Ottobre 17, 2017

SantAntonio di Jerzu, vino cannonau, La Marmora

SantAntonio di Jerzu, vino cannonau, La Marmora

Il nome più antico del villaggio compare in un atto notarile del 1130,
nel quale ARZOCU DE LACON dona alla chiesa di S. Maria di Lotzorai i servi, le serve,
le vigne ed ogni bene posseduto a Jerzu.

Dal documento risultano due aspetti interessanti:
1° – Jerzu (nell’atto è scritto Jerzzu) è compreso nella trigonia di Barbaria,
della quale facevano parte Tortoli, Girasole, Barisardo. Secondo alcuni studiosi questo fatto
proverebbe l’ipotesi che Jerzu sorgesse originariamente in riva al mare, da dove fu costretto
a spostarsi a causa delle scorrerie pisane durante le lotte tra i Giudicati.
Questa ipotesi sarebbe comprovata dal fatto che quando Jerzu compare, nel 1316, tra i paesi che
pagavano le tasse ai Camerari Pisani nel Castello di Cagliari, il paese è indicato come "Jerzu de montibus"
quasi a volerlo distinguere da un altro paese situato in pianura. In realtà la denominazione "de montibus" compare anche a fianco di altri centri abitati
per i quali paiono non sussistere dubbi di un sito di appartenenza sempre e comunque mai in pianura.

Appare dunque molto più credibile l’ipotesi che vede Jerzu da sempre nel sito odierno 
come centro di raccolta delle popolazioni nuragiche
che vivevano intorno al Monte Corongiu e posto avanzato della dominazione romana contro le tribù
barbariensi dell’interno. Già da allora Jerzu doveva avere il controllo della piana del Pelau, poiché solo in pianura
poteva trovare mezzi di sussistenza che la montagna non dava

Fra il 1500 e il 1750 gli abitanti diventano circa 1000 e li troviamo, in più atti, 
protagonisti di coraggiose proteste per difendere, davanti ad autorità amministrative, le "vie del vino".
Le direttrici del percorso commerciale, le due "vie del vino", come ancora a Jerzu sono ricordate,
erano a cavallo o con il carro a buoi verso il Nuorese o verso il Sarrabus da dove veniva
inviato a Cagliari o a Genova tramite i velieri che attraccavano nella baia di Colostrai (Villaputzu).
La vicenda, in sé modesta, fece capire agli jerzesi che occorreva uscire dall’isolamento 
per crescere economicamente e coniugare assieme una produzione sempre più specializzata e diffusa
e un commercio che doveva raggiungere mercati ricchi per diventare remunerativo e assicurare,
così, dignitose condizioni di vita.

Signori, chiedo scusa per l’intromissione solo parzialmente giustificata dalla questione suscitata nei vostri commenti; l’avrei fatto anche se non fossi stato io l’autore del pezzo.

Gradirei solo, se è possibile, di mettervi d’accordo, dopo aver letto queste poche righe, sull’esatta grafia della voce in questione, perché il sig. Teifreto scrive “campi te lersu”, il sig. Martina mette in campo (è il caso di dire …) “campu tajersu” e, infine, il sig. Teifreto, ribadisce il suo “iersu”, scrivendolo, però, con l’iniziale maiuscola che, avendo lo stesso aspetto della elle minuscola, potrebbe spingere qualcuno a leggere “lersu”.

Non vorrei che tra i due litiganti godesse il classico terzo, mettendo in campo “scersu” che a Nardò (sarei grato al lettore che mi segnalasse le eventuali varianti di altri centri) significa “incolto”.

Così come stanno le cose direi che “tajersu” appare un incrocio tra “traverso” e “tagliare”, il che evoca non solo l’accorciamento del percorso ma pure quella che a Nardò è la cava (tagghiata). Insomma: l’incrocio potrebbe essere triplo: tra “scersu” (terreno incolto, quindi attraversabile senza fare danni alle colture), “tajersu” (traverso, atto al passaggio tra due proprietà diverse) e “tagghiare/tajare” (nel duplice significato di “accorciare il percorso” e di “tagliare, cavare la pietra”). Se, poi, spuntasse fuori un “trajersu”, allora sì che “scersu” dovrebbe ritirarsi in buon ordine.

Non vorrei che il secondo periodo di questo scritto fosse interpretato come un rimprovero; al contrario esso è solo espressione dell’esigenza di avere dati se non univoci, almeno affidabili Ed è in questo senso che vi ringrazio della vostra partecipazione e per l’attenzione che, spero, vorrete dedicarmi.

di un rimboschimento attraverso il quale arriviamo rapidamente al santuario campestre di S.Antonio di Jerzu, nostro posto-tappa. Dall’asfalto abbiamo percorso km 3,7. Da Ulassai km 10,6. Da Taccu Isara km 19,4. 222 21ª tappa da Taccu Isara a Ulassai e al Santuario di Sant’Antonio Il novenario di Sant’Antonio e il vino d’Ogliastra Eccoci ancora una volta a sostare in uno dei novenari di cui abbiamo già tracciato l’identità. Siamo in pieno territorio di Jerzu, in un gran pianoro che s’apre tra la marea dei tacchi che sino all’inizio del secolo davano ricetto a un ecosistema perfetto nel quale dominavano ungulati quali cervi, daini, cinghiali, mufloni. Nel restante territorio non-calcareo, Jerzu ha sempre prodotto il suo rinomato Cannonàu, del quale andava e va famosa assieme ai paesi che s’affacciano sulla valle del rio Pardu.“Il vino d’Ogliastra è ricercato dagli speculatori genovesi perché, secondo un’espressione triviale, che mi si permetterà di ripetere, esso sopporta il battesimo molto meglio che quello delle altre regioni dell’isola. Si dice a questo proposito che per quest’operazione tanto il venditore del vino, quanto il compratore del medesimo non si attengono al precetto del catechismo che non ammette che un solo battesimo per i Cristiani. Questo è una prova della gagliardia di questo vino” (La Marmora).

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