📁 CAPITOLO 1: IL SEGRETO DI RANVERSO La Statua Cava di fine ‘400, il Casalis e il protocollo SABAP
📁 CAPITOLO 1: IL SEGRETO DI RANVERSO La Statua Cava di fine ‘400, il Casalis e il protocollo SABAP
📁 CAPITOLO 1: IL SEGRETO DI RANVERSO
La Statua Cava di fine ‘400, il Casalis e il protocollo SABAP
L’indagine metodologica della Tracciologia Territoriale ha svelato il reale funzionamento terapeutico e liturgico del “Caso Pilota” della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso in Piemonte. Al centro del presidio medievale si trova la celebre statua lignea di fine Quattrocento raffigurante Sant’Antonio Abate (scolpita in legno di noce). I rilievi ravvisati sul campo (documentati fotograficamente nei cantieri di restauro del 2012 e del 2018) hanno rivelato che il retro della statua è interamente cavo, lavorato a colpi di scalpello e martello. Questa cavità era originariamente chiusa da uno sportello mobile, fissato con tenoni in legno primi di elementi metallici per preservare l’integrità del noce dall’ossidazione del ferro.
Questa cavità segreta non era un espediente strutturale, ma fungeva da vero e proprio tabernacolo per custodire il prezioso reliquiario antropomorfo a forma di avambraccio. Nei secoli passati lo storico Goffredo Casalis, nel suo monumentale Dizionario geografico storico-statistico-commerciale, ne registrava la presenza fisica scrivendo: “Conservasi in questa chiesa una reliquia di s. Antonio abate chiusa in un reliquiario in forma di avambraccio, e terminante in una mano”. Oggi, tale manufatto trova la sua definitiva consacrazione istituzionale: la SABAP (Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio) lo ha formalmente protocollato e inserito nel Catalogo Generale dei Beni Culturali con la scheda ufficiale di “reliquiario antropomorfo – a braccio, opera isolata – ambito/bottega piemontese (seconda metà sec. XVII)”, specificando i materiali costruttivi in legno intagliato, pittura e doratura, con rivestimento decorativo in argento sbalzato e una teca ovale in vetro recante il cartiglio interno “Ex ossibus S. Antonii Abat.”.
Durante i riti medievali di cura per l’ergotismo, i monaci Antoniani aprivano lo sportello posteriore della statua del Quattrocento, estraevano l’avambraccio e lo offrivano al bacio dei malati affetti dal “fuoco degli ardenti” che cercavano guarigione davanti alla parete affrescata con i simboli del Tau e delle fiamme.
