Agosto 21, 2023

La strada delle Alpi corre lungo i valichi alpini che la Sindone percorse più volte al seguito della corte sabauda: nel corso del Medioevo, infatti, le corti erano spesso itineranti per ragioni di ordine militare, politico ed economico. Già nel 1476 Jolanda di Savoia, moglie del duca Amedeo IX il Beato, attraversò le Alpi portando con sé le reliquie della cappella di Chambéry, e verosimilmente anche la Sindone. Si è propensi a ritenere che questo primo spostamento possa essere avvenuto attraverso la Valle di Susa.

La strada delle Alpi corre lungo i valichi alpini che la Sindone percorse più volte al seguito della corte sabauda: nel corso del Medioevo, infatti, le corti erano spesso itineranti per ragioni di ordine militare, politico ed economico. Già nel 1476 Jolanda di Savoia, moglie del duca Amedeo IX il Beato, attraversò le Alpi portando con sé le reliquie della cappella di Chambéry, e verosimilmente anche la Sindone. Si è propensi a ritenere che questo primo spostamento possa essere avvenuto attraverso la Valle di Susa.

La strada delle Alpi corre lungo i valichi alpini che la Sindone percorse più volte al seguito della corte
sabauda: nel corso del Medioevo, infatti, le corti erano spesso itineranti per ragioni di ordine militare, politico
ed economico. Già nel 1476 Jolanda di Savoia, moglie del duca Amedeo IX il Beato, attraversò le Alpi
portando con sé le reliquie della cappella di Chambéry, e verosimilmente anche la Sindone. Si è propensi a
ritenere che questo primo spostamento possa essere avvenuto attraverso la Valle di Susa, anche se, per
motivi di segretezza che si sono tradotti in una memoria documentaria molto rarefatta, i percorsi del lenzuolo,
prima del suo definitivo trasferimento a Torino, sono circondati da un’affascinante aura di mistero.
Secondo la tradizione religiosa e quella popolare la Sindone, oggi custodita nel Duomo di Torino, è il sudario
in cui fu avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione e la morte. Intorno a tale affermazione studiosi e teologi
si sono confrontati soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo e l’inizio del Novecento. A stimolare l’interesse
dei ricercatori furono una serie di fotografie scattate tra il 25 e il 28 maggio del 1898 dall’astigiano Secondo
Pia. Questi involontariamente scoprì come il negativo fotografico mettesse in risalto l’immagine sindonica,
consentendo di vederne meglio i particolari anatomici e i segni di ferite e sanguinamenti.

Da allora la ricerca scientifica ha prodotto una numerosissima serie di studi. Tra questi la maggior parte ha
analizzato la reliquia da un punto di vista tecnico-scientifico, rilevandone le caratteristiche fisiche: dalla
tramatura del lino, alle sue dimensioni; dalle tracce ematiche che ne compongo l’immagine, alle varie impurità
vegetali e minerali che permangono sul tessuto. Allo stesso tempo, grande risalto è stato dato al tema della
datazione del reperto, alla sua storia in quanto oggetto di devozione e culto ed alla disamina delle vicende che
ne hanno determinato il percorso da Gerusalemme all’Europa.
A tal proposito, permangono diverse ipotesi in merito alle circostanze che comportarono il trasferimento del
Sacro Lino dalla Terra Santa a Costantinopoli e poi alla Francia di metà Trecento. Di contro, la storia della
reliquia si infittisce di particolari dagli anni Cinquanta del XIV secolo, quando entrò in possesso del cavaliere
Goffredo di Charny e di sua moglie Giovanna di Vergy. I due nobili transalpini il 20 giugno 1353 donarono la
Sindone al Capitolo dei canonici della Collegiata di Lirey, da loro stessi fondato. A quasi un secolo di distanza,
nel 1415, Margherita di Charny, discendente di Goffredo, si riappropriò del lenzuolo e nel 1453 lo vendette ai
duchi di Savoia. Quest’ultimi trasferirono più volte la Sindone dalla Savoia al Piemonte e viceversa, in quanto
all’epoca erano dotati di una corte itinerante, che a seconda delle esigenze politiche e militari viveva in
residenze differenti.

Il passaggio definitivo da Chambéry a Torino avvenne nell’estate del 1578 per volere di Emanuele Filiberto. Il
trasferimento della preziosa reliquia rientrò nel quadro di un più ampio progetto politico teso a spostare il
baricentro economico, amministrativo e culturale dei territori sabaudi al di qua dai monti presso il capoluogo
pedemontano, già proclamato nuova capitale nel 1563.
Ufficialmente l’occasione che spinse i Savoia a portare la Sindone a Torino fu la progettata visita del cardinale
Carlo Borromeo presso il Sacro Sudario per venerarlo e sciogliere così il voto formulato durante la peste del
1576-1577, che aveva colpito Milano e gran parte della Lombardia. La fama di santità del presule milanese
era tale che Emanuele Filiberto decise, in segno di rispetto, di portare la reliquia al di qua delle Alpi per
abbreviare il viaggio dell’arcivescovo. Il trasporto avvenne in gran segreto per il timore di aggressioni da parte
di banditi o eretici. Emanuele Filiberto incaricò il Decano della Collegiata della Santa Cappella di Chambéry,
monsignor De Lambert, di far trasportare la Sindone a Torino. Questi deputò a ciò il canonico Necton e il
Primo Presidente del Senato di Chambéry, Ludovico Millet. Secondo gli studi più recenti la carovana passò le

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Alpi al colle di Arnas e scese per la Val d’Ala (una delle Valli di Lanzo) sino a Voragno di Ceres, da cui poi
raggiunse la città.

Ben presto nella capitale sabauda crebbe una forte devozione intorno alla Sindone. Infatti, se da una parte i
Savoia vi videro uno strumento attraverso il quale legittimare il loro potere, dall’altra i sudditi iniziarono ad
invocarla in caso di calamità pubbliche o di pericoli personali. Tale atteggiamento ebbe quale effetto
immediato ed esteriore il moltiplicarsi di immagini devozionali nei territori sabaudi. Ancor oggi la maggior parte
di queste raffigurazioni sussiste all’interno di edifici di culto, sulle facciate di palazzi, di case private, di piccole
cappelle campestri o presso piloni votivi.
Nel caso della Valle di Susa le immagini sindoniche si riscontrano sia in alcune pitture murali, spesso visibili
dalla pubblica via, che in dipinti su tela custoditi in chiese e sacelli. Risalendo la Valle dalla cintura di Torino in
direzione del valico del Moncenisio spiccano l’ostensione dipinta sulla facciata di Ca’ Bianca, annessa al
castello di Villar Dora, il dipinto raffigurato su un pilone votivo a Mocchie, presso la montagna di Condove, la
raffigurazione incavata in un’edicola di via Montello della frazione segusina di San Giuliano, il riquadro
affrescato sotto i portici di via Palazzo di Città a Susa e l’immagine visibile su un’abitazione di via Mestrale a
Venaus. Tra i dipinti su tela, invece, si segnala L’ostensione della Sindone al cospetto di Vittorio Amedeo II e
di dignitari insigni dell’Ordine Mauriziano dell’ultimo quarto del XVII secolo, custodita presso la Cappella del
SS. Sacramento di Novalesa.

Inoltre, grazie ad alcune fonti documentarie del Settecento conservate presso l’Archivio Storico Diocesano di
Susa si viene a conoscenza di un altro quadro – ad oggi non rintracciato – conservato all’interno della chiesa
segusina di San Paolo (soppressa nel 1749) ed avente per soggetto L’ostensione della Sindone al cospetto di
Sant’Antonio Abate e dei Beati Amedeo e Margherita di Savoia.
Rimanendo sul piano delle testimonianze scritte, è interessante la notizia riportata da un Libro dei conti dei
Sindaci di Giaglione del XVII secolo. Il documento – conservato presso il locale Archivio Storico Comunale –
registra in data 2 maggio 1618 un pagamento di 108 fiorini per dodici soldati del piccolo borgo valsusino,
impegnati in quel di Torino in un servizio di scorta armata a difesa del Benedetto Santo Sudario. All’epoca,
infatti, si svolgeva il 4 maggio di ogni anno un’ostensione per tutti i sudditi del Regno, in occasione della quale
i duchi di Savoia richiedevano ad una comunità, estratta a sorte tra tutte quelle del Ducato, di impegnarsi nel
delicato compito di vigilanza della reliquia esposta agli sguardi dei fedeli.

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