Ottobre 17, 2017

Bruno Corà, Arnaldo Pomodoro, Jannis Kounellis il Greco Romano e Ermanno Olmi 2006 Foto di Carlo Orsi

Bruno Corà, Arnaldo Pomodoro, Jannis Kounellis il Greco Romano e Ermanno Olmi 2006 Foto di Carlo Orsi

Jannis Kounellis

MATTEO GALBIATI

Intervista

 


CONTEMPORARY ART MAGAZINE

[GIOVANI] 
34 Jacob Hashimoto 
38 Chiara Camoni 
42 Nordine Sajot 
46 Andrea Mariconti 
48 Andrea Nicodemo 
50 Luana Perilli 
54 Cristian Chironi 
58 Davide Balliano 

[PROTAGONISTI] 
62 Jannis Kounellis 
66 Andres Serrano 
70 John Duncan 
74 Guido Cabib – Changing Role 
78 Maria e Alberto Notari 
82 Mizuki Endo 

[SPECIAL GUEST] 
86 Gianni Caravaggio 
90 Karin Andersen 
94 Marzia Migliora 
98 Marco Fantini 

[RUBRICHE] 
102 [RAPTURE] 
106 [NO MAN’S LAND] 
110 [EDITORIA] 

[PROGETTI&DINTORNI] 
112 Trèfle 
114 Biennale Adriatica Arti Nuove 
116 PagineBianche® d’Autore 
118 Natura: Morte e Resurrezione 
119 Kill the butterfly 
120 [ARTE DEL COSTRUIRE] 
122 [PROFILI] 

[EVENTI] 
126 Polemos 
128 Group Therapy 
130 Jean-Michel Basquiat 
132 Antony Gormley 
134 Scultura internazionale ad Agliè 

[RECENSIONI] 
136 Good Vibrtions 
137 XIl Biennale Internazionale di Scultura
138 Quasi l’infanzia 
139 Biennale Internazionale di fotografia 
140 Tino Stefanoni 
141 Mario Schifano 
142 III Biennale di ceramica 

[IN GALLERIA] 
144 Dayanita Singh 
145 Antoni Abad 
146 Josif Kiraly 
147 Alexander Brodsky 
148 Loredana Longo 
149 Sandrine Nicoletta 
150 Gaetano Pesce 
151 Medhat Shafik 
152 Francesco De Molfetta 
153 Luigi Presicce 
154 MariaLuisa Tadei 
155 Marcello De Angelis

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Chiara Serri
n. 83 gennaio-marzo 2014 
 

 

Jannis Kounellis
Senza titolo, 1985
CAPC, Bordeaux
Foto di Claudio Abate

Jannis Kounellis
Senza titolo, 2005
Teatro Attis, Atene
Foto di Manolis Baboussis

Bruno Corà, Arnaldo Pomodoro, Jannis Kounellis e Ermanno Olmi
2006
Foto di Carlo Orsi

Attraverso un lessico inconfondibile Jannis Kounellis ha allestito una mostra destinata a diventare uno dei più importanti eventi della nuova stagione espositiva. La Fondazione Pomodoro ospita, ancora una volta, un intervento di grande e significativa portata, finalizzato a perseguire l’approfondimento rigoroso e scientifico, nonché suggestivo ed imponente per allestimenti, della tradizione contemporanea dell’arte, scopo fin dall’inizio ricercato nell’attività espositiva della fondazione. Con la straordinaria capacità, tipica di Kounellis, di rendere partecipe l’osservatore attraverso un pathos unico e coinvolgente, quello che potremmo definire come “atto espositivo”, offre un segno della poesia e del linguaggio di questo grande artista. La scala monumentale del suo impegno per questa esposizione rendono la mostra un radicale punto di riferimento nella cinquantennale attività di Kounellis, evidenziandone con assoluta chiarezza l’estremo vigore e la lucida estetica del messaggio artistico. La suggestione dell’evento, perseguita attraverso i materiali semplici delle sue opere, parla con immediatezza dritta alla sensibilità di chi l’osserva. Il lavoro instancabile di Kounellis, lontano da qualsiasi retorica e ripetitività, resta fedele a se stesso con uno stile unico che sconcerta ma che, senza dubbio, nella sua immediatezza, ci sorprende ogni volta. 

Matteo Galbiati:Lei non è solito rilasciare interviste per una certa retorica e prevedibilità delle domande che, a volte, le vengono rivolte… 
Jannis Kounellis: Questa è una cosa che succede frequentemente, io preferirei concentrarmi solo sul mio lavoro e discutere e confrontarmi su questo nello specifico. 

Parliamo quindi di questa grande mostra: come ha deciso di costruirla? Quali equilibri ha messo in gioco, quale struttura le ha dato? 
È un lavoro cui ho dato una precisa connotazione: ho strutturato l’intervento, in un luogo impegnativo e stimolante come questo, concependolo come fosse una macchia. I lavori occupano questo lungo spazio e lo ricoprono da una parte all’altra: c’è quindi l’intenzione, da parte mia, di creare una grande macchia, semiliquida, che voglio far espandere nell’ambiente attraverso l’insieme delle mie opere. 

L’uso della macchia ricorre anche in altri suoi recenti lavori… 
Sì, è un elemento su cui rifletto. Penso che la macchia in sé possa costituire qualcosa di speciale, perché si lega direttamente all’emotività, a quella più diretta, istintiva e sincera. Operare in quest’ottica significa pertanto poter considerare più profondamente il lato emotivo del nostro agire, di cui spesso ci si dimentica. 

Come ha lavorato rispetto a questo luogo specifico? È uno spazio di origine industriale che conserva una sua struttura precisa ed ha una personalità molto forte. 
Ho già eseguito interventi in grandi spazi industriali dall’inizio del mio lavoro, arrivare ad operare in una struttura ampia è stata una scelta che ho condotto molto tempo fa. Fondamentalmente resta il problema dello spazio in sé che, dalla carta disegnata ad un luogo tanto vasto come questo della Fondazione, è lo stesso: c’è una volontà assolutamente identica. Con una piccola cosa si può riempire e rendere fortemente strutturato e carico di energia sia lo spazio esteso, sia il margine ristretto di un quadro: anche se si è usciti da dimensioni relativamente contenute, quello da fare è cercare di polarizzarle comunque. Mentre, a volte, quando diminuisce la fede di fare, lo spazio resta inesorabilmente vuoto, a prescindere da cosa vi si sia già inserito o no. Polarizzare lo spazio quindi è una delle volontà che ho voluto esprimere e perseguire nell’allestimento di questa mostra. 

Ci sono interventi fatti specificatamente per quest’occasione? 
Per me l’intervento è da intendersi ogni volta nella sua totalità. Quello che voglio più di ogni altra cosa è cercare di restituire un’opera che faccia fede ad un lavoro che abbia una presenza e una sua drammaturgia molto forte. È il pathos che deve essere espresso e deve risuonare attraverso i lavori. 
Ad esempio ho cercato di creare una dinamicità nell’installazione che sta sul fondo: non collocandola parallelamente alla struttura dell’edificio, ho spezzato un ritmo e, evitando il rischio di staticità, ho creato movimento. All’interno è diviso poi come un labirinto, nelle cui stanze ricavate si trovano 5-6 lavori che mi riguardano profondamente. A volte penso questo lavoro come una sorta di fantasma invisibile, altre lo vedo come fondamentale. 

In questo labirinto c’è la possibilità di entrare e muoversi, ritrovandone i lavori nascosti all’interno. Diventa quasi una scoperta… 
Sì, la caratteristica è proprio quella di avere una porta per entrare ed una per uscire, che ne permettono il transito e, al suo interno, ci sono appunto i lavori da vedere. Tutto il perimetro superiore è segnato dal carbone che ne evidenzia e rafforza l’idea labirintica. 
Il grande lavoro centrale, con libri accatastati, che costituiscono un insieme stratificato di sapere, è più legato alla memoria e al ricordo. Sono volumi plurinformativi e trattano di qualsiasi cosa. Ci sono poi le vele della Biennale di Venezia; le installazioni con la carne di Barcellona; il pianoforte del 1971-72 con la strofa del Nabucco ripetuta su lamiera e a parete alcune opere di epoche varie. Sto riflettendo su altre scelte da operare: ora, mentre sto allestendo, è come se fossi sempre all’inizio, penso sempre che fino all’ultimo qualcosa potrebbe mutare e cambiare per ottenere qualcosa che sia diverso. Lo spazio, come dicevo, è grande ed impegnativo, seppur molto stimolante, e accresce la voglia di fare, di lavorare. Ma si deve arrivare ad un certo punto in cui si dice basta e concludere. 

Le opere si costituiscono perciò sempre come complesso unitario, che restituisce un’unica impronta al lavoro benché derivato da epoche diverse. 
Sì, non voglio dare un’idea retrospettiva, i pezzi sono traslati da altre epoche e devono segnare un minimo percorso linguistico. La presenza di alcuni lavori, rispetto ad altri, deve essere utile per un atto specifico. 

In questo progetto è seguito passo passo dal maestro Ermanno Olmi che la sta seguendo per riprendere la sua attività creativa. Come procede questa “collaborazione”? 
Olmi è bravissimo, mi riprende semplicemente seguendomi con molta discrezione. Credo in fondo si stia divertendo anche lui come me… 

Lavorare è anche divertimento? 
Nonostante la concentrazione, la fatica e gli sforzi, è innanzitutto divertimento! In fondo bisogna pensare anche al dramma come ad un divertimento, un divertimento eccessivo. Il dramma, come il lavoro, porta al vigore, all’energia vitale e mai al pianto. Solo con tale energia espressa si arriva dritti alla verità delle cose. 

Eventi in corso: 
Jannis Kounellis 
a cura di Bruno Corà 
Fondazione Arnaldo Pomodoro 
Via Andrea Solari 35, Milano 
24 settembre 2006 -11 febbraio 2007 
Info: 02 89075394/95

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