Aprile 28, 2022

La Regola di Sant’Antonio Abate il Grande Antoine Mokbel. Fare conoscere all’Occidente la vita di Antonio l’eremita.

La Regola di Sant’Antonio Abate il Grande Antoine Mokbel. Fare conoscere all’Occidente la vita di Antonio l’eremita.

LA REGOLA DI SANT’ANTONIO IL GRANDE

Antoine Mokbel

Estratto da ” Parole de l’Orient“, vol. 2, n° 2 (1966) – Université Saint-Esprit, Kaslik [Libano].


INTRODUZIONE.

Alla fine del terzo secolo, e per tutto il quarto secolo, ci fu in Egitto una vera diffusione di anacoresi tra gli individui di tutte le classi. Questa corsa verso il deserto è legata alla figura di Sant’Antonio, il padre dei monaci. Antonio, dopo aver ascoltato la voce del Signore, lasciò tutti i suoi averi e si ritirò nel deserto. “Se il monaco va nel deserto, spinto dallo spirito di Dio, è esattamente per lo stesso motivo per cui, secondo i Vangeli, Cristo stesso è andato lì: per essere tentato dal diavolo; più precisamente, per essere messo alla prova dallo stesso, per provare lì vittoriosamente le sue forze, le forze della grazia divina, contro di lui ” [1].

La fama di Antonio, avendo raggiunto questo obiettivo ed avendo ottenuto la vittoria sul diavolo, si diffuse durante tutta la sua vita in tutto l’Egitto. Così narra Atanasio [2] nella “Vita di Antonio”: “molti volevano imitare il suo ascetismo … monasteri sorsero sulle montagne ed il deserto fu popolato da monaci” [3] e, dopo la sua morte, si diffuse in tutta la cristianità. Secondo sant’Atanasio fu il Cristo che gli rivelò: “Farò che tu venga ricordato dovunque” [4].

Nel Medioevo anche in Occidente l’influenza di Sant’Antonio nel movimento monastico fu grande [5]. In Oriente questa influenza fu così grande che la tradizione orientale considerava ogni monaco come un monaco di Sant’Antonio [6]. Diversi Ordini furono chiamati “Antoniani” sebbene non seguissero la Regola di Sant’Antonio [7]. I monaci maroniti non solo erano soddisfatti del nome “Antoniani”, ma nel 17° secolo seguirono la Regola che porta il nome di Sant’Antonio, poiché credevano che fosse opera del “Padre dei monaci” ed i riformatori del monachesimo maronita nel 1695 attinsero, per comporre le Costituzioni, da questa Regola e dalla vita di Antonio che era coerente con la vita cenobitica.

Ma quale era il pensiero personale di Sant’Antonio sulla vita monastica? Conosciamo la figura di Antonio dalla famosa Vita che scrisse sant’Atanasio. L’autore lo presenta come un modello di santità monastica. Ma è difficile sapere esattamente fino a che punto l’arcivescovo di Alessandria abbia introdotto le sue proprie concezioni in questo contesto.

Le sette lettere pubblicate da Gérard Garite [8] sotto il nome di Sant’Antonio, e che tutti gli autori ritengono autentiche, ci raccontano il pensiero personale di Antonio. Hanno avuto un’influenza sul monachesimo copto, arabo e georgiano [9]. Ma queste lettere non costituiscono un sistema determinato sulla vita monastica, sono piuttosto esortazioni e consigli da cui è difficile trarre una visione chiara e sintetica della pratica monastica di Antonio.

I manoscritti contengono una Regola attribuita a Sant’Antonio. È autentica? Sant’Atanasio non dice nulla al riguardo. Afferma addirittura che “Antonio non voleva imparare le lettere, per evitare la compagnia di altri ragazzi” [10] e che era analfabeta, da cui i critici hanno concluso che era impossibile attribuirgli un’opera letteraria. Questo argomento, di per sé può essere considerato valido contro l’autenticità della regola, ma non è decisivo. Dobbiamo sapere in quali circostanze sant’Atanasio disse che Antonio era analfabeta e cosa intendesse con questa affermazione. Essa si situa nella descrizione di un incontro con dei filosofi che vennero a trovare Antonio, “pensando di deriderlo perché era illetterato” [11]; quindi questi sono filosofi e non cultura elementare; “Essere letterati” significa avere una cultura letteraria e filosofica ellenica. Inoltre Sant’Antonio disse ai suoi discepoli: “i Greci vanno lontano e attraversano il mare per imparare le lettere” [12]. È chiaro che si tratta della ricerca della saggezza [13]. Antonio poteva avere una formazione di grande valore in Copto. E quando Atanasio afferma che “né scritti né saggezza profana né arte resero famoso Antonio, ma solo la pietà verso Dio”  [14] ci lascia pensare che Antonio abbia lasciato opere letterarie anche se non di grande valore. In ogni caso, il silenzio di sant’Atanasio rimane un argomento negativo contro l’autenticità di questa regola.

Un fatto più consistente si oppone all’autenticità di questa Regola. Nessuno degli scrittori di quel tempo che parlano così facilmente della persona e delle azioni di Antonio ne fanno menzione ed il silenzio è sorprendente. San Girolamo, che fu il primo a parlarci dell’esistenza di sette lettere scritte da Sant’Antonio per i suoi figli spirituali [15], non dice alcuna parola di questa Regola. Inoltre, questa Regola cita, anche se non letteralmente, la vita scritta da sant’Atanasio in modo che possiamo anche considerarla come un estratto di questa vita, in uno stile ed uno scopo legislativo e normativo. Tutti questi fatti ci portano a concludere che la stesura di questa Regola è avvenuta dopo la morte di Sant’Antonio.

STORIA DEL TESTO.

La Regola di Sant’Antonio non fu studiata come le altre regole monastiche. Non è stata sufficientemente esaminata in modo approfondito da parte dei critici. Tutti coloro che hanno parlato di questa Regola si accontentarono di parlarne di sfuggita senza soffermarsi sui dettagli e, potremmo dire, nessuno di loro ha fatto ricorso a manoscritti, ma piuttosto si sono basati sulla traduzione del “Codex Regularum” [16] o su quella di J.P. Migne [17] e, tuttavia, questa Regola si trova in numerosi manoscritti, tutti in arabo. Non pretendiamo di avere informazioni su tutti i manoscritti, ma ecco una breve descrizione di quelli che abbiamo potuto consultare.

I MANOSCRITTI. (Ndt. Ho riportato solo una parte del capitolo)

Vaticano arabo 398 (A) (XV secolo) 26 X 17; 185 fogli.

Questo manoscritto proviene dal Collegio Maronita di Roma. È una raccolta di regole monastiche, di apoftegmi e di storie dei santi padri.

Vaticano siriaco 424 (D); (XVI secolo), 19 X 17.

Questo manoscritto è di origine giacobita. Esso racchiude due volumi: il primo contiene 168 fogli ed il secondo 159 fogli ed è incompleto. Questo manoscritto tratta argomenti diversi.

Beyrouth 482 (B) del 22 aprile 1696, 22 x 15,5, pagine 444.

Charfé (Libano) 9 / 10,6 (C).

Questo manoscritto contiene solo la Regola di Sant’Antonio come il manoscritto D. È senza impaginazione ma la Regola si trova da pagina 36 a pagina 41.

La biblioteca del Cairo ha due manoscritti che contengono la Regola di Sant’Antonio insieme ad altri scritti.

Cairo 384 (XVIII secolo) (F)

Cairo 494 (1796) (G)

Gerusalemme 16 (1530) (J).

Parigi Siriaco 239 (P).

Questo manoscritto contiene la Regola ed alcune esortazioni di Sant’Antonio; fogli 107v-112r.

La biblioteca dei Padri Maroniti aleppini di Roma ha due manoscritti che contengono tutti gli scritti di Sant’Antonio.

Manoscritto n. 44 (L), 22 novembre 1706, 27 x 19; pagine 253.

Questo manoscritto è una copia fedele di Vaticano arabo 398 (A): stesso contenuto, stesso ordine dei capitoli. Abbiamo confrontato la Regola ed altri testi con quelli di A ed abbiamo scoperto che non vi è alcuna variazione tra i due testi. Ma A è scritto in caratteri arabi mentre Manoscritto n. 44 (L) è scritto in caratteri siriaci (karchouni).

Manoscritto n. 302 (M), 22 X 16.

Questo manoscritto è senza impaginazione. Sembra anche essere una copia di A o di L. Ma il copista ci avverte che il manoscritto originale manca, nel mezzo, di una pagina. Questo manoscritto è incompleto. L’ordine dei capitoli è identico a quello di A e di L.

LE EDIZIONI

La Regola di Sant’Antonio fu tradotta per la prima volta in latino prima del 1646 da Abramo Ecchellense [18]. Questa traduzione non fu pubblicata fino al 1661. Inoltre, la traduzione pubblicata a Parigi nel 1646 con gli altri scritti di Sant’Antonio, dello stesso autore Abramo, era solo la seconda [19].

Abramo Ecchellense, aveva trovato nel Collegio Maronita due manoscritti che si trovano attualmente in Vaticano sotto i numeri Vat. ar. 398 (A) e Vat. syr. 424 (D). Il primo contiene la Regola di Antonio con altri scritti, come abbiamo visto, l’altro contiene solo la Regola. La Regola differisce da un manoscritto all’altro. Infatti, il manoscritto A contiene un breve testo che sembra essere più autentico, mentre l’altro contiene un testo più lungo. A. Ecchellense tradusse per il suo amico Luca Olstenio, che stava preparando in quel momento l’edizione della famosa collezione di Benedetto da Aniane “Codex Regularum“, il testo di A, aggiungendo le varianti ed il supplemento del manoscritto D, mentre lui stesso pubblicò il testo più lungo e meno autentico [20].

Le due traduzioni latine fatte dallo stesso autore sono leggermente diverse. Le differenze non possono venire solo dai due testi originali che presentano di per sé solo piccole varianti che a volte sono trascurabili, ma anche dal fatto che l’autore avrebbe fatto, crediamo, queste due traduzioni indipendentemente l’una dall’altra ed in tempi diversi. Da qui si spiega anche la differenza di disposizione e divisione nell’una e nell’altra traduzione perché, avendo sistemato il breve testo del manoscritto A in 35 canoni, egli organizzò quello di D, per non parlare solo del testo comune con A, in 57 canoni.

Notiamo anche la stessa differenza di divisione nelle parti seguenti, che in Olstenio sono divise in 13 canoni, mentre in D sono in numero di 23. Questa divisione, inoltre, è arbitraria poiché non corrisponde ad alcun manoscritto: A, C, D, L, M non hanno divisioni, B ne ha solo 5.

Ma Luca Olstenio morì prima di poter pubblicare questo lavoro [21] e quindi il nome di A. Ecchellense è stato trasmesso in silenzio in questa edizione; probabilmente Vitalis Mascardus, l’editore di questa raccolta, non conosceva la fonte esatta di questa Regola che ha pubblicato in latino.

Queste due traduzioni sono riprodotte da Migne nel 1863 in due colonne parallele [22].

La prima edizione in arabo fu fatta al Cairo nel 1899 da Marco, vescovo e superiore del convento di Sant’Antonio. Il libro è intitolato “Libro del giardino dell’anima nelle lettere di Sant’Antonio”. L’autore non dice da quale manoscritto sia partito per l’edizione del suo libro [23].

Non esiste un’edizione maronita di questa regola. Padre Efrem Dirani (assistente generale dell’Ordine dei Monaci Maroniti aleppini) ha pubblicato, nel suo libro “Il fascino della vita monastica”, la vita, le lettere e le dottrine spirituali ed i santi consigli di sant’Antonio. Non sappiamo quale fosse il testo originale di questa edizione.

LA REGOLA DI ANTONIO E LA VITA DI ANTONIO.

Il nome di Antonio è reso famoso ovunque grazie al suo biografo, sant’Atanasio, che non aveva altro scopo se non quello di mettere nelle mani dei monaci un esempio, “per poterlo emulare”. “So anche che dopo aver sentito parlare di lui non solo voi lo ammirate, ma vorreste imitare la sua condotta perché, per i monaci, la vita di Antonio è sufficiente come esempio di ascetismo”, scrive sant’Atanasio ai monaci desiderosi di conoscerne la vita, l’ascetismo e la morte di Antonio [24]. Questa vita è stata accolta fin dall’inizio come una norma ed una regola di vita monastica.

I monasteri collegati a Sant’Antonio si moltiplicarono nel corso dei secoli ed i monaci non si accontentavano di avere un’intera vita come regola, ma volevano avere una regola più precisa seguendo l’esempio degli ordini orientali ed occidentali, e così Sant’Antonio fu messo allo stesso livello di uguaglianza con i grandi fondatori di vita monastica, come Basilio, Benedetto, Agostino, …

Il titolo “Regola di Sant’Antonio” non è privo di giustificazione. L’autore, infatti, ha molto estratto dalla vita di Sant’Antonio, cosicché possiamo considerarla, come abbiamo detto sopra, come un estratto di questa vita. Essa è il riassunto di tutte le virtù di sant’Antonio: una preghiera assidua e ininterrotta (cap. 3 della Vita), il digiuno e l’astinenza senza misura (cap. 47), profonda umiltà, amore per il prossimo (cap. 56); “Lavorava con le proprie mani… Parte del suo lavoro lo dedicava a comprarsi il pane; il resto lo spendeva per i bisognosi” (cap. 3).

Ndt. Ho tralasciato due capitoli:

– La Regola di Antonio e gli pseudo-canoni del Concilio di Nicea

–  La Regola di Antonio e la Regola di Isaia

CONCLUSIONE.

Chi può essere l’autore di questa regola? Ed a che tipo di monaci si rivolge?

Da quanto abbiamo appena esposto, sembra impossibile attribuire questa Regola a Sant’Antonio. Sarebbe piuttosto il lavoro di un monaco che sarebbe vissuto in un periodo successivo che non possiamo determinare esattamente. L’autore si rivolge agli eremiti che vivono separati nelle loro celle ed hanno in comune solo la preghiera dell’Ufficio, capitolo 44 della Vita. Ognuno di questi eremiti può avere dei discepoli. Egli è responsabile della loro educazione, canoni 15 e 51 della Regola, e se trova una mancanza di vocazione in uno di essi è autorizzato a cacciarlo fuori dal monastero, canone 15. Qui la parola monastero non ha il significato rigoroso, è l’insieme delle cellule disperse in un determinato luogo. La regola è rigorosa per quanto riguarda la povertà. Un monaco può tenere presso di sé solo ciò che è necessario per lui, i malati ed i deboli hanno diritto al resto, can. 12. La povertà deve apparire dagli abiti del monaco, che deve evitare abiti di lusso, oggetto di orgoglio per lui e scandalo per gli altri.

Anche la castità è più rigorosa. Il monaco deve evitare tutto ciò che danneggia la castità: incontri con una donna, presso di lui od altrove, familiarità con i bambini, can. 4, 5, 10.

Ma ci sono canoni che non si applicano al regime eremita; per esempio, il canone 32 proibisce al monaco di compiere qualsiasi atto, senza consultare il padre del monastero. Nel regime eremita un discepolo ed il suo maestro non sono collegati tra di loro da alcun legame giuridico.

L’autore non si rivolge ad un discepolo ma piuttosto ad un monaco che ha il diritto di avere discepoli, come emerge da tutti i canoni.

Questo padre del monastero, che è unico, non può essere il padre spirituale, perché un monaco può averne diversi come indicato nel canone 31.

Anche la recitazione delle ore del servizio tutti insieme nella chiesa a orari prestabiliti è una delle caratteristiche fondamentali della vita cenobitica.

Questa regola segna una vita religiosa sui generis, vale a dire una vita intermedia tra puro eremitismo e puro cenobitismo, ovvero uno stadio di transizione.

Infine, è bene notare che l’autore, nello scrivere questa regola, non ha adottato un sistema preciso. Non c’è ordine nelle idee. Parla della preghiera nel primo canone e poi nei canoni 6, 13, 45, carità fraterna ed elemosina canoni 2, 7, 8, 12, 23, 40, 47 … e così per mortificazione e penitenza, viaggi, povertà … Sembra che l’autore non avesse intenzione di comporre una regola propria, voleva piuttosto mettere nelle mani dei monaci alcuni standard di vita monastica in grado di aiutarli al servizio del Signore.


[1] L. Bouyer, Les sens de la vie monastique, Éd. Brépols, Paris, 1950, p. 83.

[2] Sant’Atanasio (295-373), detto il Grande, è stato vescovo di Alessandria e teologo greco antico, ottavo Papa della Chiesa copta (massima carica del Patriarcato di Alessandria d’Egitto) dal 328 con varie interruzioni fino al 373. Le chiese copta, cattolica ed ortodossa lo venerano come santo. La Chiesa cattolica lo annovera tra i 36 dottori della Chiesa. (Fonte Wikipedia)

[3] Sant’Atanasio, Vita Antonii, P.G., t. 26, chap. 14, col. 866 B.

[4] Ibid,, chap. 10, col. 859 A.

[5] Cf. J. Leclercq, St Antoine dans la tradition monastique médiévale (Studia Anselmiana), 38, Rome, 1956, pp. 229-247.

[6] J.-S. Assémani, Bibliotheca Orientalis Clementino-Vaticana, t. I, p. 529.

[7] Cf. C. Korolevskij, Antoniani, dans Encyclopédie italienne, t. III, 1929, pp. 551-553.

[8] G. Garitte, Lettres de saint Antoine, C.S.C.Q. (149), Louvain, 1955.

[9] Secondo il manoscritto n. 93 del Cairo, le lettere di Sant’Antonio – ma invece delle sette di cui parla San Girolamo, pubblicato da G. Garitte, ne troviamo venti – furono tradotte in arabo nel 1070 nel convento di Sant’Antonio nel deserto di at-Tarbeh, partendo da due manoscritti copti. Le lettere 8-20 in arabo si trovano in greco e siriaco sotto il nome di Ammon, discepolo di Antonio, ed è proprio a lui che si riferiscono. Cf. F. Kleina, Antonius und Ammonas, Zeitschrift für katholische Theologie, 62 (1938), pagg. 309-348. Cf. ms. Vat. ar. (A), 20 lettere, segg. 1 v-65 v. Cf. G. Graf, Geschichte der Christlichen Arabischen literatur (Studi e testi), 118, Vaticano, 1944, pagg. 456-459.

[10] Sant’Atanasio, op. cit., P.G., t. 26, cap. 1, col. 842 A.

[11] Ibid., cap. 73, col. 946 A.

[12] Ibid., cap. 20, col. 874 A.

[13] Ndt. Si veda 1 Cor 1,22-23: “E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso”.

[14] Ibid., cap. 93, col. 974 B.

[15] « Antonius monachus… misit aegiptiacas ad diversa monasteria apostolici sensus sermonisque epistolas septem, quae in graecam translatae surit, quarum praecipua est ad Arsinoitas. » De viribus illustribus, P.L., t. 23, col. 731 B.

[16] Roma, 1661, pp. 3-10.

[17] Patrologia greca, t. 40, col. 1065-1073.

[18] Un Maronita del Monte-Libano, formatosi nel Collegio Maronita di Roma, fu l’interprete di Luigi XIII e professore di lingue, araba e siriaca, all’Università di Parigi, morto nel 1664.

[19] A. Echellense, Sapientissimi patris nostri Antonii magni Abbatis. Regulae, sermones, documenta, admonitiones, responsiones et vita dupplex. Omnia primum ex arabica lingua latina reddita; Parisiis MDCXLVI.

[20] Primi exemplairs versionem, quae correctior videbitur, commendavimus clarissimo; atque doctissimo viro D. Lucae Holstenis Eminentissimi cardinalis, Barberini bibliothecario, et sancti Petri in Vaticano dignissimo canonico, hinc postremi exemplaris versionem edere coacti sumus, quamquam haec ad calcem amplior sit. » A. Ecchellense, op. cit., praefatio (s.p.).

[21] « D. Lucas Holstenius vir illustrimus, in quo nuper mortuo republica litteraria iacturam fecit, irreparabilem… » Codex Regularum, Rome, 1661.

[22] P.G., t. 40, col. 1065-66, 1073-74.

[23] G. Graf, op. cit., ibid.

[24] Sant’Atanasio, op. cit., P.G., t. 26, col. 838 A.

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