Luglio 24, 2022

La morte di un Maestro.

La morte di un Maestro.

Ricordo allora come Saul Bellow descrive Abe Ravelstein, un personaggio di fantasia certo, ma molto facilmente riconducibile a tante figure di eroi della cultura americana, ebraica e non – io per esempio, inizialmente, mi sono figurato Ravelstein con i tratti di Norman Mailer, almeno del Mailer più recente, quello che compare ad esempio come testimone-narratore in When We Were Kings, quel bellissimo film-documentario su Mohammed Alì – Cassius Clay che riconquista il titolo dei massimi a Kinshasa, Zaire.

Ma quando Bellow si è addentrato nel descrivere il suo personaggio, ho avvertito uno slittamento di senso, che ha fatto di quella lettura qualcosa di più, su un piano tutto mio personale, dell’ennesimo felice incontro con i personaggi di Bellow.

Non posso non citare questo squarcio addirittura irriverente:

“Le mogli dei professori sapevano che, quando Ravelstein veniva a pranzo, ci sarebbe stato, dopo, molto da pulire: le macchie, gli schizzi, le briciole, la sporcizia del suo tovagliolo, i pezzi di carta sparsi sotto il tavolo, il vino spruzzato quando rideva di una spiritosaggine; piatti scartati dopo un assaggio e deposti sgarbatamente sul pavimento. Una padrona di casa esperta gli avrebbe steso dei giornali sotto la sedia. Lui non ci avrebbe badato. Non prestava molta attenzione a queste cose. Ognuno di noi, naturalmente ha i suoi sistemi per venire a sapere quello che succede. Abe sapeva: sapeva cosa portare alla luce della coscienza e cosa scartare. Criticare le sue maniere a tavola sarebbe stato come ammettere la propria piccineria.”

Oppure:

“Abe amava i pettegolezzi, ma l’interesse che nutriva per la gente sarebbe difficile da descrivere. Aveva uno strano intuito che non era tanto analisi quanto divinazione. Lo si avvertiva quando parlava della personalità, o cercava di scoprirla.”

O ancora, e qui la lettura riunisce sentimenti diversi, in cui il piacere dell’identificazione convive con un vissuto depressivo un po’ perturbante:

“Non era un programma accademico, il suo, era a ruota libera. E tutta la faccenda funzionava: nel complesso, il programma era efficace. Nessuno dei suoi studenti diventò, come ampiezza d’interessi, un Ravelstein. Ma per la maggior parte erano intelligentissimi e di una soddisfacente originalità. Ravelstein li voleva originali. Amava gli studenti più eccentrici: non potevano mai essere abbastanza eccentrici per soddisfarlo. Ma ovviamente dovevano conoscere le basi, e conoscerle diabolicamente  bene”.

E da lì il pensiero mi è andato al senso che per Saul Bellow ha avuto il parlare di Ravelstein, e a quello che ha oggi per me il parlare di Gino:

“Mi rendevo conto dell’influenza di Ravelstein quando descrivevo una scena del genere. Tanto varrebbe ammettere che era spesso presente nei fatti quotidiani. Questo, per la forza della sua personalità. Ma anche  perché la sua vita aveva una struttura intimamente più potente della mia, e io ero diventato dipendente dalla sua capacità di classificare le esperienze. Può darsi che lui volesse durare. E anche lui, da parte sua, aveva bisogno di me. Inoltre, molta gente vuole disfarsi dei morti. Io, al contrario, tendo a restarci attaccato. Il mio persistente sospetto – ormai dovrebbe essere chiaro – è che non se ne siano andati per sempre. Ravelstein stesso avrebbe liquidato queste idee come infantili. Be’, forse lo sono. Ma io non difendo una causa, mi limito a riportare i fatti. Lo so che ad accogliere queste fantasie si perde rispettabilità intellettuale. Mi adeguo anch’io, vedete, all’opinione corrente. Ma forse ci sono delle spiegazioni molto semplici alla persistenza di Ravelstein nella mia vita quotidiana. Quando morì, cominciai a capire che avevo preso l’abitudine di dirgli cos’era successo dall’ultima volta che ci eravamo visti.”

È per questo che sottoscrivo completamente anche la frase con cui Bellow conclude il romanzo:

“Non è facile rinunciare a una persona come Ravelstein e lasciare che la morte se la porti via.”

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