Giugno 23, 2024

Svegliati San Giovanni e non dormire

Svegliati San Giovanni e non dormire

 

 

 

 

 

TRADUZIONE IN PIEMONTESE INVOCAZIONE DEI CAMPAGNOLI ED ANZIANI AL NOSTRO PATRONO SAN GIOVANNI tra una preghiera e filastrocca

 

Svegliati San Giovanni e non dormire

DISVJTE SAN GIUAN E DORM PA 

 

Che vedo tre nuvole arrivare

CHI VEDDU TRE NIULE CA RIVU

 

Una di acqua

UNA D’ACQUA

 

Una di vento

UNA D’VENT

 

Una di triste maltempo

E UNA TRISTE D’ BRUT TEMP

 

Mandale a mare

MANDJE NDRINTA AL MAR

 

dove non canta gallo

N’DUA A CANTA PA EL GALET

 

dove non luce luna

N’DUA A JE PA LA LUCE D’LA LUNA

 

dove non nasce nessuna anima e creatura

E N’DUA AI NASU PAS ANIME E CREATURE 

 

 

 

TRADUZIONE in Italiano tra una preghiera e filastrocca

Svegliati San Giovanni e non dormire

Che vedo tre nuvole arrivare

Una di acqua

Una di vento

Una di triste maltempo

Mandale a mare

dove non canta gallo

dove non luce luna

dove non nasce nessuna anima e creatura

La provenienza originale di questa preghiera arriva dal Salento per tutti i contadini d’Italia

«Ausate San Giuanni e nnu durmire, ca sta bisciu tre nuule inire.

Una te acqua, una te ientu, una te triste maletiempu…

Mannale a mare a mare addu nu canta iaddhru, addu nu luce luna, addu nu nasce nuddhra anima o criatura».

Non esiste salentino che, almeno una volta nella sua vita, non abbia ascoltato questa antica invocazione, a metà tra la preghiera e la filastrocca, recitata dagli anziani quando il cielo, cupo e grigio, non prometteva nulla di buono.

Esistono mille versioni diverse di questa nenia, almeno tante quanti sono i comuni della provincia di Lecce: di alcune si è purtroppo persa memoria, altre sono state riadattate ai dialetti. Eppure ancora oggi c’è chi si rivolge a San Giovanni o semplicemente lo ‘ricorda’ quando torna a far visita il maltempo, come quello che sta ‘passeggiando’ nel Salento in questi giorni, creando non pochi danni e disagi.

Cosa ci racconta la leggenda di San Giovanni Battista

Secondo la leggenda, San Giovanni Battista sarebbe caduto in un sonno così profondo da durare la bellezza di tre giorni. Nemmeno Gesù riuscì a svegliarlo. Al terzo giorno, si risvegliò, e gli fu fatto presente che aveva mancato al suo “onomastico”. Da quel giorno in Puglia sono indetti ogni anno 3 giorni di festa.

Cosa succede la notte di San Giovanni in Puglia

E’ la stessa cosa che accade durante il solstizio d’inverno, che cade il 21 dicembre ma la tradizione popolare vuole che si festeggi il 15 dicembre. Analogamente, il solstizio d’estate da calendario dovrebbe cadere il giorno 21 giugno, ma in realtà sia il mondo cattolico che le credenze popolari preferiscono spostare questa festa nel giorno 24 giugno: il giorno in cui è nato San Giovanni.

Si crede che durante la notte di San Giovanni la rugiada che si genera abbia un potere magico. E che in quella data il sole e la luna convolino a nozze dando vita ad un falò. Ancora oggi in Puglia si accendono i falò per San Giovanni.

 

Iniziata con altre intenzioni, la nota “Azzate San Giuvanni” (1) ha risvegliato in molti che l’hanno letta il ricordo di questa antica invocazione popolare. Si sono ricordati di quando l’hanno sentita pronunciare da piccoli dalle nonne o dalle zie. Alcuni, che hanno ancora la fortuna di avere i propri cari anziani in vita, sono andati da loro chiedendo di risentirla. Molti mi hanno scritto riportandomi la loro versione o preghiere similari dove, pur non essendo San Giovanni Battista il destinatario dell’invocazione, ci si rivolge comunque ad un santo o santa affinché protegga la casa e i propri cari dal maltempo.

Azzate San Giuvanni”, un’invocazione a metà tra filastrocca e preghiera, veniva recitata dai nostri anziani quando il cielo veniva ricoperto da nere nubbi e scoppiavano quei temporali i cui tuoni facevano tremare i vetri delle porte di casa, la luce dei lampi filtrava dai “purtiddhri” chiusi, facendo temere per i propri cari ancora fuori per le campagne a lavorare.

E’ così iniziata una sorta di raccolta delle diverse versioni con cui questa preghiera veniva pronunciata nei paesi della Provincia di Lecce. Un viaggio nella tradizione che è diventato anche un’occasione per apprezzare le diversità di pronuncia e di vocaboli del nostro ricco dialetto salentino.

AUSATE SAN GIUANNI

Da piccolo prima che mi trasferissi nella casa che i miei genitori stavano costruendo, abitavo a quattro passi da mia nonna materna. Io intra nu purtone, mia nonna con mia zia e la mia bisnonna intra n’addhru purtone nelle immediate vicinanze. Purtone era un modo di dire un po’ semplicistico. Infatti, in entrambi i casi, il purtone altro non era che un ampio arco, la cui copertura era data dal pavimento della casa sovrastante, attraversando il quale si accedeva ad una corte al cui interno abitavano, in case distinte, diverse famiglie.
La maggior parte del tempo lo passavo da mia nonna anche perché 
lu purtone dove abitava era un complicato dedalo di cunicoli, corridoi, scale e case una sovrapposta all’altra, che rendevano piacevole il passare del pomeriggio e l’arrivo della sera.
Nei giorni di pioggia, quando il cielo scompariva dietro nuvole nere cariche te acqua, il fragore te li troni riempieva le orecchie e la luce improvvisa dei lampi me facia ‘zzumpare, me ne stavo rintanato in casa dietro le porte con gli scuri chiusi. 
Mai sia lu lampu trasia intra ‘ccasa. Allora mia nonna, aprendo lu tirettu te lu cumò, prendeva del pane benedetto, solitamente ormai ntustatu, ricevuto in chiesa la sera del Giovedì Santo o per la festa di S.Antonio, schiudeva la porta d’ingresso e facendosi il segno della croce recitava la seguente preghiera (1):

Azzate San Giuvanni e nu durmire
ca sta bisciu tre nuvole passare
una te acqua
una te ientu
una te tristu e maletiempu.

Nel pronunciare quelle parole, lanciava dei piccoli pezzetti di pane ai quattro venti.
Era un’invocazione semplice, figlia della nostra tradizione contadina, a cui si ricorreva per chiedere l’intercessione del santo, onde evitare che il maltempo fosse causa di danni o forse anche di lutti.
Anche se oggi ormai pare essersene dimenticato, l’uomo sin dalla sua comparsa ha sempre avuto un rapporto di rispetto e di timore verso la Natura e la forza dei suoi elementi.
L’avvento del cristianesimo non ha mutato queste profonde istanze dell’animo umano. E’ cambiata la modalità, il mezzo di comunicazione tra la terra e il cielo per chiedere venia e protezione. Le figure della Vergine e quelle dei Santi sono così diventate il mezzo per chiedere l’intercessione per scampare da una situazione di pericolo. I nostri predecessori, abituati a vivere in campagna, tra gli uliveti e i filari di vite, a pestare il rosso della terra con scarpe consunte, a ripararsi in costruzioni non sempre solide, dinanzi alle intemperie conoscevano e temevano la violenza dei temporali e la scaltrezza dei fulmini.
La mia bisnonna raccontava di quando un suo parente con due suoi amici, colti di sorpresa da un forte temporale mentre erano in campagna, si erano rifugiati 
intra nu furnieddhru, Fu tutto inutile. Un fulmine li colpì tutti e tre facendoli morire.
Ai nostri tempi ognuno di noi chiuso al sicuro (o credendo di essere al sicuro) all’interno delle nostre case in cemento armato e mattoni, si è dimenticato di quel tempo neanche tanto lontano. Il rispetto verso la natura e il timore verso i suoi naturali pericoli è ormai venuto meno.

Ma c’è stato un tempo in cui, non i singoli, bensì intere comunità si sono radunate in preghiera per chiedere la protezione da fortunali di tremenda violenza. E di questi eventi ancora oggi in alcuni paesi si mantiene viva memoria tanto da essere ricordati con vere e proprie feste di paese, con strade addobbate da luminarie e con processioni della Vergine o del Santo protettore, attorno ai quali al tempo la comunità si era stretta in preghiera.
Ricorrenze che avvengono non nel giorno della festa canonica, ma nel giorno in cui avvenne quello che, da allora, la comunità ha gridato a gran voce come miracolo.

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