Ottobre 17, 2017

Chiesa di San Dalmazzo in via Borgo dora l’attuale via Garibaldi di Torino era custodita dagli Antoniani di Ranverso e allevavano per strada liberamente i maiali

Chiesa di San Dalmazzo in via Borgo dora l’attuale via Garibaldi di Torino era custodita dagli Antoniani di Ranverso e allevavano per strada liberamente i maiali

 

La chiesa di S. Dalmazzo è attestata già all’inizio dell’XI secolo, ed è sita al termine della contrada di Dora Grossa, l’attuale via Garibaldi, quasi a ridosso della cinta muraria medievale, in un quartiere assai popolato e squallido. Nel 1271 la chiesa viene affidata dal vescovo di Torino Gaufrido ai frati ospitalieri di S. Antonio: presenza voluta anche perché i frati, in città come nella loro casa madre di Ranverso, si occupano della cura del il fuoco di S. Antonio. Nel 1580, gli ospitalieri concedono alla Confraternita della Misericordia di insediarsi nella chiesa di S. Dalmazzo: i confratelli, dediti all’assistenza ai carcerati, costruiscono un oratorio, definito pensile dalle fonti, nella controfacciata della chiesa, e allestiscono un cimitero per i giustiziati in una parte dell’orto del convento.

 

Nel 1609 il duca Carlo Emanuele I, su consiglio di Carlo Borromeo, affida la chiesa di S. Dalmazzo ai barnabiti: i nuovi frati risanano il sagrato della chiesa, avviano i lavori per conferire all’edificio la pianta attuale, e, nel 1698, dopo decenni di continui contrasti, soprattutto a causa dell’improvvisato cimitero, cacciano la Confraternita della Misericordia.

 

I vari ordini religiosi che si sono succeduti nella gestione della chiesa si sono ripetutamente occupati della sua decorazione e del suo ampliamento, concluso ad opera dei barnabiti alla fine del XVII secolo, anche se il campanile verrà completato nel 1710. L’attuale decorazione interna è stata però commissionata nel 1885 dal parroco Filippo Montuoro all’architetto Giacomo Porta e al pittore Enrico Reffo.

 

Le tre navate della chiesa, le due laterali a crociera, quella centrale a botte lunettata, vengono così completamente decorate in stile neomedievale. Questo ornamento è evidente per l’inserimento di edicole gotiche nella navata centrale, del transetto e del presbiterio con citazioni tratte dalle beatitudini e dai comandamenti, mosaici che si trovano sulle volte di alcune cappelle e negli altari della Provvidenza e del Sacro Cuore. Tale decorazione è stata voluta in parte perché dettata dalla moda, ovvero il revival del medioevo, che perdura fino all’inizio del XX secolo, in parte per ricordare alcuni eventi politici particolarmente importanti avvenuti in questa chiesa nel XIII secolo, e prevalentemente legati allo scontro tra Federico II e il papa.

 

Quindi, quasi nulla rimane dell’antica chiesa seicentesca. La stessa pianta dell’edificio, come detto conclusa alla fine del Seicento, viene ulteriormente rimaneggiata tra il 1952 e il 1953 con la chiusura dell’abside retrostante l’altare. Anche parti rimaste sostanzialmente intatte della particolare devozione dei barnabiti sono state, seppur parzialmente, interessate dal fervore neomedievale. Questo è evidente soprattutto nella cappella dedicata alla Madonna di Loreto, sita nella navata di destra. Viene edificata nel 1631 per volere di padre Ottavio Asinari a scioglimento di un voto pronunciato durante la peste del 1630, e come consuetudine realizzata a imitazione della Sacra Casa di Loreto. Alla fine dell’Ottocento Enrico Reffo aggiunge i tondi monocromi di Eva, Giuditta, Debora ed Ester.

 

Un’altra piccola traccia dell’allestimento seicentesco è la splendida tela di Giovanni Antonio Molineri, sita al fondo della navata di sinistra, e rappresentante la Deposizione dalla croce. Tale tela è attestata nella chiesa di S. Dalmazzo fin dal 1636, e viene commissionata da Ludovico Thesauro dei conti di Salmour per la cappella di famiglia.

 

Ancora della prima metà dell’Ottocento, e risparmiato dal Reffo, è l’affresco del battistero, realizzato da Francesco Gonin, e raffigurante S. Giovanni che battezza Cristo nel fiume Giordano.

 

Infine, da menzionare la grande quantità di lapidi che quasi tappezzano alcune pareti della chiesa, a ricordare donazioni o particolari aspetti della devozione popolare, ancora forte alla fine del Novecento, come ben mostrano le datazioni di alcune lastre.

 

 

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