Ottobre 17, 2017

Ugo Nespolo ricorda: Deve aver scritto e sofferto invano Vincent Van Gogh quando nel 1888 ad Arles scrisse: «C’è un’arte nell’avvenire e deve essere così bella, così viva che se adesso noi vi lasciamo la nostra giovinezza non possiamo che guadagnare in serenità».

Ugo Nespolo ricorda: Deve aver scritto e sofferto invano Vincent Van Gogh quando nel 1888 ad Arles scrisse: «C’è un’arte nell’avvenire e deve essere così bella, così viva che se adesso noi vi lasciamo la nostra giovinezza non possiamo che guadagnare in serenità».

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Articolo tratto dall'edizione in edicola il giorno 25/02/2016.
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Ugo Nespolo: e adesso, povero artista?

Disancorato dalla vita reale, nell’era dell’arte ridotta a business non ha più un ruolo di avanguardia o di contrasto alla cultura dominante. E l’eroismo creativo lascia il posto alla depressione

Giornali e tv di mezzo mondo han titolato di come oggi il prezzo della bellezza, il suo valore monetario insomma, possa veleggiare senza limiti, controllo e anche pudore. Si dice che ben undici opere d’arte moderna e contemporanea siano passate alle aste dei Paesi facoltosi a prezzi che raggiungono persino i 200 milioni di euro cadauna. Son notizie da brivido, di quelle che fan sussultare e dovrebbero presumibilmente rinvigorire d’interesse il mondo dell’odierna confusa creazione artistica. Eccitazione feroce per i collezionisti, smodati sogni di gloria per gli artisti. 

 

Invece, con lo stupore si genera un senso di spossatezza capace di arrivare giù giù sino alla depressione. Infatti mentre il collezionista avveduto sa bene che il gioco plurimilionario non può facilmente essere affar suo, l’artista adocchia da molto lontano il teatrino dei roboanti maneggi finanziari allestiti con gusto e abilità per gli amanti del ciò che più costa più vale. 

 

A sentir da vicino artisti d’ogni età non è difficile respirare il sapore di uno stato depressivo diffuso, quello stesso che poi genera un senso di acuta demotivazione creativa. L’artista si spoglia in qualche modo dell’indispensabile identità di ruolo. Creatore perduto tra i rottami dell’estinto (presunto?) postmodernismo, la favolosa era del tutto è arte, si aggira con scarsa autorevolezza nel più che velato universo della creatività, totalmente disancorato dal sociale e dalla vita reale. 

 

Egli ben sa che la favola del successo a molti zeri è sostanzialmente impraticabile, per contro sperimenta sulla sua pelle la crudezza del sistema dell’arte che è velenoso e implacabile. Sorge una sorta di resa apatica, proprio come quando per il malfunzionamento di una qualche ghiandola endocrina si registra un netto calo della libido. Si soffre un doloroso stato di inadeguatezza, la scomparsa dell’eroismo che vince la depressione e lascia il posto a quella demotivazione che abbatte il volontarismo creativo. 

 

L’artista ben sa di non poter più vivere le divine manie, l’eroico «Cantami o Diva», sa di non potersi annullare in quello stato maniacale amoroso e mistico, specie di demone che esalta al massimo l’animo e le convinzioni. Non conosce più quella forza che rende ispirati e potenti, quella stessa che già Platone nel Fedro considera una forma di invasamento maniacale in grado di accendere uno stato extra-ordinario dell’anima umana resa capace di eccezionali potenzialità artistiche. Eroismo esasperato, creazione totale, quella che per Picasso è – prima di tutto – addirittura distruzione! 

 

L’artista però sa anche di non potersi annullare nel comodo rifugio del glorioso anonimato, quello dell’artifex, creatore di manufatti straordinari, sublime iper-artigiano dotato d’incomparabile ed esclusiva maestria esecutiva, quella téchne che nella Grecia antica si traduceva proprio come arte. 

 

L’abilità eccellente si è dissolta – pare – alla comparsa in campo del giochetto del ready-made duchampiano. Polverizzazione senza ritorno del valore nel mestiere, del ben eseguito, della stessa idea di bellezza fatta di regole e del rispetto del saper fare. L’esclusione però più bruciante e totale è oggi per l’artista quella di non poter in alcun modo tornare a essere un aspirante sacerdote della rivoluzione. Dimenticato il termine stesso di avanguardia, dissolta forse per sempre la mistica dello sparuto gruppo avanti rispetto al grosso dell’esercito che segue, inutile l’esplorazione di terre incognite se la stessa idea di nuovo è divenuta impraticabile e vana. Anche l’atteggiamento di feroce contrasto alla cultura dominante è evaporato e con esso la carica di contro-istituzione che sostanziava tutti i movimenti dalla crisi dal Romanticismo sino alle avanguardie storiche del primo ’900. 

 

C’è aria di oppressione nell’idea di arte come commodity proprio come la soia, lo stagno, il grano, i maiali, sapere cioè che l’arte vive solo come valore economico. Val davvero la pena sentire le dichiarazioni di Brett Gorvy vicepresidente della sezione arte contemporanea di Christie’s: «È soltanto business, non storia dell’arte…». Da par suo Thomas Hoving, ex direttore del Metropolitan Museum, dichiara: «L’arte è sexy, l’arte è soldisexy, l’arte è soldisexy arrampicata sociale fantastica».  

 

Ecco allora l’arte trasformata in un bene atto a produrre capital-gain, bene rifugio, asset-class, aggregato. Si può giurare che Charles Saatchi sappia quel che dice quando sicuro afferma: «Gli squali possono funzionare, la merda può funzionare, l’olio su tela può funzionare, ci sono squadre di curatori di museo pronti a prendersi cura di qualsiasi cosa un artista decida essere arte. Non ci sono regole per gli investimenti». 

 

In un tale freddo inverno della cultura l’artista scompare dietro una densa nebbia di mancata identità, si arrabatta, come teorizza Arthur Danto, in un’arte senza teoria dove la stessa presenza sua e delle sue opere sono ammesse ma indifferenti. Tutto il contrario del sapere dell’anima, l’entusiastico senso dell’avventura, l’ardore di combattere per una nuova umanità futura. Deve aver scritto e sofferto invano Vincent Van Gogh quando nel 1888 ad Arles scrisse: «C’è un’arte nell’avvenire e deve essere così bella, così viva che se adesso noi vi lasciamo la nostra giovinezza non possiamo che guadagnare in serenità». 

 

Ugo Nespolo

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