“Le società che smarriscono il senso del sacro sono destinate a morire”.
“Le società che smarriscono il senso del sacro sono destinate a morire”.
di Michele Rutigliano
“Le società che smarriscono il senso del sacro sono destinate a morire”. Volete sapere chi ha scritto questa frase? Un Teologo, un Dottore della Chiesa o un grande Uomo di fede? No! Queste parole le pronunciò, diversi anni fa, un grande scrittore portoghese, Premio Nobel per la letteratura: Josè Saramago. Una persona non credente, eppure animata da una intensa religiosità e dalla ricerca di senso. Questa sua riflessione risuona in profondità, soprattutto quando si osservano le feste patronali nel nostro Sud. Eventi che vanno ben oltre la semplice celebrazione religiosa, rappresentando invece un tessuto connettivo intimo e vitale per tutte le comunità coinvolte. In queste manifestazioni, la Storia, la Fede e la Cultura popolare si fondono. E offrono uno sguardo privilegiato sul senso del sacro che resiste, si evolve e continua a forgiare l’identità collettiva.
Dalle radici pagane alla devozione cristiana: un ponte tra antico e moderno
Non si può comprendere appieno la profondità delle feste patronali, senza fare un passo indietro nella storia, con lo sguardo rivolte alle società animiste e precristiane. In un mondo in cui la natura era percepita come abitata da forze divine e spesso capricciose, l’uomo cercava costantemente di ingraziarsi gli Dèi con riti propiziatori e augurali. Le feste pagane, dedicate a divinità legate alla fertilità della terra, al ciclo delle stagioni o alla protezione dalle calamità naturali, erano intrise di una profonda necessità di invocare clemenza, abbondanza e protezione. Cerimonie con offerte, danze e processioni miravano a stabilire un legame, un patto con il divino per assicurare la sopravvivenza e la prosperità della comunità. Con l’avvento e la diffusione del Cristianesimo, questa urgenza di protezione e benedizione non svanì, ma trovò nuove espressioni e nuovi intercessori: i Santi cristiani. Figure eroiche, spesso martiri, che avevano testimoniato la loro fede con la vita, divennero i nuovi garanti celesti. Il Santo Patrono, in particolare, ereditò gran parte delle funzioni protettive e propiziatorie delle antiche divinità pagane. La sua scelta, legata spesso a eventi miracolosi, a presenze storiche sul territorio o a particolari epidemie debellate, sigillava un legame indissolubile tra il protettore celeste e la comunità terrena. Così, le feste dedicate ai Santi Patroni divennero le nuove manifestazioni di quella atavica ricerca di sicurezza e protezione divina.
Il Santo Patrono: un faro di speranza per il corpo e l’anima
Cosa rappresenta e che senso produce, dunque, la Festa del Santo Patrono nel cuore delle popolazioni del Sud? Per i poveri contadini, la cui vita era scandita dai ritmi della terra e segnata dall’incertezza dei raccolti, il Santo Patrono era colui che invocava la pioggia al tempo giusto o allontanava la siccità, che proteggeva il bestiame dalle malattie e assicurava la fertilità dei campi. Era il garante della sussistenza, colui che teneva lontana la fame. Per le persone ammalate, in un’epoca in cui la medicina era rudimentale e la sofferenza spesso ineluttabile, il Santo Patrono era il guaritore, il taumaturgo. Non solo colui che “guarisce dalla peste”, ma che allevia ogni sofferenza fisica e spirituale, al quale si rivolgevano con voti e promesse, sperando in un miracolo che restituisse salute e dignità. Nell’inno a San Rocco, il nobile e Santo Taumaturgo di Montpellièr , i fedeli, in una strofa, cantavano in latino “Ductus tua sola manu, omnes sanasti infirmos letali tactos vulnere” (“Guidato solo dalla tua mano, guaristi tutti gli ammalati, colpiti dal terribile morbo”). Gli ex-voto che adornano le chiese sono testimonianza tangibile di questa fede incrollabile nella sua capacità di intercedere e operare prodigi. E per i figli che si avviavano ad affrontare le durezze e le asperità della vita, il Santo Patrono era il protettore, la guida, il modello di virtù. Era colui che invocava pace in tempi di guerra, benedizioni sui nuovi matrimoni, prosperità per le attività nascenti. La sua figura rappresentava un punto di riferimento morale e spirituale, un baluardo contro le insidie del mondo e le fragilità umane. E qui mi vengono in mente alcuni tra i più illustri e venerati Patroni della mia Basilicata: La Madonna della Bruna a Matera, San Gerardo a Potenza, San Rocco, soprattutto a Tolve, a Ferrandina e a Pisticci. Il Santo Patrono, in poche parole, era ed è un faro di speranza che illumina la quotidianità e offre conforto di fronte all’ignoto e ai tanti pericoli della vita. È l’incarnazione di una fiducia profonda che la vita non sia solo fatica e dolore, ma che esista una dimensione superiore capace di intervenire e aiutare gli uomini nei momenti della paura e dello smarrimento.
La simbologia e la sua sacralità: dal mito pagano al rito religioso
La simbologia della festa patronale è straordinariamente ricca e multiforme. Ogni elemento, dalla scelta dei colori degli addobbi floreali alle melodie della banda musicale; dalla tipologia dei fuochi d’artificio alle luminarie che illuminano a giorno le strade, è intriso di un significato profondo. Le strade si trasformano in un palcoscenico a cielo aperto, dove la devozione si manifesta in una sinfonia di luci, suoni e profumi. Il culmine della celebrazione è indubbiamente la processione. Qui, la regalità del Santo o della Santa e la sacralità del rito si fondono in un’esperienza collettiva di grande impatto emotivo. La loro immagine, spesso sontuosamente vestita e adornata, portata a spalla dai devoti (i “portatori” o “confratelli”) per le vie del paese o della città, non è un semplice simulacro, ma la personificazione del sacro che si fa prossimo, che percorre le strade tra la sua gente. È un momento di profonda comunione, in cui i fedeli accompagnano il loro protettore, lo acclamano, gli offrono preghiere e richieste silenziose. Il passo cadenzato, il canto delle litanie, il profumo dell’incenso creano un’atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo, in cui la barriera tra il terreno e il divino sembra assottigliarsi. Le speranze riposte nel Santo Patrono sono immense: che protegga il genere umano dai mali del corpo – le malattie, le calamità naturali, gli incidenti – e dai mali dell’anima – le tentazioni, i peccati, la disperazione. La festa è una riaffermazione annuale di questo patto, un momento di purificazione e rinnovamento spirituale. È un atto di fede collettivo che rafforza i legami sociali, tramanda le tradizioni di generazione in generazione e rinvigorisce il senso di appartenenza a una comunità. Nelle piazze e nelle strade del Sud, durante le feste patronali, si percepisce ancora quel senso del sacro di cui parlava Saramago. Non è solo la rievocazione di antichi riti o la celebrazione di figure religiose, ma la manifestazione di una profonda esigenza umana di trascendenza, di protezione e di senso. È il battito ininterrotto di una civiltà che, attraverso le sue tradizioni più sentite, continua a dialogare con la propria storia e con la propria anima più autentica e sincera.
Nella foto San Rocco in processione nella Costa Viola
