Ottobre 17, 2017

Arviru te ulia a Veglie

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L’Arilu te lu Tiaulu a Salice Salentino

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Posted By Daniele Perrone on 4 Mag 2015

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Per ogni ulivo secolare c’è una storia da raccontare. La popolazione salentina lo sa bene e, probabilmente, questo rappresenta uno dei tanti motivi per cui non riesce a tollerare le estreme misure anti-xylella adottate con il piano Silletti.
La storia ambientale, produttiva e addirittura folkloristica dei nostri ulivi, infatti, è strettamente legata ed intrecciata a quella della gente locale. Impiantati inizialmente dai Monaci Basiliani, durante la loro migrazione nel Salento in seguito alle lotte iconoclaste del VIII secolo, divennero ben presto la coltura tipica del nostro territorio, simbolo di sacralità e di spiritualità, oltre che di forte produttività. Possenti e maestosi, hanno caratterizzato tutto il nostro territorio ed hanno resistito a svariate intemperie, continuando a donarci ogni novembre delle ottime olive e dell’olio di qualità, per diversi secoli. Una caratterizzazione talmente forte e sentita da includere l’albero di olivo nello stemma della Regione Puglia, quella stessa Regione che ora si trova a fronteggiare con superficialità questa subdola vicenda.
Ma senza entrare troppo nel dettaglio delle vicende attuali, la paura di perdere – anche solo ipoteticamente – questo immenso patrimonio paesaggistico e culturale, mi spinge a voler conoscere ed ereditare la storia che ognuno di questi alberi potrebbe raccontarci. Se fossimo in “Avatar” basterebbe una semplice connessione con i capelli per trasmettere ogni informazione che l’albero vuole comunicarci, ma siccome la realtà ha in comune con questo film solo gli abbattimenti indiscriminati contro la volontà della popolazione locale, ovviamente farò affidamento alle storielle che si tramandano tra le genti del paese.

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Arilu te lu Tiaulu, Salice Salentino.

Non conoscendo però tutte le storie di ogni singolo ulivo secolare, il protagonista di questa storia è situato a Salice Salentino, lungo la SP4 Salice Salentino – Novoli – Lecce, a circa 700 m dal centro abitato. Il suo nome è “Arilu te lu Tiaulu” (Albero del Diavolo), così chiamato per la sua singolare forma e per le storie che si raccontano. La particolare conformazione del suo tronco, con una base “a rapa” e una grande concavità scavata da antiche tecniche di slupatura – attraverso le quali si scavava e si estraeva il marciume dal tronco, donandogli, come ad ogni ulivo secolare, la sua singolare forma scultorea – hanno fatto di quest’albero un punto strategico per furfanti e burloni di ogni genere.
Al tempo in cui la strada provinciale SP4 non esisteva, l’ulivo era costeggiato da un sentiero sterrato che conduceva a Novoli e alla contrada “Santu Larienzu”, dove c’era appunto una cappella dedicata a San Lorenzo. In occasione della ricorrenza del santo, il 10 agosto, il luogo diveniva meta di paesani e forestieri devoti. All’interno della cappella si celebrava la Santa Messa, mentre nello spazio antistante veniva allestita la “cuccagna” e vi prendevano posto le bancarelle dei mercanti. La sera, per l’occasione, il posto veniva illuminato con luci di lampade a “carburo”.

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Arilu te lu Tiaulu, SP4 Salice Sal.no – Novoli.

Per giungere, dunque, a Santu Larienzu o, per andare e/o venire da Novoli e da Lecce, bisognava passare accanto a questo inquietante albero. I più superstiziosi raccontano che, in tempi remoti, all’interno di esso si annidasse il demonio in persona. Tuttavia, un approccio più realistico vuole che, quando queste terre erano affollate da ladroni e briganti, nei paraggi di quest’ulivo si appostassero quattro ladroni dal volto coperto. Sfruttando l’enorme cavità del suo tronco, questi si nascondevano e balzavano fuori all’improvviso ogni qualvolta passassero degli ignari viandanti, aggredendoli con violenza e derubandoli. Si narra inoltre che questi furfanti solevano poi recarsi alla “vecchia locanda” del paese per consumare, con orgoglio e spavalderia, i bottini ricavati dai loro furti.

Il ripetersi di queste arroganti azioni insospettì i paesani, i quali, molto infuriati, organizzarono una ronda e tesero un’imboscata a costoro. L’albero fu quindi non solo il luogo fisico dell’ascesa di questi ladroni, ma anche della loro ingloriosa fine. Nello stesso luogo, infatti, questi furfanti vennero acciuffarli da una folla inferocita e riempiti di pesanti botte. Questo episodio, molto vago nella effettiva collocazione storica, è rimasto impresso nelle memorie locali di ogni cittadino, anche dei più giovani.
Ma l’Arilu te lu Tiaulu ( o Rapa te lu Tiaulu) è stato anche simbolo di sporadiche burle, una di queste avvenne meno di un secolo fa, quando la strada per Novoli era ancora sconnessa. In “Ricordi e Racconti – Alla ricerca del paese perduto”, di Ciccio Innocente, Ninì Urbano e Antonio Scandone, si parla anche di una allegra vicenda riportata qui di seguito:

“[…] un contadino dal soprannome “Papa Ngeniu”, uomo sempliciotto, si recava in suo podere nella contrada Santu Larienzu recando, sul portabagagli della sua bicicletta, un fascio di canne tagliate da usare come paletti a sostegno delle “barbatelle” che aveva piantato l’anno precedente. La strada sconnessa ed il fardello legato male fecero sì che, senza accorgersi, perdesse metà carico strada facendo. Casualità volle che si trovasse vicino al “famigerato albero”. Iniziò quindi ad inveire contro Satana, picchiando con una canna sul tronco di quest’albero – Esci Satana, mi vendo l’anima! – ripeteva più volte furente, attribuendo al diavolo la perdita del suo carico.
Da lontano però c’era chi osservava la scena, Ciccio Cascione, un buontempone “trainieri” che, col suo cavallo arava un terreno e decise quindi di passare all’azione. Si mise in volto il suo fazzoletto rosso che, di solito, i carrettieri hanno legato al collo, si mise addosso la coperta del cavallo, prese le catene di cui è sempre provvisto un traino e di soppiatto, senza far rumore, gli si avvicinò restando a debita distanza. Uscendo improvvisamente allo scoperto, muovendo le catene, urlò – Sono pronto!
A tale visione, l’uomo terrorizzato fuggì verso casa. Non sappiamo cosa raccontò ai suoi ma si seppe che restò a letto sconvolto e con la febbre per alcuni giorni.

Questo curioso avvenimento, raccontato da Ciccio Cascione, fu di pubblico dominio solo dopo molto tempo per ovvie ed evidenti ragioni.”

Personificato dai racconti popolari, quindi, l’Arilu te lu Tiaulu è certamente paragonabile ad un monumento storico che merita del rispetto e, magari, anche un po’ di timore. Come ogni ulivo secolare della nostra terra, quell’albero è ancora presente e continua a far frutto, con la classica imponenza di chi ha visto scorrere davanti a sé i secoli e i cambiamenti della società, da quella superstiziosa a quella malavitosa, da quella contadina che parla (o bestemmia) con essi a quella che vorrebbe abbattere i suoi fratelli senza neanche chiedere il permesso.


Fonti

Ricordi e Racconti: Alla ricerca del paese perduto (di Ciccio Innocente, Ninì Urbano e Antonio Scandone)

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