
benemeriti ceuobiti Antoniani.

XXXIII.
Entrammo nella chiesa, la quale ha tre navate; a
sesto acuto quella di mezzo e la laterale a destra, ed
ha la terza sformata da recenti costruzioni.

- 159 -
Alto cancello di Terrò separa dalla chiesa il vasto
presbiterio, dove su piedistallo sorge una statua in le-
gno che tiene un libro nella mano sinistra, e la destra
a PPOg"g"iata ad un bastone, da cui pende un campa-
nello. Rappresenta il patrono del luogo, l'abate S. An-
tonio coli anagramma T sull'abito nero.
Innanzi a quella statua, guardando all'Abate fran-
cese ed al Cappellano, domandai qual fosse il signi-
ficato del T, tanto ripetuto nelle immagini degli An-
to niani.
Il Cappellano prontamente rispose :
— Il Tom è segno di salute, come si legge in Eze-
ehiello al capo ix: Omnem autem, super quem vìdebìtis
Thau, ne occidatis ; e la chiesa nella bolla di fonda-
zione, dando all'ordine Antoniano quel segno tauma-
turgico, lo appella stgnum potenttae.
— Dice molto bene l'erudito Cappellano, esclamo
l'Abate francese; ma io opino il T significasse la spe-
cie di gruccia o bastone, di cui il santo anacoreta fa-
ceva uso, come lo vedete in questa statua, e il cam-
panello che vi era raccomandato doveva forse servir-
gli per chiamare i suoi discepoli. Aggiungerei anco
che i cenobiti Antoniani, tenendo appeso il campanello-
alla gruccia del lungo bastone, forse avvertivano li
ammorbati di fuoco sacro, come i monaci del S. Ber-
nardo i viandanti smarriti fra le grosse nevi di quel-
l'alpestre passaggio. —
rii aderisca all'opinione dei Cappellano o a quella
dell'Abate francese, poco importa. Certo si è che il T
è segno caratteristico degli Antoniani, per cui nel mo-
numento di Ranverso sulle guglie intomo al frontone
della chiesa, e su quelle dello spedale e del campa-
nile sorge il simbolico anagramma in ferro; è scol-
pito sui quattro lati nel dado del piliere in piazza, ed
è dipinto nella facciata della chiesa, e su gli stemmi
lungo i vasti corridoi del monistero. Tutto colà ricorda-

- 160 -
i pietosi spedalieri coll'auagrarnma T proprio di quel-
l'ordine benefattore. —
XXXIV.
Ci appressammo ad ammirare l'icona dell'aitar mag-
giore, monumento della pittura italiana in Piemonte.
L'icona è formata da vari quadri dipinti sul legno col
fondo in oro, e tramezzati da ricche scolture in legno
dorate; ii quadro di mezzo rappresenta la Natività di
nostro Signore con a destra i santi Antonio e Seba-
stiano, e a sinistra S. Rocco e S. Bernardino da Siena
ciie predicò in quell a chiesa l'anno 1443. Nella base
vi sono quindici piccoli quadri, che ritraggono fatti
relativi alla vita di S. Antonio.
Il prete franoese, compreso d'ammirazione mi chiese
del nome dell'autore di quella mirabile icona.
— Alcuni la vogliono lavoro del Macrino d'Alba, al-
tri dei Gaudenzio Ferrari : io risposi come aveva letto
iu qualche memoria.
— No, no, interruppe il Cappellano: non è opera di
nessuno dei due. È lavoro invece di Defendente De
Ferraris da Chivasso, al quale ne affidava l'esecuzione
la città di Moncalieri il 21 aprile del 1530, come si ri-
trae da documenti trovati nell'archivio di quel muni-
cipio, e con atto del 16 gennaio 1531 gliene pagava
il prezzo pattuito di fiorini ottocento e grossi dieci (1).
Il nome di Defendente De Ferraris deve entrare nella
storia delle arti italiane : di lui sono probabilmente
molti bei quadri che .si trovano segnati D. D. —
Ci suonò gradita questa notizia in fatto d'arte, e
domandammo al Cappellano, se si sapesse il perchè la
HI Equivalgono a L. 3181. 4'i italiane oggidì in corso. - Vedi Clam-
alo, Economia Politica del Medio Evo ; quinia edizione, tomo il, pag. i99.

- 161 -
città di Moncalieri tanto si adoperasse ad ornare la
chiesa di Ranverso. Al che rispose il Cappellano :
— La pia città dì Moncalieri, nell'epidemia, onde fu
travagliata- nel 1400, votavasi a S. Antonio di Ran-
verso, per cui facevasi eziandio erigere l'aitar mag-
giore da cui sorge l'ammirata icona; ed ogni anno,
siccome vien riferito dalla cronaca inedita di Monca-
lieri, nel dì della festa del Sauto il sindaco di quella
città, consiglieri, segretario ed usciere del Comune
qui vengono nella messa solenne ad offrire all'altare
antoniano un cero e danaro. —

XXXV.
IL SEPOLCRO DI GIOVANNI GERSON.
Ciò detto, il Cappellano dopo di averci additato pre-
gevoli affreschi nelle pareti della sagrestia, ci ricondusse
nel presbiterio innanzi all'antico sepolcro dei monaci
Antoniani, e sciamò :
— Qui, come appresi da antiche carte, qui fu sepolto
Giovanni Gerson, il fondatore del chiostro. —
L'Abate francese ed il Cappellano chinando il capo
sul sepolcro alternarono insieme una preghiera; e poi,
mentre stavamo per uscire dal tempio, l'Abate dando
un ultimo sguardo alla tomba del Gerson ripetè le
memorande parole: Vanttas mnilatum et omnia va-
nilas.
— Oh rispettabile Abate ! gli osservai: un altro grande
italiano , Giacomo Leopardi , come Giovanni Gerson
pianse le miserie della vita
■ E l'inflnlla vanita del (ulto • .
Ma il Gerson si confortava delle umane calamità in
Dio e nell'avvenire dello spirito immortale; all'opposto
KISU.DL — Ln Darà _ 11

— 162 —
l'infelice Leopardi nella vanità del tutto rimaneva ag-
ghiacciato dallo scetticismo.
— Oh beato l'uomo che serba la fede, questo tesoro
preziosissimo dell'anima! proruppe il Cappellano ricon-
ducendoci nella piazzetta presso al simbolico piliere. —
Un colono di Alpignano, inteso ai lavori campestri
della Commenda, trovandosi accanto al piliere, nell'u-
dire il Cappellano far cenno di un tesoro, voltosi a
noi disse:
— Se vanno in cerca di tesori nascosti, vadano al
mio paese; ve n'na uno sepolto sotto il castello, che
non si è potuto scoprire. —
Il colono di Alpignano ci mosse a riso. Mi accommiatai
con affetto dal Francese, che recavasi al luogo delle
Chiuse ed alla Badia di San Michele : ed io, ringraziato
il buon Cappellano, volsi i pensieri e la persona a! ca-
stello del tesoro.

xxxvi.
Il- MUSINE.

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