Ottobre 17, 2017

Mario Trematore il pompiere che ha salvato la sindone Durante l’incendio del 1997 riuscì a portare fuori dal duomo di Torino la teca con il Sacro lino.

Mario Trematore il pompiere che ha salvato la sindone Durante l’incendio del 1997 riuscì a portare fuori dal duomo di Torino la teca con il Sacro lino.

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Mario Trematore il pompiere che ha salvato la sindone

Durante l’incendio del 1997 riuscì a portare fuori dal duomo di Torino la teca con il Sacro lino. «Ho capito che il messaggio…

La storia di | Mario Tremore

Mario Trematore il pompiere che ha salvato la sindone

Durante l’incendio del 1997 riuscì a portare fuori dal duomo di Torino la teca con il Sacro lino. «Ho capito che il messaggio della Passione è il servizio e che Gesù è la via».

In foto: Mario Tremore, oggi 62 anni, fotografato davanti al Duomo di Torino.In foto: Mario Tremore, oggi 62 anni, fotografato davanti al Duomo di Torino.

 

Nel 1993, per restaurare la Cappella della Sindone, il Sacro telo fu spostato dalla sua custodia abituale in una teca blindata. Ma nella notte fra l’11 e il 12 aprile 1997, quando i lavori erano al termine, nella cappella esplode un devastante incendio, con una colonna di fuoco alta 25 metri.

Arrivano i pompieri, il momento è drammatico. Uno dei più prestigiosi capolavori del barocco, opera mirabile di Guarino Guarini, sta per essere divorato dal fuoco distruttore. La Sindone è minacciata da un reale pericolo: la temperatura interna è molto alta e spezzoni di materiale incandescente cadono sul coro dove è custodita la reliquia.

Compromessa ogni possibilità di aprire il meccanismo della teca, uno dei vigili decide di frantumarla con una mazza. I cristalli a prova di proiettile cominciano a frantumarsi sotto i possenti colpi. Dopo una quindicina di interminabili minuti, all’1.30 di quella notte, la Sindone è salva. Mario Trematore, l’eroico vigile, esce con i suoi colleghi trasportando a braccia l’involucro.

Il cardinale Giovanni Saldarini, arcivescovo di Torino, pochi giorni dopo dichiarò: «L’incendio ha bruciato tutto quello che trovava, tranne quel lenzuolo di lino. Ciò ha dimostrato l’intervento miracoloso della Provvidenza, che non ha permesso fosse scalfita la Sindone ed ha lanciato un messaggio di speranza».

Trematore, cosa ricorda di quei terribili momenti?

«Dal mio balcone, oltre i tetti delle case, mia moglie Rita e i miei due figli, Jacopo e Chiara, vedono grandi nuvole di fumo scendere sulla città: il duomo sta bruciando. Pur non avendo obblighi di servizio, decido di intervenire. In casa ho una vecchia giacca, scolorita dagli anni e consumata da tante arrampicate in montagna. Sulla manica, quasi all’altezza della spalla, avevo cucito un distintivo dei vigili del fuoco. La indosso, infilo un paio di stivali e corro lì. In 22 anni di lavoro pensavo di averne visti tanti di incendi, ma uno così terrificante da gelarti il sangue nelle vene non mi era mai capitato. All’interno del duomo la cappella si sbriciolava sotto l’urto delle fiamme e il crepitare insistente aumentava la mia voglia di fuggire. Potevo farlo in qualsiasi momento. Non avevo pensieri né per il capolavoro del Guarini, né per l’uomo muto della Sindone. Avevo altro in mente: la mia vita e quella dei miei colleghi».

Eppure lei ha deciso di provare a mettere in salvo la Sindone benché fosse protetta da un vetro blindato…

«Ancora oggi non so spiegarmi cosa sia successo, ma il vetro antiproiettile, sotto i colpi della mazza, si sbriciolava come sabbia. Sono stati momenti drammatici e la paura di morire fa affiorare alla mente i ricordi più belli e le persone che ami. Non era l’incendio a minacciare la distruzione della Sindone, ma l’eventuale crollo della cappella, che avrebbe seppellito pompieri e telo. È stato faticoso, ma dentro di me sentivo una forza che non era umana».

Dopo quella notte quali sono state le reazioni della gente e dei colleghi?

«Qualcuno per la strada mi riconosceva e mi allungava la mano per un saluto e un complimento. Qualcuno, invece, mi fermava e mi chiedeva: “Sei tu quello che ha salvato la Sindone?”. Alla mia risposta affermativa ricevevo uno sputo in faccia, o peggio venivo preso a calci, come hanno fatto due ragazzi mentre portavo la mia cagnetta Luna a una passeggiata nel parco. Il mio gesto aveva provocato anche polemiche. Per quanto riguarda le reazioni dei miei colleghi, alcuni condividevano la felicità, altri si mostravano inspiegabilmente invidiosi. Ma fra le tante lettere ricevute rimasi toccato dalle parole di due sacerdoti: il gesuita Vitale Savio, che diventerà mia guida spirituale e amico carissimo, e padre Egidio Tocalli, medico missionario dei Comboniani nel nord dell’Uganda, che mi scrisse: “Ho visto il tuo volto sudato e felice con le tue mani ancora sporche di sangue e di schegge di vetro e ho benedetto te e quanti hanno salvato il Lino della Sindone. Vedi, caro Mario, io credo con tutto il cuore che la Sindone è il regalo di Dio a tutti noi; la prova che Gesù ha sofferto la terribile morte dei crocifissi. Con la differenza che Lui è morto per mio amore, per tuo amore, per amore di tutti”».

Cosa rappresenta la Sindone per lei oggi?

«Mi è difficile dare una risposta, in quanto ciò che rappresenta non può tradursi in qualcosa di spiegabile con le parole. La ragione non può spiegare il mistero. Può solo viverlo come atto di fede. Però posso dire che la Sindone rappresenta per me il mio compagno di viaggio in questa vita terrena. Dopo l’incendio mi sono posto tante domande: chi ero in quel momento? Un pazzo spericolato? Un eroe? Un esibizionista a caccia di gloria? No. Semplicemente un uomo disposto a rischiare la propria vita quando ne vale la pena. Per salvare un altro essere umano, per salvare valori dell’arte e della cultura, per salvare simboli sacri di qualsiasi religione».

Da quella esperienza so che è nato un cammino spirituale. Ce ne vuole parlare?

«I segni della passione lasciati impressi su quel lenzuolo rimandano a Gesù. Lui ha scelto la via dell’umiltà e del servizio, anzi, Lui in persona è questa via. Il Maestro ha tracciato quella strada duemila anni fa e io, dopo quell’incontro così misterioso e drammatico, provo a seguirla, pur rimanendo un peccatore. In questi anni ho fondato due piccoli gruppi, uno a Torino e l’altro a Bari, dal nome Il Mandylion (in greco antico significa “telo”: con questo nome la tradizione orientale indica la Sindone, ndr). Ci riuniamo una volta al mese, con la guida spirituale di Adrian Hancu, sacerdote cattolico di rito bizantino, e di Giampietro Casiraghi, missionario della Consolata e docente universitario di Paleografia latina. Tocchiamo molti temi spirituali, dalla preghiera alla concretizzazione dell’amore divino. Al termine di ogni incontro ci fermiamo per condividere il cibo preparato da ciascuno di noi e per donare un’offerta da destinare ai più bisognosi».

rilevatore Ersilio Teifreto

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