Ottobre 17, 2017

Michele Pane(1876-1953), naturalizzato statunitense

Michele Pane(1876-1953), naturalizzato statunitense

rilevatore Ersilio Teifreto

Domenico Piro (1664-1696), che avvia un filone di poesia erotica e licenziosa in realtà assai poco popolare, e Carlo Cosentino (1671-1758), traduttore della Gerusalemme liberata. Bisognerà però attendere l’Ottocento, e in particolare il periodo postunitario, per ritrovare temi e figure di ampio respiro, come, ad es., Bruno Pelaggi (1837-1912), per il quale il dialetto nativo diventa lo strumento per esprimere la delusione dei meridionali di fronte alle promesse mancate del nuovo Stato unitario e l’aspirazione a un mondo più giusto; atteggiamenti simili mostra Antonio Martino (1818-1884), mentre Vincenzo Ammirà (1821-1898) si segnala sia per composizioni a carattere licenzioso e anticlericale, sia per toni malinconici e rievocativi. Attento alla storia e all’antropologia della regione è invece Vincenzo Padula (1819-1893), singolare figura di sacerdote e intellettuale coinvolto in pieno nei moti antiborbonici, che con il poemetto Notte di Natale fornisce forse il miglior esempio di letteratura in calabrese dell’Ottocento. Nel Novecento, il mondo dell’emigrazione e quello della memoria e degli affetti saranno i protagonisti delle opere di Michele Pane (1876-1953), naturalizzato statunitense (sarà uno dei primi a dedicare attenzione alle interferenze della lingua degli emigrati in America, come in Lu calavrise ngrisatu «Il calabrese che parla in lingua inglese»), e di Vittorio Butera (1877-1955). Assai suggestiva è infine l’operazione linguistica condotta nei suoi romanzi di ambientazione calabrese da Giuseppe Occhiato, scomparso nel 2010.

 

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