Febbraio 9, 2024

Nel Polittico di Defendente Ferrari sulla tavola con ante aperte in alto a SN compare chi? Beato Amedeo di Savoia, San Bernardino, San Maurizio oppure si tratta di San Bernardo di Baden Patrono di Moncalieri,Il fatto che il capo sia circondato da raggi di luce anziché, dalla canonica aureola sta a significare che ancora non era ufficiale la sua canonizzazione.

Nel Polittico di Defendente Ferrari sulla tavola con ante aperte in alto a SN compare chi? Beato Amedeo di Savoia, San Bernardino, San Maurizio oppure si tratta di San Bernardo di Baden Patrono di Moncalieri,Il fatto che il capo sia circondato da raggi di luce anziché, dalla canonica aureola sta a significare che ancora non era ufficiale la sua canonizzazione.

All’altare maggiore della chiesa di Ranverso, il meraviglioso polittico brilla ancor oggi, fulgido di splendidi e vivaci colori, ricco di innumeri sorprendenti particolari. La complessa e ricchissima struttura del polittico è composta da una grande ancona centrale incastonata in una struttura lignea scolpita e dorata, fornita di predella e cuspide. L’ancona è racchiusa in una sorta di enorme astuccio dipinto con ante mobili che venivano solitamente mantenute chiuse e che presentavano all’esterno scene sacre dipinte a monocromo. Il polittico veniva mostrato in tutto il suo splendore solo durante le feste e in giorni determinati: un fatto che ne aumentava l’incanto sui fedeli che potevano così aver accesso ad una sorta di stupefacente anticipo delle visioni di paradiso: colorata, dorata, affollata di figure sacre. Cuore del polittico è la centrale adorazione di Gesù Bambino con la Vergine, San Giuseppe ed Angeli. Ai lati di essa i santi Antonio Abate, Rocco, Sebastiano e Bernardino da Siena testimoniano la loro fede esibendo vistosamente gli attributi delle loro rispettive santità e/o martiri. Sovrasta tutto un timpano triangolare con il Cristo del sepolcro secondo il modello della visione di Santa Croce in Gerusalemme (4). Al piede del polittico si dipana invece il nastro della predella con sette storie della vita di sant’Antonio Abate. Nelle ante mobili troneggiano il Beato Amedeo di Savoia, San Gerolamo, Sant’Antonio che incontra san Paolo eremita, San Cristoforo. Una infinita pioggia di squisiti particolari attende ulteriori studi che, putroppo, tardano: la meravigliosa flora che costella le tavole, i costumi dei santi, le stoffe delle vesti, le architetture, le tipologie dei paesaggi, i dolci animali che costellano la pala (il candido cane di san Rocco, il maialino di Sant’Antonio, l’asino e il bue dell’Adorazione, il leone sdentato di san Girolamo, i pesci di San Cristoforo,ecc.) gli intagli dell’ancona e i motivi decorativi.

A Ranverso, nei comuni di Rosta e Buttigliera Alta, si celebra ancor oggi il 17 gennaio di ogni anno la festa di Sant’Antonio Abate; vi partecipano soprattutto i contadini e gli abitanti dei dintorni. Si

benedicono in particolare gli animali con un buon augurio per l’imminente annata (5). Un ricordo di questa festa si ritrova ancora negli affreschi gotici dell’abside sulla porta della sacrestia: due contadini, dipinti con icastico senso della realtà, camminano verso l’altare portando al guinzaglio due maiali neri molto simili alle cinte senesi.

Ma la festa ha radici antiche. Maggiore fu sicuramente la festa del 17 gennaio 1532, sotto il governo degli Antoniani (6). La festa di quell’anno a Ranverso dovette essere ben singolare, irripetibile, nella chiesa illuminata dai ceri, dalle candele e soprattutto dallo splendore aureo del nuovo superbo polittico di Defendente, probabilmente con grande partecipazione dei contadini del tempo, sui volti dei quali si stampò il miracolo delle luci del memorabile giorno.

Immagine del Beato Bernardo di Baden

Gli affreschi delle pieve costituiscono la parte artisticamente più interessante della chiesa. Posti sulle superfici dell’abside e dell’arco santo, erano visibili ancora nel 1870 (come testimoniato da A. Bertolotti in Passeggiate Canavesane); furono ricoperti poi da uno strato di intonaco pensando forse che fossero ormai irrimediabilmente deteriorati [2]. Un accorto restauro eseguito in tempi recenti ha restituito ai dipinti una buona leggibilità.

Seguendo una diffusissima iconologia di origine romanica, al centro del catino dell’abside troviamo la figura di Cristo, posto nell’usuale mandorla di luce e circondato dal Tetramorfo, la rappresentazione simbolica dei quattro vangeli. Più in basso, sulla superficie interna dell’abside di forma irregolarmente semicircolare, è raffigurata la teoria dei dodici Apostoli. Nella parte superiore dell’arco santo, troviamo – sempre seguendo una canonica impostazione iconologica – a sinistra, l’Angelo Annunziante con in mano una cartiglio con le parole iniziale dell'”Ave Maria”, e sulla destra la figura della Vergine annunziata, collocata all’interno di una elegante architettura che attesta una qualche attenzione dell’ignoto pittore all’uso della prospettiva. Sui due pilastri dell’arco troviamo raffigurati rispettivamente una Madonna del latte ed un personaggio con una armatura e con le insegne nobiliari, il capo incorniciato da raggi di luce: una figura che pare uscita dalle miniature di un qualche romanzo cortese e che si fa fatica a riconoscere.

Si tratta – come rivela una scritta venuta alla luce solo con il recente restauro – del Beato Bernardo di Baden, un principe tedesco che, alla caduta di Costantinopoli nel 1453, fu inviato dall’imperatore Federico III presso varie corti di Francia e d’Italia, per stringere alleanze ed organizzare una crociata contro i Turchi. Non rinunciando a compiere la sua missione entrò in Genova nel 1458 mentre vi infuriava la peste; contagiato dal morbo, riprese comunque il suo viaggio, ma giunto a Moncalieri vi morì il 15 luglio 1458 con l’assistenza dei frati francescani che l’avevano ospitato. La fama della profonda devozione cristiana di questo principe tedesco, morto solo a trent’anni, ed una guarigione miracolosa che si suppone essere avvenuta già durante le sue esequie funebri, iniziarono a diffonderne il culto come beato [3] e la città di Moncalieri lo adottò come patrono a partire dal 1502. La data della sua morte si pone allora come “post quem” rispetto alla esecuzione di questo affresco: il fatto che il capo sia circondato da raggi di luce anziché, dalla canonica aureola sta a significare che ancora non era ufficiale la sua canonizzazione.

L’autore degli affreschi– sempre che di un solo pittore si tratti – è ignoto. A. Moretto li assegna a Giacomino da Ivrea o alla sua bottega, anche sulla base del nastro intrecciato che incornicia i riquadri degli apostoli, tipico appunto di tale bottega. In effetti il linguaggio pittorico, ingenuo ed un po’ sbrigativo, riecheggia quello di Giacomino che ebbe numerosissime committenze tra Canavese e Valle d’Aosta, pur rimanendo ai margini delle correnti pittoriche più colte del tardo gotico piemontese (in primis quella di Jacquerio). Il linguaggio tuttavia non è uniforme: si concede qualche raffinatezza cortese nella ricordata figura del Beato Bernardo di Baden e recupera uno spontaneo vigore naturalistico in quella di San Giacomo maggiore, raffigurato nei tratti ispidi e un poco assenti di un vigoroso lavoratore dei campi.

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