Maggio 25, 2026

IL TESTAMENTO DEL MAESTRO: IL FUOCO RITORNATO A RANVERSO, DALL’AFOM ALLA PROFEZIA DI MONSIGNOR RUFFINO

IL TESTAMENTO DEL MAESTRO: IL FUOCO RITORNATO A RANVERSO, DALL’AFOM ALLA PROFEZIA DI MONSIGNOR RUFFINO

IL TESTAMENTO DEL MAESTRO: IL FUOCO RITORNATO A RANVERSO, DALL’AFOM ALLA PROFEZIA DI MONSIGNOR RUFFINO
C’è un momento preciso in cui la storia smette di essere carta d’archivio e torna a farsi carne, terra e calore. Quel momento porta la data del nostro cammino condiviso ed è racchiuso in un dialogo e in un impegno istituzionale che custodisco tra i ricordi più cari e fecondi del mio percorso accanto a Monsignor Italo Ruffino (1912–2015).
Il Maestro era un uomo dalla curiosità instancabile. Nonostante la sua immensa cultura e gli anni dedicati alla direzione dell’Archivio Metropolitano, manteneva la freschezza dello studioso che vuole sempre comprendere l’anima profonda delle cose. Già nel 2003, don Italo era strettamente associato all’AFOM (Amici Fondazione Ordine Mauriziano); fu lui a trascinare anche me in quella realtà, intuendo che la nostra esperienza congiunta potesse fare la differenza per il sito. Insieme, lavorando sul campo, aiutammo l’Associazione a crescere e a strutturarsi, fino a quando, nel 2006, venimmo eletti entrambi nel ruolo di Consiglieri.
Fu in quella veste ufficiale che coordinammo il ripristino della Festa Patronale di Sant’Antonio Abate a Ranverso. Monsignor Ruffino tracciò personalmente, punto su punto, le linee guida del progetto, con la ferrea volontà di creare qualcosa che potesse svilupparsi ed evolversi negli anni. Quel piano programmatico, forte dell’autorità del Maestro — che rappresentava la colonna storica della Diocesi di Torino in qualità di Archivista Metropolitano e Decano del clero —, ricevette l’immediata e unanime ratifica di tutte le istituzioni coinvolte. Il progetto fu presentato, condiviso e approvato dai Comuni del territorio, dalle Pro Loco, dall’AFOM, dalla FOM (Fondazione Ordine Mauriziano) e sancito ufficialmente dalla Curia, suggellando così la perfetta unione tra la liturgia e la tradizione etnologica piemontese.
Voleva sapere tutto della Fòcara di Novoli; mi interrogava sulle nostre tradizioni salentine, sul significato di quel monumentale falò di tralci di vite che ogni anno accende il Sud nel nome di Sant’Antonio Abate. Fu proprio da quel confronto, da quel ponte invisibile gettato tra il Piemonte e il Salento, che nel Maestro si accese l’idea di fondere la memoria storica con l’azione per risvegliare una tradizione che era rimasta troppo a lungo ferma nell’oblio.
    [ IL PERCORSO ISTITUZIONALE DELLA MEMORIA ]
    2003: Ingresso nell'AFOM (Amici Fondazione Ordine Mauriziano)
       │
    2006: Ruffino e Teifreto eletti Consiglieri AFOM
       │
    LINEE GUIDA: Stesura dei punti della Festa firmati da Mons. Ruffino
       │
    RATIFICA UNANIME DIOCESI E TERRITORIO:
    Approvazione di Comuni, Pro Loco, AFOM, FOM e Curia di Torino

Le parole del Maestro: un manifesto di metodo e rispetto
Con la saggezza dei suoi anni e la prudenza che solo i grandi storici possiedono, don Italo mi guardò e mi tese una linea guida che oggi risuona come un vero e proprio testamento etnologico. Mi disse:
«Ersilio, andiamo con i piedi di piombo, rispettando il luogo ed i suoi spazi… c’era anche un cimitero».

In questa frase c’è tutto Monsignor Ruffino. C’era il rispetto sacrale per la Precettoria di Ranverso, un luogo dove per secoli la sofferenza umana era stata accolta e curata dai monaci Antoniani. Rammentare la presenza dell’antico cimitero medievale prima della riforma napoleonica significava ricordarmi che stavamo calpestando una terra di preghiera e di riposo, dove ogni gesto doveva essere misurato, silenzioso e colmo di devozione. Il fuoco non doveva essere uno spettacolo profano, ma una luce di memoria.
Poi, aprendo lo sguardo al futuro, aggiunse con un sorriso lungimirante:
«La faremo crescere e tutti gli anni sarà diversa come bene Immateriale… ma non ti aspettare quello che fate a Novoli!».

Il Fuoco come Bene Immateriale Vivo
In quel secondo monito, il Maestro definì la natura più pura di quello che l’UNESCO chiama Patrimonio Immateriale. Don Italo sapeva che una tradizione non è una cenere fredda da adorare, ma un fuoco vivo da alimentare. Per questo doveva essere “diversa ogni anno”: perché doveva respirare con la comunità presente, adattarsi ai tempi, mutare per rimanere autentica.
E quel “non ti aspettare quello che fate a Novoli” era il suo saggio richiamo alle proporzioni culturali. A Novoli il fuoco è dismisura, è la piazza intera che si fa incendio di comunità. A Ranverso il fuoco doveva invece ritrovare la sua dimensione originaria di focolare antoniano: una presenza intima, raccolta tra le mura della Precettoria, legata alla benedizione degli animali, alla preghiera e a quel pranzo comunitario che da sempre chiude la festa patronale più corta e intensa del mondo.
Oggi che il Maestro ci guarda da una cattedra più alta, quel fuoco acceso a Ranverso è la dimostrazione che la sua profezia si è avverata. Camminando “con i piedi di piombo” e seguendo la traccia istituzionale depositata nei verbali AFOM del 2006, d’intesa con la Diocesi e la Fondazione, abbiamo spezzato le catene dell’oblio. Il fuoco è tornato a Ranverso e finché lo custodiremo con lo stesso rispetto che lui ci ha insegnato, continuerà a splendere, unendo in un solo calore il passato e il presente.

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