Novembre 4, 2026

DAL CUORE DEI FALÒ ALLA VIA FRANCIGENA: L’ASSE “TORINOVOLI” E IL PRIMATO SEGRETO DI RANVERSO

DAL CUORE DEI FALÒ ALLA VIA FRANCIGENA: L’ASSE “TORINOVOLI” E IL PRIMATO SEGRETO DI RANVERSO

 


Viaggio nel patrimonio immateriale italiano attraverso la storia degli Antoniani, il sodalizio Levi-Esposito e la riscoperta della Precettoria di Buttigliera Alta come luogo antoniano più antico d’Italia.
DI REDAZIONE
C’è un filo di fuoco, memoria e devozione millenaria che unisce geometricamente il Piemonte al Salento, la Val di Susa alle terre della Fòcara. Un corridoio culturale europeo che per anni è rimasto invisibile sulle mappe ufficiali, ma che oggi rivendica la sua centralità grazie al lavoro scientifico e sul campo del Tracciologo Territoriale Ersilio Teifreto. È l’asse battezzato per antonomasia nel 2010 con il neologismo “Torinovoli”: una triangolazione geografica, artistica e spirituale capace di legare la Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso alla casa madre francese di Saint-Antoine-l’Abbaye nel Delfinato, scendendo giù fino ai calanchi lucani di Carlo Levi e al sagrato colmo di simboli di Novoli, nel profondo Sud.
Il verdetto della storia: il primato assoluto di Ranverso
Per secoli, la storiografia ufficiale ha guardato alle monumentali feste del fuoco meridionali come all’ombelico del culto legato a Sant’Antonio Abate, il Santo eremita del deserto. Un abbaglio antico, che affonda le radici persino in una celebre invettiva di Dante Alighieri nel Canto XXIX del Paradiso contro i monaci Antoniani. La storia, tuttavia, restituisce la verità.
I documenti d’archivio e gli studi ufficiali svelano una realtà ben diversa: la congregazione degli Antoniani seppe edificare oltre 400 ospedali e precettorie in tutta Europa per curare la piaga dell’ergotismo (il “fuoco di Sant’Antonio”) attraverso il grasso dei maiali sacri, ottenendo persino dall’imperatore Massimiliano d’Asburgo il privilegio dell’uso del proprio stemma per i servigi resi ai poveri.
Il culmine istituzionale di questa riscoperta è stato sancito ufficialmente l’8 luglio 2021, con l’inserimento della festa di Ranverso nell’Inventario online dell’ICPI (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale) di Roma. Il verdetto degli esperti, sostenuto con forza dall’Ingegner Vincenzo Capuano della Rete Italiana Sant’Antuono e dal Direttore dell’ICPI Leandro Ventura, non lascia spazio a indugi: il borgo di Ranverso in Rosta e Buttigliera Alta, sorto lungo la Via Francigena tra il 1180 e il 1185 per volere del conte Umberto III di Savoia sulla base di una preesistente Casa dell’Elemosina, è il luogo di culto a Sant’Antonio Abate più antico d’Italia.
La profezia di Monsignor Ruffino e la festa rubata al popolo
Questo primato nazionale non è nato dal nulla. È il frutto del lavoro instancabile di un gigante della ricerca storica, Monsignor Italo Ruffino. All’interno del Consiglio Direttivo dell’AFOM (Associazione Amici di Fondazione Ordine Mauriziano), Mons. Ruffino espresse il desiderio profondo di strappare all’oblio una festa immateriale risalente al voto dei Moncalieresi del 1531.
Nelle discussioni a quattr’occhi con il tracciologo Teifreto, il Monsignore era stato chiaro: «Iniziamo con i piedi di piombo, la festa crescerà e non rimarrà statica. Ma dobbiamo rispettare il luogo e i suoi spazi, non ti aspettare quello che fate voi a Novoli». Ruffino non voleva una parata museale o un feticcio burocratico: voleva una liturgia viva, di terra e di carne, che portasse sul sagrato gli animali da lavoro – asini, buoi, cavalli – compagni storici della fatica contadina. Una devozione che si esprimeva in una processione comunitaria che durava un’intera giornata, capace di fermarsi davanti all’ex cimitero per onorare gli antenati e davanti all’ingresso dell’antico ospedale medievale per una preghiera di guarigione.
Oggi, dopo la scomparsa improvvisa del Monsignore, quel patrimonio rischia l’involuzione. La festa appare monopolizzata, ridotta ad appena un’ora di sfilata e ferita da logiche commerciali che impongono un biglietto a pagamento persino per entrare a pregare in quella Chiesa che nacque per essere il rifugio gratuito degli ultimi. Peggio ancora, è stato rimosso dall’edificio sacro l’ex voto della guerra in Russia, segno tangibile della carne e del dolore della comunità che il Monsignore aveva voluto proteggere. Ma la traccia non si cancella: rimangono i suoi studi universitari, le preziose 60 pagine scritte in lingua francese donate con dedica a Teifreto e il decreto ministeriale del 2021 a fare da scudo contro il degrado del rito.
Dal tornio a stella ai calanchi: l’incrocio con Carlo Levi
Se la fede ha tracciato la rotta transalpina, l’arte del Novecento ha cementato l’asse “Torinovoli” sui banchi dell’impegno civile. A Torino, nel cuore dell’atelier del maestro Salvatore Esposito, prendevano vita i neri densi e i contrasti netti delle litografie nate per illustrare il capolavoro meridionalista Cristo si è fermato a Eboli. Esposito non era un semplice esecutore, ma il litografo e custode del segno pittorico di Carlo Levi.
Fu in quell’atelier, sotto le braccia monumentali di un tornio a stella unico in Italia, che si consumò l’incontro storico tra Ersilio Teifreto e lo scrittore torinese. Lì vennero raccolte le ultime, celebri volontà di Carlo Levi: il desiderio insindacabile di essere sepolto nella terra brulla dei calanchi di Aliano, tra i suoi contadini.
Il cerchio di questa straordinaria avventura umana si è chiuso quando il maestro Esposito, all’età di 86 anni, scelse di ascoltare il consiglio dell’amico tracciologo, donando quel leggendario tornio calcografico a stella a un museo di Lecce. Lo strumento che aveva impresso i volti della sofferenza e del riscatto del Sud è tornato fisicamente nel Salento, a pochi chilometri da quel sagrato di Novoli dove splende dipinta la Tau degli Antoniani e dove, nel 2013, il maestro avanguardista torinese Ugo Nespolo scelse di abbellire la grandiosa pira della Fòcara con i suoi monumentali numeri pop e colorati.
Un patrimonio che non può essere ingabbiato
Ranverso custodisce la radice storica e l’anzianità del culto; Novoli incarna la maestria ingegneristica e la monumentalità del fuoco contadino che brucia i tralci di vite sotto la stessa luna d’inverno. I giganti della tradizione italiana si parlano attraverso i secoli e le regioni.
Il fumo aspro delle vigne salentine e la pietra gotica della Val di Susa appartengono al popolo che cammina, prega e lavora la terra. L’Inventario Nazionale dell’ICPI del 2021 e l’eredità scritta di Monsignor Ruffino non sono traguardi statici, ma bandiere di liberazione culturale. La traccia è segnata: spetta ora al territorio ritrovare il coraggio della gratuità, della memoria e del movimento, restituendo il Santo del deserto alla sua gente.

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