Luglio 28, 2026

TESTO 2: DALLA FÒCARA AL BICULTURALISMO: IL MIO INCONTRO CON IL MAESTRO RUFFINO Memorie di Ersilio Teifreto

TESTO 2: DALLA FÒCARA AL BICULTURALISMO: IL MIO INCONTRO CON IL MAESTRO RUFFINO Memorie di Ersilio Teifreto

TESTO 2: DALLA FÒCARA AL BICULTURALISMO: IL MIO INCONTRO CON IL MAESTRO RUFFINO
Memorie di Ersilio Teifreto
La comprensione profonda della missione dei Frati Ospedalieri di Ranverso affonda le radici in un cammino personale iniziato lontano, unendo la devozione popolare del Salento con la storia millenaria del Piemonte.
A soli 13 anni, a Novoli (Lecce), frequentavo i primi corsi di formazione professionale dell’Enaip nel reparto falegnameria, apprendendo i primi segreti del legno. In quegli anni di penuria economica, con i compagni d’infanzia giravamo per il paese con un carretto a chiedere i rami di vite alle famiglie per costruire la tradizionale Fòcara di fronte al Santuario di Sant’Antonio. Spesso le massaie preferivano donarci dei dolci, poiché la legna era un bene primario indispensabile per scaldare le case; solo successivamente, con l’avvento dei termosifoni e del riscaldamento moderno, una maggiore disponibilità di legna da ardere ha permesso alla Fòcara di raggiungere le monumentali dimensioni ingegneristiche dei giorni nostri.
A 17 anni lasciai Novoli per lavorare a Lione, prima di essere chiamato al servizio militare nei Bersaglieri: prima il C.A.R. ad Avellino, poi il servizio effettivo a Busto Arsizio. Nel 1977 avvenne l’approdo a Torino e l’inizio di quello che definisco il mio “biculturalismo”, fondendo le mie radici meridionali con il tessuto industriale piemontese, avviando il laboratorio ebanistico di Via Cottolengo 6 (divenuto poi il Centro Max Camerette).
Nello stesso anno, il 1977, iniziai a collaborare attivamente con Aldo De Nigris per l’organizzazione dell’Estate Musicale a Ranverso, muovendo i primi passi all’interno della Precettoria. La svolta decisiva avvenne nel 1999, durante il Congresso internazionale di due giornate a Ranverso intitolato “Gli Antoniani e l’Europa”. Fu in quella sede scientifica che ebbi la fortuna di conoscere Mons. Italo Ruffino.
Il Maestro si affezionò profondamente a me. Pur sapendo che non ero un dotto accademico, riconosceva il valore dell’intuito e del mestiere pratico. Negli scritti di Sant’Atanasio si legge la definizione di “Antonio nel deserto, incolto”, riferita al Santo che, privo di studi classici, traeva la sua immensa sapienza dall’esperienza e dal lavoro; e in modo analogo il Maestro Ruffino apprezzava la mia lettura strutturale del legno, nata sul campo e non sui libri.
Nato come un lavoro immenso, privo di ogni fine di lucro e guidato solo dal desiderio di salvare l’identità di Ranverso, questo studio ha ricomposto la macchina d’altare di Defendente Ferrari. Anche se il Maestro non ha fatto in tempo a vedere il compimento fisico di questo capolavoro sull’altare maggiore, l’opera ne custodisce intatta la memoria e gli insegnamenti.

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