Ottobre 17, 2017

Cesare Pavese scrive a Oreste Politi

Cesare Pavese scrive a Oreste Politi

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    Pavese in Calabria: “Il futuro verrà da un lungo dolore e un lungo silenzio”

    9 gennaio 2013

    Gianni Carteri

    A volte muovendomi tra le strade ed i paesi dove egli fu, ho l’impressione che Cesare Pavese sia ancora  in mezzo a noi, forse sorpreso dall’attaccamento che la  terra di Calabria continua ad avere per un grande scrittore.  A dieci anni dalla sua partenza da Brancaleone, così scriveva, tra l’altro  all’amico Oreste Politi :”Caro Politi, Come vanno le cose a Brancaleone? Io continuo a dover  rimandare la gita che da dieci anni voglio fare laggiù. Sembra quasi che come nel ’36 ero confinato là , adesso sia confinato qui . Salutami moglie e tutti i tuoi . Ciao. Pavese .”

    Cesare Pavese

    Sta  in queste poche  righe il senso di un rapporto fecondo che  lo scrittore delle Langhe ebbe con la Calabria, dove l’ospitalità è  ancora intatta e   le cui rocce rosse lunari da un semplice turbamento paesistico procurarono ben presto allo scrittore  nuovi suggestioni  poetiche e mitiche.
    Scrive in data 6 febbraio ne Il mestiere di vivere  :“Cadono in questi mesi molti valori del passato e si distruggono abitudini interiori, che – straordinaria fortuna- nulla per ora sostituisce. Debbo imparare a prendere questa rovina futile, questa faticosa inutilità come un benedetto dono -quale ne hanno soltanto i poeti.(…) Mi spiego . Ritorno ad uno stato larvale d’infanzia, meglio di immaturità, con tutte le rozzezze e le disperazioni del periodo. Ritorno l’uomo che non ha ancora scritto Lavorare stanca.(…) Quale mondo giaccia di là di questo mare non so, ma ogni mare ha l’altra riva, e arriverò. (…) Il futuro verrà da un lungo dolore e un lungo silenzio. (…) Però- che lo sappia- la nuova opera comincerà soltanto alla fine del dolore.”.
    C’è in questo lacerto del diario pavesiano, iniziato proprio a Brancaleone  il 6 ottobre 1935,  il  significato profondo non solo del suo passaggio in terra di Calabria, ma l’ avvio di una nuova poetica, di un nuovo punto di partenza. Lo Jonio , il mare di Ulisse, diventa così un vivaio mitico cui attingere, anche se a prima vista   – come osserva Elio Gioanola “il mare diventa il corrispettivo dell’estraneità, dell’indifferenza, dell’inutilità. Omericamente (Pavese legge qui assiduamente l’Iliade e L’Odissea) il mare è infecondo,”o – come aggiunge Calvino – è un simbolo di sterilità, contrapposto alla terra-donna” .
    In questi  trent’anni   di studi pavesiani, mi sono ritrovato  spesso, senza accorgermene, in compagnia di Cesare Pavese : a passeggiare con lui sulla spiaggia bassa e assolata di Brancaleone, il mio  paese natio che da sempre porto nella mia memoria tutto quanto. Spesso ho parlato con lui , seduto sullo “scoglio lungo”: il raggiungerlo significava per noi ragazzi il battesimo di fuoco, la  piena confidenza col mare, la raggiunta, piena libertà di visione, un altrove popolato di sogni e di chimere.
    Diventa, perciò, profetica la lettera che il mitico professor Augusto Monti, che aveva iniziato la sua carriera di insegnante nel mitico Liceo Classico “Campanella” di Reggio Calabria,  scrive a Pavese  il 10 ottobre 1935 ,e che prendo da un libro di Attilio Dughera” Tra le carte di Pavese”:
    Caro Pavese, (…) i Greci a cui sei ritornato, ci sono per nulla? Achille, dopo che Agamennone gli ha usato soverchieria, non è Teti che lo consola, sulla spiaggia, uscita dal mare, come nebbia? e il Prometeo Eschileo, legato in così mal modo a quella rupe là, chi lo viene primamente a consolare se non le ninfe Oceanine, scappate percìò all’orba vigilanza del vecchio padre Oceano? e dunque…Scherzi a parte, il mare -comunque- è davvero una grande e buona compagnia, ed io l’ho sperimentato in Sardegna, in quella Bosa, non dissimile per me da Brancaleone tuo, con l’aggravante che là io dovevo lavorare a correggere compiti. Vedrai, quando quello che ora è presente senza possibilità di aggettivi sarà divenuto passato sfumato di lontananza e di nostalgia, vedrai codesto mare come ti tornerà a mente giorno e notte, e quanta parte avrà ne’ tuoi racconti e pensieri e poemi.(…) Ciau Monti  “  
    Nasce, soprattutto, da queste premesse l’importanza e la centralità del confino calabrese, gli otto mesi diventano anni: la Calabria diventa un nodo centrale dell’esperienza umana ed espressiva di Pavese con la decisione di uscire dal descrittivismo di Lavorare Stanca: “Quest’anno 1937 abbiamo risanato la rovina del ’36, abbiamo trasformato un collasso atroce (’35-’36) in crisi di passaggio alla maturità. (…) ritrovato il ritmo della creazione”.(Mestiere di vivere 30 dicembre 1937).
    Nella prefazione al mio saggio “Fiori d’agave”  Elio Gioanola riassume benissimo il passaggio di Pavese nella nostra terra: “Il contatto con l’antica civiltà calabra, produce nello scrittore  cittadino un autentico  shock, sembrando a lui di ritrovare ancora vivente e attiva quella cultura mitico ancestrale che credeva ormai del tutto relegata nella letteratura o nei libri di etnologia ( come quel celebre  “Ramo d’oro” di Frazer che veniva appena dall’aver letto ) .

    Le persone accompagnano Cesere Pavese al momneto della partenza da Brancaleone

    Nel corso di un convegno prestigioso, organizzato e finanziato  il 15 novembre del 2008  a Vibo dall’imprenditore  Pippo Callipo, la cui azienda il 14 gennaio compie un secolo, ci siamo occupati, oltre che delle lettere e delle poesie scritte a Brancaleone, anche della vasta produzione in prosa di Pavese dopo il ritorno dal confino calabrese. Se pensiamo al rapporto amniotico che  Pavese ebbe con il Piemonte, si resta quasi meravigliati   della produzione  in prosa che ha come sfondo la Calabria.  A ciò devesi aggiungere  il secondo capitolo meridionale   di Pavese, quel “ Fuoco grande”, scritto a quattro mani con Bianca Garufi, che registra tante presenze calabresi: “Se qualcuno mi avesse veduto nel cuore, vi avrebbe trovato una struggente tenerezza per le cose e le presenze di quel tempo, per la calda ricchezza di quella vita, e i silenzi, gli sguardi, le risate , gli incontri , uno sgomento , un’angoscia”.    Ed è la stessa Bianca Garufi che ci dà la chiave di lettura di tanta presa su Pavese del paesaggio meridionale :“E’ un paese meraviglioso -disse Giovanni guardando le stelle -. E’ magnifico – io replicai – Non c’è nessun altro luogo che io conosca che sia valido in me come questo che vedi. I colori, l’aria di questa terra, il paesaggio così combinato. I colori soprattutto, sono colori primordiali. Gli altri colori, quelli delle altre terre, sembrano rifatti, impalliditi. Qui ogni cosa ha un colore supremo, non si può immaginare che ci sia altro dopo. Come l’eternità – disse Giovanni”.

    Concetto di eternità ripreso ne  Il mistero , uno dei capitoletti dei  Dialoghi con Leucò, il libro chiave  della sua concezione dell’universo e dell’esistenza (lui stesso lo definì  il suo “biglietto da visita presso i posteri”), al quale certamente il confino calabrese  diede un apporto non secondario nei contenuti, ma anche  nelle  fonti ispiratrici per quanto riguarda   la scelta preferenziale della forma dialogica  così cara a Platone , Leopardi e Giovambattista Vico: “Ma una volta che il grano e la vigna avranno il senso della vita eterna, sai che cosa gli uomini vedranno nel pane e nel vino ? Carne e sangue, come adesso, come sempre. E carne e sangue gronderanno, non più per placare la morte, ma per raggiungere l’eterno che li aspetta .”
    Le relazioni che si ebbero in quel convegno che costituisce un punto d’analisi importante sul vissuto pavesiano, sono entrate anche  nello specifico di questo libro, l’opera più cara a Pavese sulla quale  scrisse il suo messaggio finale : “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono . Va bene ? Non fate troppi pettegolezzi.”
    Nati  – scrive Guido Davico Bonino nel suo Lunario dei giorni di quiete – “da appassionate letture dei maestri dell’antropologia (che, insieme a Ernesto De Martino, veniva trascegliendo per il suo editore, Giulio Einaudi ), i Dialoghi, col pretesto di far rivivere e reinterpretare i più suggestivi miti greci, rivelano quella vena di innegabile, schietto spiritualismo, che rese particolarmente inquieta la già tanto travagliata esistenza dello scrittore, sino all’estrema scelta del suicidio. “
    Glielo aveva anticipato Concia , uno dei personaggi  chiave di tutta l’opera pavesiana –  l’Artemide  del dialogo  La belva :“Ciascuno ha il sonno che gli tocca , Endimione. E il tuo sonno è infinito di voci e di grida, e di terra, di ciel , di giorni . Dormilo, con coraggio, non avete altro bene. La solitudine selvaggia è tua. Amala come lei l’ama. E adesso Endimione , io ti lascio ( …) Addio . Ma non dovrai svegliarti più , ricorda”.
    Qualche giorno prima di addormentarsi per sempre gli  era arrivata “come una brezza nel deserto” una bellissima lettera di Piero Calamandrei (uno dei Padri della nostra Carta Costituzionale) che in parte voglio riproporre :“ Caro Pavese, quantunque non abbia il piacere di conoscerla di persona , non posso fare a meno di scriverle: perché mezz’ora fa ho terminato di leggere  La Luna e i falò . (…) Questa è grande arte e poesia vera: di fronte a pagine come queste, dove il dolore della vita è filtrato attraverso la serena contemplazione del ricordo, le polemiche sui fini dell’arte e sulle relazioni tra arte e politica non hanno più senso . Gli artisti veri, senza proporselo, toccano sempre le ferite della loro società, l’accento occasionale che prende nel loro tempo la eterna pena dell’uomo: sono del loro tempo e di tutti i tempi. Permetta a un lettore privato di salutarla con gratitudine. Il suo Piero Calamandrei .”

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