Ottobre 17, 2017

Torino Sessant’anni fa, di domenica 27 agosto, moriva Cesare Pavese.

Torino Sessant’anni fa, di domenica 27 agosto, moriva Cesare Pavese.

Ersilio Teifreto  agosto 2010

TORINO

Sessant’anni fa, di domenica 27 agosto, moriva Cesare Pavese. Non è questa una annata speciale, canonica, ma continua ad attizzare il ricordo per uno scrittore sempre vivo, ripronendo anche gli stanchi interrogativi sulle ragioni del suo suicidio e ricostruzioni approssimative o fantasiose delle sue ultime ore. Stando alla testimonianza dell’amico Paolo Spriano, la sera del sabato Pavese si intrattenne con lui fin dopo la mezzanotte. 

Poi raggiungese l’albergo «Roma», in piazza Carlo Felice, davanti alla stazione di Porta Nuova, dove soggiornava da alcuni giorni. Là si era trasferito dopo che la sorella, presso la quale abitava in via Lamarmora, era andata con la famiglia in campagna. Il ricordo di Spriano diverge, almeno per quanto riguarda l’ora, dalla notizia che fornirà un anonimo cronista della Gazzetta del Popolo, il più circostanziato sulla morte di Cesare. Egli racconta infatti che lo scrittore rientrò in albergo intorno alle 20 e, prima di ritirarsi, ordinò al personale una tazza di tè. 

Per il resto, non sembrano esistere incertezze. Alle 20,30 di domenica, impensierito dal prolungato silenzio, il cameriere forzò la porta della sua stanza, al numero 43. La luce era accesa, Pavese giaceva riverso sul letto senza dare segni di vita. Si era tolto le scarpe, teneva un braccio piegato sotto la testa e un piede che penzolava fin quasi a toccare il pavimento. Venti bustine vuote di sonnifero, chiari indizi di volontà suicida, furono trovate sulla mensola del lavabo insieme ad alcune cialde. Sul davanzale della finestra si volatizzarono gli apparenti resti di una lettera incenerita. Non manifestavano ripensamenti le righe scritte a matita sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò, il libro che gli era più caro: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Sono parole che riecheggiano quelle testamentarie di Majakovskij, un altro poeta che si è tolto la vita. All’obitorio, dove non fu eseguita autopsia, venne registrato semplicemente come causa della morte un «avvelenamento da barbiturici». 

In quell’agosto afoso, in una Torino semideserta, il fatto suscitò sensazione solo tra amici e «gens de lettres». Dopo le prime notizie sui giornali della sera, bisognò attendere il martedì 29 agosto, perchè fosse concesso sui quotidiani torinesi un maggiore, partecipe riconoscimernto allo scrittore così intimamete legato alla vita e alla cultura della città. Insieme alle notizie sulla camera ardente allestita alla casa editrice Einaudi, sui funerali, escono gli elzeviri di Lorenzo Gigli e Arrigo Cajumi (L’Unità, che sembra tradire un certo stupefatto imbarazzo, si limita a pubblicare un vecchio testo del Pavese éngagé, Ritorno all’uomo). Ma tutti danno l’impressione di non strafare. Trovano maggior spazio, nella stessa terza pagina, reportages di non eccelsa levatura, resoconti dal Festival cinematografico di Venezia, insieme a insignificanti notizie di cronaca. Quasi a sanzionare, anche nella «bella estate», la solitudine dell’uomo Pavese, a mettere in ulteriore evidenza il senso del suo addio.  

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