Ottobre 17, 2017

La via francigena del nord est, La chiesa Abbaziale di SantAntonio Abate di Ranverso ricoperta di affreschi di Giacomo Jaquerio il notevole polittico di Defendente Ferrari

La via francigena del nord est, La chiesa Abbaziale di SantAntonio Abate di Ranverso ricoperta di affreschi di Giacomo Jaquerio il notevole polittico di Defendente Ferrari


 

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Arte lungo la via Francigena nel nord ovest

 

Relazione tenuta nell’ambito di formazione e aggiornamento sui Cammini d’Europa e la Via Francigena. Iniziativa promossa dal Comune di Vercelli con l’Associazione Europea delle Vie Francigene, Istituto degli Itinerari Culturali del Lussemburgo e Ufficio Scolastico Provinciale di Vercelli.

 

La presenza di opere d’arte figurativa nell’ambito territoriale piemontese sono molte e facilmente reperibili lungo i percorsi viari maggiormente coinvolti dal passaggio di mercanti e viandanti, di ogni estrazione sociale, oltre che da pellegrini intenti a portarsi ad loca sancta, come ebbe a dire e a sollecitare sant’Eusebio nel rivolgersi al popolo vercellese dal suo esilio in Scitopoli. Percorsi viari dovuti alla civiltà romana, artefice e realizzatrice di un assetto viario efficiente e indistruttibile (voluto, purtroppo, non solo come opera di pace) esteso fino ai confini del suo vasto dominio ai limiti dell’attuale Europa e oltre. < L’efficienza era tale da consentire ad un inviato del Senato di Roma di annunciare a Galba l’avvenuta morte di Nerone: il tempo per raggiungere la meta fu solamente di trentasei ore per coprire 500 chilometri. > [1]
Roma gestì una rete viaria di circa centomila chilometri. Ogni chilometro era segnato da un cippo che indicava le distanza dalla città più vicina. Ogni trenta chilometri c’erano delle mansiones, corrispondenti a circa una giornata di viaggio, e, tra una mansio e l’altra, circa cinque mutationes dove si poteva essere ospitati ed eventualmente fruire del cambio di cavalli. Sarà proprio su questi luoghi che sovente si formarono stanziali agglomerati abitativi giunti sino a noi. Ora, in età augustea (fine I sec. a.C./70 d.C.) Vercellae veniva già a trovarsi nell’importante condizione di città epicentrica del nord-ovest, assegnata alla XI Regio Transpadana, con un ruolo non inferiore a Mediolanum o ad Augusta Taurinorum, anzi, ancor più, poiché su di essa giungevano gli assi viari ultramontani del Grande e Piccolo San Bernardo.
Su Vercelli convergevano e divergevano le grandi vie consolari. Dal nord-est la Postumia, che a Verona si sdoppiava su due tracciati, comunque convergenti su Vercelli: uno toccava Brixia, Bergomum, Milano, Novaria; l’altro verso Cremona, Placentia, Ticinum (divenuta Papia nel VII sec.), Laumellum. Dall’Italia centro-meridionale giungeva in Piemonte la via Aemilia (alla quale s’univano la Cassia e la Clodia) e da Piacenza la Postumia; oltre all’Aurelia che da Genova si portava a Dertona e, da qui, a Lomello.

Dall’Oltralpe si aprivano i valichi del Mons Matrona, Mons Cinisius e dei Colli del Grande e Piccolo San Bernardo. Da questi colli, per giungere a Vercelli (per ora citando solo i centri più significativi), si transitava da Augusta Praetoria (fondata nel 25 a.C. dal Console Aulo Terenzio Varrone come colonia di pretoriani), Eporedia (toponimo latinizzato dalla lingua celtica: epo/cavallo, reda/carro a quattro ruote), Vicus viae longe (ribattezzata successivamente Sancta Agata per volere di Teodolinda a seguito della conversione al cristianesimo), quindi Vercelli.
Mentre, provenendo dal Moncenisio e dal Monginevro, si toccavano Julia Taurinorum (Cesare) rinominata Julia Augusta Taurinorum (Ottaviano), Clevasius, da qui si dipartivano due itinerari convergenti su Vercelli: il primo toccava Crescentus, Palaciolo (o Palatiolo), Tritino (già Rigomagus), Deciana o Dexana; il secondo, Salucla, Liburnus, Blandius e da qui, ossia Bianzè, due opportunità per giungere nella nostra città: Viancino, Cascine Stra, oppure Torenciano e Sancto Germano: toponimo dovuto alla memoria del santo di Auxerre (c. 378/448, Ravenna) che passò da Vercelli nel 425 durante uno dei suoi viaggi di predicazione.

Tra i percorsi citati rimane specificatamente francigeno quello proveniente dal Gran S. Bernardo e diretto verso Lomello e Pavia, quindi il percorso praticato dall’abate Sigerico, intorno all’anno 990, nel suo viaggio di andata e ritorno a Roma.

Prendiamo allora in considerazione i luoghi che più possono essere interessanti per motivi di presenze d’arte o di promozione sociale nella organizzazione ospitaliera riservata in particolare ai pellegrini.

Al Colle del Gran S. Bernardo (il Mons Iovis romano), luogo d’elezione sulla strada consolare delle Gallie, e sede di “mansiones”, fin dal V sec. si era installata una presenza benedettina. Poi, poco dopo l’anno 1000 (1035/1050), sorse quel luogo di ospitalità assai organizzato dovuto a S. Bernardo di Mentone o d’Aosta (Novara,+1081), organizzazione confermatasi fino ai nostri giorni, anzi i canonici regolari di S. Agostino, che gestiscono l’attuale edificio, costruito nel 1821, offrono ancor oggi ospitalità gratuita ai bisognosi, e costituiscono un lodevole volontario presidio in un luogo che è innevato per ben nove mesi all’anno con temperature veramente da brividi.
Da qui inizia la via ricordata come “via publica domini comitis”, in memoria dei signori di Savoia, che si conclude a Roma.

 


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Volendo seguire l’antica strada romana, ancora percorribile, in due ore e mezza si giunge, con un balzo dal Colle di circa 860 metri, a Saint-Rhémy-en-Bosses, sede di una submansione: luogo che è memoria di san Remigio (c.438/c.530) vescovo di Reims, colui che convertì Clodoveo, conversione culminata solennemente con il suo battesimo nel Natale del 496.
Etroubles: conserva ancora l’antico nucleo abitativo che offriva una ospitalità organizzata dopo quella fruita al Gran S. Bernardo.
Gignod: ha una Parrocchiale che custodisce un interessante ciclo d’affreschi del ‘400 con diverse tematiche e dotata di uno dei campanili più belli della Valle. La chiesa é intitolata a S. Ilario di Poitiers (c. 315/ c. 367) strenuo difensore dell’ortodossia nel contrasto ariano e autore di vari scritti d’esegesi.
Quindi si è ad Aosta fondata sul modello dei castra romani, alla confluenza del torrente Buthier nella Dora Baltea. Le vestigia romane sono la testimonianza della grande organizzazione urbanistica e celebrativa romana: l’Arco d’Augusto, la Porta Pretoria, i resti del Foro, il criptoportico, il teatro, l’anfiteatro, le mura, il ponte sul Buthier, sono edifici affascinanti e di notevole impatto visivo.
E poi la Cattedrale, dedicata all’Assunta, che risale all’epoca del grande vescovo Anselmo (Aosta, 1033/Canterbury, 1109), colui che formulò la prova ontologica dell’esistenza di Dio. Cattedrale costruita su una preesistente chiesa paleocristiana. Purtroppo l’attuale edificio subì rifacimenti giunti fino al XVI sec. e la facciata è ormai ottocentesca (1848). Nel sottotetto, al di sopra delle volte, sono visitabili dipinti romanici notevolissimi, databili all’XI sec. L’atrio antistante possiede affreschi (1520/1530) che sono riconducibili alla scuola di Giovanni Martino Spanzotti e, per alcuni studiosi, riferibili stilisticamente al nostro Gaudenzio Ferrari. Eccezionali i mosaici policromi pavimentali nello spazio del presbiterio (XII sec.) con la rappresentazione allegorica dell’anno solare circondato dai simboli dei dodici mesi e i quattro fiumi del Paradiso Terrestre. Prestigioso è poi il Museo del Tesoro della Cattedrale con il famoso < dittico d’avorio, del 406, offerto da quell’Anicio Petronio Probo, famulus v(ir) c(larissimus) c(onsul) ord(inarius), al D(omino) n(ostro) Honorio semper Aug(usto); il monumento tombale, presunto, ma non corrispondente cronologicamente, del conte Tommaso II di Savoia, steso in arme sul sepolcro con scudo dominato dall’aquila, il motto FERT e il leone con il collare ornato dalla croce sabauda. Infine il messale con, tra altre immagini e miniature, una delicatissima Crocifissione dipinta da Giacomo Jaquerio. E, ancora, la Collegiata di S. Orso fondata nel V sec., anch’essa con un ciclo d’affreschi dell’XI sec. e, presso il Priorato, l’affresco del 1470 dedicato a Giorgio di Challant. Ma la cosa più esaltante in S. Orso è il chiostro, unico esempio in tutta l’Italia Settentrionale, con i suoi capitelli che illustrano storie dell’Antico e Nuovo Testamento, ma anche temi profani, come la favola della volpe e della cicogna o figure tipiche dell’immaginario medievale. In uno dei capitelli si legge la data (1133, ma sarebbe il 1132 per noi) accompagnata dalla scritta … in hoc claustro regularis vita incepte est.
Simpatica e preziosa, definita dal Viale “bellissima”, è la statuetta argentea del santo titolare Orso che ha sulla spalla sinistra un uccellino, la cui presenza è giustificata nella Vita Sancti Ursi che narra: “Il Beatissimo Orso aveva acquistato un campo di grano e ne lasciava la messe agli uccelli, secondo quanto insegna il Vangelo: “guardate gli uccelli del cielo, che non seminano e non mietono” e Dio li nutre…e gli uccelli riconoscenti, quasi non fossero creature selvatiche, domesticamente si posavano sul capo e sulle mani di lui”.
Per le raccolte del Museo archeologico cito solamente il magnifico e noto balteo bronzeo (forse modellato e fuso ad Industria) con figure di lotta tra romani e barbari, databile ai tempi di Marco Aurelio (161 / 180 d.C.). > [2]
Ad Aosta era presente una struttura d’accoglienza gestita dagli hospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.

 


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Intanto la strada, in tutta la valle, continua a seguire il corso della Dora Baltea.
Saint-Christophe. Ha una Parrocchiale d’impianto romanico (XII sec.) con un possente campanile. Presso la chiesa sorgeva un lebbrosario che fu attivo fino al 1425.
Saint-Marcel. Aveva un legame diretto con l’agro vercellese: per un attivissimo commercio delle macine da mulino.
Saint-Vincent. La cui notorietà ebbe inizio nel 1770 quando l’abate, Jean-Baptiste Perret, scoprì una sorgente d’acqua minerale con qualità salutari. Ma già in età romana (II / III sec.) era nota un’acqua termale che si esaurì nel V sec.
Montjovet, con un presidio di ospitalità a cura dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, ancora riconoscibile, come edificio, in una casa colonica.
Verrès. Centro storicamente modesto (al di là del tetragono castello degli Challant del 1360), ma di probabile interesse viario per essere indicato sulla Tabula Peutingeriana.
Entrati nella gola di Bard, si è dominati dall’imponenza del forte ricostruito nel 1830. Bard, “inexpugnabile oppidum”, veniva a trovarsi sul confine tra il regno di Borgogna e quello italico, per cui, mercanti e viandanti pagavano un pedaggio. Mentre i pellegrini, liberi da balzelli, potevano anche fruire di due centri di ospitalità.
Prima di entrare in Pont-Saint-Martin si può tranquillamente percorrere un tratto autentico e immutato della via consolare romana (I sec. a.C.) realizzata tagliando un costone roccioso lungo 222 metri, con una sezione trasversale della carreggiata di 4,76 metri, carreggiata che è in viva roccia (senza il basolato consueto costituito da basoli poligonali), solcata da profonde tracce dovute al logorio delle ruote dei carri. Su questo tronco di strada si è ricavato un arco, sempre nella viva roccia, che ebbe funzione di porta d’ingresso all’agglomerato abitativo medievale. Il transito su questo manufatto è stato frequentato fino alla metà dell’800.
Pont-Sanit-Martin è custode di un’opera d’arte architettonica d’eccellenza, risalente al I sec. a.C., il ponte romano sul torrente Lys; ha una luce di 30 metri e un piano stradale di 4,65.
Prima di entrare in Ivrea, Settimo Vittone merita di essere ricordato e visitato per il complesso edificio alto-medievale di S. Lorenzo, costituito dalla chiesa e dal battistero, oggi tutelato e gestito dal FAI.

 


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Siamo ad Ivrea, ricca di storia e veramente bella (non perché l’abbia detto Carducci nella sua ode “Piemonte”). Città vincolata alla diocesi di Vercelli fino al VII sec., poi divenuta sede vescovile autonoma.
La Cattedrale, dedicata alla Vergine, risale al IV sec., ma venne ricostruita intorno al Mille. Vista esternamente si vedono un possente tiburio e due campanili a base quadrata, posti ai lati del presbiterio, disposizione originale e abbastanza inconsueta. Purtroppo a metà ‘800 subì un prolungamento della facciata che ne ha snaturato l’armonia romanica. Un interessante mosaico pavimentale, originariamente ubicato nel presbiterio, è stato trasferito presso il Seminario. Mosaico che ha analogie riferibili alla Cattedrale d’Aosta, al duomo di Casale e alla nostra distrutta basilica di S. Maria Maggiore.
Notevolissima opera pittorica è presente nella chiesa francescana di S. Bernardino, dovuta a Giovanni Martino Spanzotti, che raccontò la Vita e la Passione di Cristo (discussa è la data dell’opera che viene comunque collocata tra la fine del ‘400 e il primo decennio del ‘500).
Inoltre, un riferimento di pellegrinaggio è dovuto al vicino colle del Monte Stella dove sorge l’antica cappella dei Tre Re, con affreschi influenzati dalla presenza dello Spanzotti ad Ivrea, cappella corredata di un presepe ligneo policromo, oggi depositato nel Museo Civico Garda ricco, tra l’altro, di testimonianze romane.
Ad Ivrea vi erano due ospizi: uno gerosolimitano, l’altro curato dai Templari; ed era un luogo di grande transito, sia di pellegrini come di mercanti, entrambi di varia nazionalità, come testimonia un documento che cita il passaggio di “Francigeni, Burgundi, Lombardi, quilibet (qualsiasi) de Anglia, et de Scocia et quilibet qui sit de Engleterra, quilibet de Colonia”.

Nel costeggiare il lago di Viverone, su entrambe le sponde, si toccano Roppolo e Cavaglià dove sorgeva un luogo di accoglienza intitolato a S. Tommaso. Appena usciti da Cavaglià, a sinistra presso il camposanto, campeggia il santuario secentesco di S. Maria di Babilone dove è custodito un bassorilievo policromo, del tardo ‘200, con l’Adorazione dei Magi, indizio di una devozione peregrinante da mettere in relazione con la chiesetta dei Tre Re del Monte Stella ad Ivrea.

 


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Ed eccoci a Santhià provvista di diverse strutture d’accoglienza: < quella di S. Giacomo (dipendente dall’antica abbazia della Bessa), un’altra gestita dall’Ordine dei Cavalieri di Gerusalemme e, ancora, di S. Bernardo e del Santo Salvatore. > [3] La quantità ospitaliera santhiatese è testimonianza di una elevata frequenza di viandanti.
Edificio di rilevanza architettonica è la chiesa parrocchiale risalente al X sec., ma rimaneggiata nel ‘500 e ricostruita nel 1836 in stile neoclassico dall’architetto Giuseppe Talucchi. D’epoca medievale sono rimasti il campanile e la cripta dedicata a S. Stefano da non trascurare per una visita. In questa chiesa, all’inizio della navata a sinistra, vi è una delle opere più note di Gerolamo Giovenone: un polittico su due registri e dieci scomparti con la Madonna e il Bambino e i santi Lucia, Stefano, Agata, Ambrogio, Rocco (in abito da pellegrino con bordone, cappello e distintivo delle chiavi incrociate), l’arcangelo Michele, Giovanni Battista e S. Sebastiano. Santa Caterina d’Alessandria è andata perduta a causa di un furto.
< Tra San Germano, del quale s’è fatto cenno, e la località Cascine Stra, vi è la cascina Cadè (Domus Dei), casa ospitaliera…collegata all’abbazia francese di Saint-Foy-de-Conques, mediante il priorato di Santa Fede di Cavagnolo (presso Crescentino)…nata per l’assistenza ai pellegrini italiani diretti a Santiago de Compostela. > [3]
Da Cascine di Stra, intitolata a S. Giacomo e retta dai Canonici Mortariensi, prima di entrare in Vercelli, si passava presso ciò che rimane della cascina San Bartolomeo sede di un hospitale.

 


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In Vercelli < Fin dal 1115 si ha notizia di un hospitale Sancti Eusebii, annesso con ogni probabilità all’ordine canonicale della Cattedrale. > [3] Al XII sec. (1162) apparteneva pure < l’hospitale Scotorum dedicato a S. Brigida (protettrice della Scozia), istituito per l’accoglienza dei pellegrini provenienti dalle isole britanniche. > [3] Mentre l’Ospedale detto del Fasano, dal nome del fondatore Faxana de Simone, accoglieva i pellegrini francofoni. Nel 1223, per la lungimiranza del cardinale Guala Bicchieri, veniva fondato, accanto all’abbazia di S. Andrea, uno xenodochium che, 23 anni più tardi, si trasformerà in nosocomium, quindi, non più luogo di esclusiva ospitalità, ma luogo di cura e di assistenza medica per chi ne aveva bisogno. A Vercelli erano anche attivi gli ospedali del Santo Sepolcro, di S. Leonardo, di S. Anna (divenuto nel 1474 sede di confraternita), del Carmine, di S. Lorenzo, di S. Lazzaro (per gli eventuali lebbrosi) e di S. Maria della Carità o di Fra Marco.
Inoltre, nella nostra città, erano presenti una domus templare in S. Giacomo d’Albareto (la presenza dei Templari a Vercelli potrebbe risalire al 1145) (l’Ordine Templare venne sciolto da Clemente V nel 1312, ma già nel XII sec. erano stati cacciati dalla Sicilia per ordine di Federico II) e un altro ospizio governato dall’Ordine Mortariense, ed infine quello di S. Graziano, ubicato dove, nel 1754, venne costruito il complesso, quale sede delle Clarisse, su progetto di Bernardo Vittone.
< L’ordine Mortariense è stato particolarmente attivo e rigoroso nelle opere di pietà, al pari di altre istituzioni religiose come quelle dei Crociferi e dei Betlemiti. > [4]

 


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Scendiamo ora dal Moncenisio. Primo luogo d’incontro è l’abbazia benedettina di Novalesa fondata nel 726: purtroppo distrutta dai Saraceni nel 906 e, dopo un lungo abbandono, ricostruita e riportata alla sua dignità religiosa. Dal 1973 è stata riaffidata ai Benedettini che vi hanno organizzato un laboratorio d’alto livello scientifico per il restauro dei libri.
Accanto all’abbazia sorgono quattro cappelle, delle quali la più nota è quella dedicata a S. Eldrado che dell’abbazia fu abate dall’822 all’840. La notorietà è dovuta ad un complesso ciclo d’affreschi (XII sec.) tra i quali è presente la vestizione di Eldrado, prima di intraprendere un suo pellegrinaggio, consegnandogli la pellegrina (o sanrocchino o schiavina) e la bisaccia.
Susa: la romana Segusium (a partire dal 63 d.C.), dove confluiscono le vie del Moncenisio e del Monginevro e dove, dal 906, fu occupata per cinquant’anni dai Saraceni
Testimonianze considerevoli romane sono offerte dalla cosiddetta Porta Savoia, accanto alla quale si edificò la Cattedrale (dedicata ai santi Giusto e Mauro) nella prima metà dell’XI sec., ma con strutture preesistenti come il battistero (IX sec.). Nella Cattedrale è collocata una bella natività di Defendente Ferrari. Sempre monumenti romani sono i resti dell’anfiteatro e, soprattutto, l’arco eretto per volere del prefetto Cozio I in onore di Augusto (9/8 a.C.); alla sommità dell’arco sono stati scolpiti due bassorilievi che rappresentano rispettivamente il patto d’alleanza tra Augusto e il popolo segusino e il rito sacrificale detto “su/ve/taurilia”: ossia il sacrificio di una scrofa, di una pecora e di un toro.
A Susa sorgevano < una domus helemosinaria (1170), una mansio templare (1185), un ospedale retto dagli Antoniti (1188), e una casa dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. A tutti veniva garantito “panis et aqua et coquina et eciam carnes tribus diebus septimana et lecti secundum possibilitatem hospitalis”. > [3]
A Bussoleno, da Susa raggiungibile evitando la strada statale, sulla facciata di quella che fu una locanda medievale, sono ancora visibili le tracce di dipinti con i gigli di Francia e il leone inglese, oltre ai resti di un hospitale trecentesco. [5]
Proseguendo il nostro cammino non mancano altre tracce (San Giorgio, San Didero, Borgone di Susa) rivelatrici del passaggio di pellegrini, quindi si avvista il monastero-fortezza della Sacra di San Michele (962 m.s.l.m.).
Costruzione imponente, “multistrati”, affascinante, fiabesca.
Fondata intorno al 985 (da Ugo di Montboisser) per farne un centro benedettino. Già ci stupisce la presenza di quella porta dello Zodiaco, con le storie di Sansone e Abele ed altre figure dell’immaginario medievale, dovute a Nicolò (1120 c.) che sarà poi operoso a Piacenza, Verona e Ferrara.
La chiesa superiore, che lascia affiorare dal pavimento la cima rocciosa del monte Pirchiriano sulla quale fu costruita, è tutta da visitare e osservare per le imponenti strutture e la dovizia di opere pittoriche. Già è intrigante l’altare ricavato da un’ara pagana; poi ci sono da considerare, con particolare attenzione, due opere di Defendente Ferrari: la “Madonna col Bambino e i santi Michele e Lorenzo” e un magnifico trittico.
Avigliana con l’ospedale di S. Martino. La chiesa romanico-gotica di San Giovanni (1280/1320) è, sotto l’aspetto pittorico una prestigiosa “galleria” dedicata a Defendente con tre sue opere autentiche e altre tre presunte o con aiuti; oltre una “S. Orsola e compagne” tavola del nostro Gerolamo Giovenone. < Curiosa notizia relativa ad Avigliana (desunta dalla guida “Piemonte” del T.C.I.) è la recente presenza del costituito Ecomuseo del Dinamitificio Nobel, fondato nel 1872 e attivo fino al 1965, dove, quando già non era più un dinamitificio, ma Duco-Montecatini, lavorò, tornato dal campo di concentramento, il chimico Primo Levi che, proprio durante le pause di lavoro, scrisse “Se questo è un uomo”. > [6]
S. Antonio di Ranverso. Sede principe degli Antoniti ordine monastico promosso da S. Antonio abate.
La chiesa abbaziale è tutta ricoperta di affreschi con un massiccio intervento di Giacomo Jaquerio e qualche suo collaboratore. Notevolissima, e tutta di Jaquerio, è la “Salita al Calvario”, e altrettanto notevole il polittico di Defendente Ferrari (1531), con aiuti, voluto per voto fatto da Moncalieri onde scongiurare una pestilenza. Presso la chiesa è superstite, e in ottimo stato, la facciata di quello che fu l’annesso ospedale dove veniva curato il “fuoco sacro” (ignis sacer), ossia l’erpes zoster oltre all’erisipela, ma si assistevano anche coloro che avevano contratto l’ergotismo cancrenoso dovuto ad ingestione di segale cornuta, ossia quella segale infestata da un fungo che assumeva nella cariosside una conformazione a sperone (ergot in francese). Quest’ultima malattia, che assumeva anche gravità epidemiche, era causata da quel fungo velenoso nel quale vi era la presenza di ergotamina, un vasocostrittore che provocava il restringersi dei vasi sanguigni portando alla cancrena. Inoltre (ma è cosa scoperta solamente circa cinquant’anni fa) questo fungo conteneva acido lisergico che provoca allucinazioni, come furono registrate senza conoscerne la causa.
Divertente può essere la derivazione del toponimo “Ranverso” dovuto alla caratteristica del luogo circondato da un corso d’acqua detto nella parte a mezzogiorno, con voce dialettale, “indrit” e a mezzanotte “invers”, che nel suo scorrere in un ansa semicircolare sembrava che l’acqua fluisse in senso contrario, da cui il toponimo “Ranverso”.

 


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E siamo a Torino. Considero Augusta Taurinorum solamente sotto l’aspetto dell’impianto d’età augustea delimitato dalle mura con le quattro porte corrispondenti al Cardo e al Decumano dove sul Decumano, verso nord-est, si apriva la Porta principalis sinistra, ossia Porta Palatina, da dove iniziava la strada che conduce a Vercelli.
Quindi da Torino, attraverso Settimo Torinese si giunge a Chivasso e da qui, come già detto, due possibilità di percorso: una portava a Crescentino, Palazzolo, Trino e Desana; l’altra, sempre da Chivasso, a Saluggia, Livorno, Bianzè e, da Bianzè, altre due opportunità viarie: Viancino, Cascine Stra, oppure Tronzano, San Germano per essere ancora a Cascine Stra. Località, quest’ultime, apparentemente meno storicizzate, ma sicuramente non prive d’interesse. Qualcuno già si è attivato lodevolmente per scoprire la storia del suo grande o piccolo paese e, addirittura, per offrire ospitalità ai pellegrini: mi riferisco a Lamporo, località nel cuore delle Grange.
Al riguardo voglio ricordare che la nostra recente Associazione Amici della Via Francigena ha tracciato in modo capillare un percorso, da Santhià a Vercelli, che evita al massimo il passaggio sulla strada statale n.11.

Chivasso. Patria di Defendente Ferrari del quale è conservata nel Duomo una sua opera giovanile con la rappresentazione della “Deposizione dalla croce”. Inoltre, sempre in Duomo, vi è un gruppo plastico di terracotta policroma con il “Compianto su Cristo morto”, opera considerevole della fine del ‘400.
Molto interessante è comunque la facciata in cotto con imponente portale a ghimberga, rosone e gran ricchezza di figure e decorazioni.
Crescentino. Fu borgo franco di Vercelli (1242). La sua parrocchiale, dedicata all’Assunta, possiede tele del Moncalvo e del Beaumont.
Nella chiesa di S. Bernardino una tela con la scena della “Circoncisione” del Caravoglia (1667), è stata recentissimamente restaurata e storicizzata.
Presso il santuario della Madonna del Palazzo si ha la curiosità di quel campanile straordinariamente spostato dal capomastro Crescentino Serra.
E poi San Grisante con la sua chiesa corredata dal campanile più alto della Diocesi vercellese. E, ancora, San Genuario: prima fondazione benedettina (707) nell’ambito dell’agro che vedrà sorgere le nostre Grange.
Palazzolo.
Fontanetto Po: la cui parrocchiale è stata probabilmente progettata da Guglielmo da Volpiano; e la chiesa di S. Sebastiano: struttura medievale con affreschi degli inizi del XV sec.
Trino. La Basilica di S. Maria in Insula, l’importante e poco noto Museo Irico, la parrocchiale di S. Bartolomeo con decorose opere del Guala e del Giovenone.
Desana.

Ripartiamo da Chivasso. Si passa da Torrazza Piemone, Livorno Ferraris e, poco distante, Santa Maria d’Isana, submansio della domus templare di S. Giacomo d’Albareto a Vercelli, e unico edificio templare del Piemonte che abbia conservato le strutture del XII sec.
Bianzè. Nella parrocchiale di S. Eusebio vi sono quattro opere di Defendente Ferrari con le figure dei Santi Agata, Apollonia, Gottardo e Martino, che potrebbero essere le ante di quel grande polittico, detto di Bianzè, che campeggia nel Salone del Museo Borgogna, < riconosciuto come uno dei più alti raggiungimenti dell’arte piemontese rinascimentale > [7]
Da Bianzè, si è già detto, si giungeva a Vercelli da due vie diverse.
Però vorrei andare oltre Vercelli per almeno ricordare tre località francigene di notevole spessore storico e d’arte:
Robbio, con il piccolo gioiello della chiesa di S. Pietro (XIII sec.) e la finalmente recuperata chiesa di San Valeriano;
e Mortara, con la chiesa di Santa Croce risalente al 1080, ed infine, presso Mortasa, l’Abbazia di sant’Albino: tutta da scoprire per arte, storia, leggende. Per chi non ha avuto occasione di visitarla sarà sicuramente una gradita sorpresa.

Mario Guilla, aprile 2008

 


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[1] I. Montanelli. Storia d’Italia. Milano, 1974 (ritorno)
[2] V. Viale, M. Viale Ferrero. Aosta romana e medievale. Torino, 1966 (ritorno)
[3] R. Stopani. Guida ai percorsi della Via Francigena in Piemone e Valle d’Aosta. Firenze, 1998 (ritorno)
[4] R. Stopani. La via Francigena in Lombardia. Poggibonsi, 1998 (ritorno)
[5] Oliveti, Foschi, Moretti. La Via Francigena. Arese, (MI), 1995 (ritorno)
[6] Piemonte, TCI. Piemonte. Pioltello (MI), 2005 (ritorno)
[7] C. Lacchia, A. Schiavi. Museo Borgogna, storia e collezioni. Cologno Monzese, (MI), 2001 (ritorno)

Torino e Valle d’Aosta – TCI. Pioltello (MI), 2005
Piemonte – TCI. Pioltello, (MI), 2005

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