Giugno 8, 2022

Ranverso un luogo magico pieno di Culto dedicato al Patrono Sant’Antonio Abate, cosa possiamo imparare della sua antica storia Antoniana che davano ospitalità con cure, accoglienza e ristoro ai pellegrini durato fino al 1.776 quando era già scomparsa la figura del Precettore.

Ranverso un luogo magico pieno di Culto dedicato al Patrono Sant’Antonio Abate, cosa possiamo imparare della sua antica storia Antoniana che davano ospitalità con cure, accoglienza e ristoro ai pellegrini durato fino al 1.776 quando era già scomparsa la figura del Precettore.

A conferma dell’importanza che gli Antoniani del Borgo speciale di Sant’Antonio Abate di Ranverso avevano acquisito, nel 1.200,

la Chiesa divenne Precettoria, e poi fine secolo 400 Commanderia , in pratica un contratto di origine medievale in cui una parte investiva il proprio lavoro e l’altra il capitale, con l’obbligo tuttavia di riconoscere l’autorità del Vescovo locale, nel nostro caso quello di Pavia, e di rendergli un omaggio annuo.

Nel 1776 era già scomparsa la figura del Precettore a Sant’Antonio di Ranverso l’ospedale degli Antoniani si era ridotto a pochi letti.

L’Ordine degli Antoniani di Ranverso fu soppresso. Nel 1776 una bolla di Papa Pio VI pose fine all’opera caritativa e i monaci Antoniani superstiti passarono all’Ordine di San Giovanni, dei Cavalieri di Malta.

Della vecchia struttura del Convento e dell’Ospedale rimangono solo tracce affacciate sulla via francigena e nel giardino vicino a quell’angolo che rimane dell’antico Chiostro di Ranverso.

Il complesso ha conservato
molto del suo antico aspetto
anche agricolo con l’annesso
nucleo di edifici contadini.
Per l’insediamento di Ranverso, a brevissima distanza dalla
strada statale fra gli abitati di
Rivoli e di Avigliana, prevale la denominazione di Abbazia. In realtà nel 1.200, fu
una precettoria dei monaci
ospitalieri di Sant’Antonio
abate, o Antoniani, dipendente dall’abbazia di SaintAntoine-du-Viennois, nel
Delfinato francese. La precettoria antoniana (che fu detta
di Ranverso perché a ridosso
delle ultime propaggini del
rilievo morenico di Rivoli),
rappresentava una delle tappe di un complesso sistema
di luoghi di accoglienza e assistenza che segnava il percorso di una delle più importanti
strade dell’antichità.
La dedicazione a Sant’Antonio abate non era casuale.
La tradizione cristiana aveva
scelto il Santo come protettore degli animali domestici,
ma i monaci antoniani gli
riconoscevano soprattutto
l’«invenzione» del sistema di
curare, utilizzando il grasso
di maiale, il cosiddetto «fuoco di Sant’Antonio». L’herpes
zoster, una forma di ergotismo.

Il complesso abbaziale di S.Antonio di Ranverso era costituito dalla chiesa (più volte rimaneggiata), dalla sacrestia (interamente affrescata da Giacomo Jaquerio), dal campanile gotico trecentesco, dal chiostro (di cui attualmente rimane solo il lato adiacente alla chiesa), dall’ospedale (la cui facciata gotica in cotto è tuttora esistente), dal monastero (che presenta ora connotati settecenteschi) e dalle cascine, anticamente gestite dai monaci conversi.
All’Abbazia erano legate le rendite di numerosi lasciti, le quali se da una parte consentirono il compimento delle opere caritatevoli, dall’altra portarono al decadimento dell’istituzione stessa che fu data in commenda.

Nel 1776 una bolla di papa Pio VI pose fine all’opera caritativa; i monaci Antoniani superstiti passarono all’ordine dei Cavalieri di Malta e la proprietà di tutto il complesso venne affidata all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Ordine Mauriziano) che ne ha curato e cura tuttora la conservazione ed il restauro.

Nel 1914, durante i lavori di restauro della facciata e dell’interno della chiesa, venne portata alla luce, nella fiancata sinistra del presbiterio, la firma di Giacomo Jaquerio, confermando così le ipotesi che vedevano nel pittore torinese, maestro nell’arte figurativa del cosiddetto gotico fiorito o gotico internazionale, l’autore degli affreschi più importanti della chiesa e della sacrestia.

Opera di Defendente Ferrari è invece il polittico, realizzato nel 1531, che si innalza sull’altare maggiore.

Nonostante il loro esiguo numero, i monaci di S.Antonio di Ranverso incisero fortemente non soltanto sul tessuto umano, ma anche sul territorio, che seppero modificare senza stravolgere: prosciugarono paludi, condussero operazioni di disboscamento ed edificarono le loro costruzioni, integrando in perfetta simbiosi natura ed architettura.

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