I canonici erano presenti addirittura in Etiopia e Tartaria. Il loro focus è sempre quello di partenza: gestire gli ospedali
I canonici erano presenti addirittura in Etiopia e Tartaria. Il loro focus è sempre quello di partenza: gestire gli ospedali
Come scrive Michel Pastoreau nel suo Il maiale. Storia di un cugino poco amato,
la questione è tuttora controversa ma è probabile che, nell’operare il cambiamento, sia stata decisiva l’influenza dei frati dell’ordine ospedaliero degli Antoniani: qui la storia vera ha contaminato la leggenda.
***
Attorno al 1070, le reliquie di sant’Antonio vengono trasferite dalla tumultuosa Costantinopoli alla valle Rodano, ove l’arcivescovo di Vienne fa erigere un’abbazia deputata a conservare il prezioso cimelio: Saint-Antoine-en-Viennois.
Quando, nel 1090, la zona viene colpita da una epidemia, la popolazione locale, non sapendo più… a quale santo votarsi, pensa bene di chiedere l’intercessione dell’ultimo arrivato. E scopre in tal modo che, a quanto pare, sant’Antonio ci sa fare un sacco, come guaritore!
Ormai legato indissolubilmente a quella malattia che oggi conosciamo appunto come “fuoco di sant’Antonio”, l’abate egiziano comincia ad essere conosciuto come potente taumaturgo, diventando in breve tempo uno dei santi più amati nella valle del Rodano.
Vicino alla chiesa che ospitava le sue reliquie, sorge un grande ospedale affidato alle cure di un ordine creato per l’occasione: i Canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne.
Nell’arco di pochi decenni, l’ordine registra una forte espansione. Ospedali antoniani spuntano a macchia d’olio in ogni zona d’Europa; alla fine del XIII secolo, i canonici erano presenti addirittura in Etiopia e Tartaria.
Il loro focus è sempre quello di partenza: gestire gli ospedali e curare gli ammalati (tutti; non esclusivamente quelli affetti da herpes zoster, come ogni tanto si legge in giro). Ma quest’ordine ospedaliero aveva – per così dire – una… vocazione accessoria, cioè quella di porcaro. Nell’arco dei decenni, si era consolidata per gli Antoniani l’abitudine di allevare maiali in gran quantità, sia a scopo di commercio (il ricavato delle vendite permetteva di sostenere gli ospedali) sia a scopo medico (nei centri gestiti dagli Antoniani si teneva in grande considerazione una dieta ricca di carne animale, considerata particolarmente nutriente e dunque preziosa per gli ammalati).
In numerose delle città in cui erano insediati, gli Antoniani ottennero addirittura il permesso di lasciar circolare i loro maiali nel mezzo della strada. Era un win-win: grufolando tra i rifiuti, i suini si alimentavano autonomamente e a costo zero; per contro, la municipalità poteva risparmiare sui costi della nettezza urbana affidandosi a questo spazzino a quattro zampe.
(Amici romani: la prossima volta che vedrete cinghiali aggirarsi in mezzo ai cumuli di monnezza abbandonati dall’AMA, ringraziate Iddio per la sua divina sapienza e meditate sul fatto che Egli vede e provvede).
Chiaramente, avere qualche maiale che grufola per strada può pure essere ‘na cosa bella che fa colore, ma c’era il rischio che, di punto in bianco, tutti i porcari iniziassero a imitare gli Antoniani, col risultato di trasformare piazza duomo in una giungla urbana. Sicché, si stabilì che i maiali degli Antoniani fossero contrassegnati da una sorta di collarino che ne rendeva immediato il riconoscimento: ok, lui è un maiale patentato, è autorizzato a stare in mezzo alla strada.
E fu probabilmente così che nell’immaginario popolare nacque “il maiale di sant’Antonio”. Tecnicamente, il maiale era degli Antoniani, più che del santo abate, ma insomma non andiamo troppo per il sottile.
Da lì all’inserire il maiale nell’iconografia, il passo fu breve, tantopiù che un suino (il demoniaco cinghiale) era già presente nei dintorni di sant’Antonio negli affreschi di molte chiese europee. Si tratto solo di… addomesticare Satana, trasformandolo in un simpatico animale da cortile.
E tutto sommato, povero maiale, confesso d’essere felice per lui. Bistrattato in ogni dove e additato dei peggiori vizi (chi di noi sarebbe felice di sentirsi dire “ma sei un porco!”): fa piacere pensare che – seppur per vie traverse – il porcello abbia finalmente trovato un santo destinato a prenderselo a cuore.
Altri articoli
Secondo Ersilio Teifreto Novoli fu colpita da un’epidemia di herpes zoster. La popolazione, già devota al Santo “custode del fuoco”, adottò i metodi dei monaci Antoniani di Ranverso [3].
Auguriamo un Buon anno 2026 a tutti gli appassionati del borgo speciale di Ranverso da parte di A.D.A Amici Degli Antoniani
