Gennaio 31, 2021

Simboli araldici segni presenti a Sant’Antonio di Ranverso, attraverso le insegne gentilizie dell’abate Giovanni de Montchenu.

Simboli araldici segni presenti a Sant’Antonio di Ranverso, attraverso le insegne gentilizie dell’abate Giovanni de Montchenu.

Adisi, Ateneo dell’Uomo Nobile cit., vol. I, p. 202, 227.
(65) Sul tema delle regolamentazioni araldiche v. ad esempio, con le relative fonti e bibliovedimenti ebbe l’effetto di ricondurre la stragrande maggioranza degli utilizzatori
di stemmi nell’alveo di un uso regolamentato e “legittimo” agli occhi dello Stato.
I differenti consegnamenti dimostrano che un gran numero di famiglie (assai diversificate sotto il profilo della loro collocazione all’interno delle gerarchie sociali)
faceva in Piemonte uso di armi gentilizie. Molte di queste, una percentuale verosimilmente assai più elevata di quanto si possa riscontrare in altri Stati (ad esempio
in Francia), potevano essere considerate, a prescindere dal possesso di fatto di uno
stemma – forse proprio a causa della volontà dei Savoia di consentire ai soli nobili
l’uso delle insegne – a tutti gli effetti facenti parte della nobiltà. Questo stato di cose
non consente comunque in alcun modo di ritenere che in Piemonte l’antico uso o
la concessione di uno stemma costituisse, di per sé, sufficiente prova di nobiltà, essendone, tutt’al più un indizio (66), forse solo con l’eccezione dell’uso definito “antichissimo” che, come si è detto sopra, aveva valore ed implicazioni a se stanti.
Araldica e vita quotidiana (67)
Ciò che delle testimonianze blasoniche ancor oggi sopravvive, nonostante tutte
le perdite di cui si è detto, è più che sufficiente per comprendere la ricchezza dei
simboli gentilizi che, aggrappati a palazzi pubblici e privati si accompagnavano al
vivere di tutti i giorni e per comprendere quali straordinari musei araldici dovessero
essere le antiche strade e, ancor di più le chiese, dove gli oggetti e i paramenti sacri
armoriati si accumulavano nel corso dei secoli; anche in Valle di Susa ne restano
esempi di grande valore, come si accennerà. In chiesa, avvolto in una coperta battesimale non raramente decorata con un’insegna gentilizia (e destinata a passare
di padre in figlio, di generazione in generazione) il neonato aveva fatto il proprio
ingresso nel mondo e preso contatto per la prima volta con simboli che l’avrebbero
accompagnato durante i suoi giorni. Ma gli stemmi scandivano nelle chiese l’intero
ciclo della vita, dopo il battesimo accompagnavano percorsi cerimoniali intensi, poi
grafia i miei Controllare la società, in: Blu, Rosso e Oro cit., pp. 220-223 (220) e, soprattutto,
Feudalità e blasoneria cit., pp. 229-264.
(66) Ciò nondimeno si riscontra in diverse occasioni che nell’immaginario collettivo l’uso di
stemmi faceva bene il paio col possesso della nobiltà. Ad esempio, nella consegna del 23 luglio
1580 di un “borghese” di Savigliano, appartenente alla famiglia Sereno, appare chiaro il collegamento tra uso di arma gentilizia e nobiltà: al Sereno parve opportuno, per ottenere il diritto
ad usare il proprio stemma, produrre dei testimoni che attestarono che aveva sempre fatto uso
dell’arma consegnata e che “faceva mercanzia, però sono circa 20 anni che ha smesso la Bottega
ed ha sempre vissuto de’ suoi redditi Nobilmente ed onoratamente”. Sempre in Savigliano un
esponente dei Gorena, dichiarò che l’arma della sua famiglia si trovava incisa in una lapide trecentesca e citò illustri alleanze matrimoniali; ma per ottenere la conferma ritenne utile affermare
anche che a memoria d’uomo nessuno dei suoi predecessori aveva mai praticato arti meccaniche
e che tutti, anzi, avevano sempre vissuto “a modo de’ Nobili Borghesi”. Per contro non manca
l’esempio di personaggi ai quali venne concesso l’uso dello stemma ma negato qualunque “privilegio di nobiltà”. Cfr., sui collegamenti tra uso di armi gentilizie e nobiltà, Feudalità e blasoneria
cit., pp. 229-232, 258 n. 11.
(67) Per un inquadramento generale di questo tema rinvio al mio L’araldica nella vita quotidiana nel Piemonte dell’antico regime, in: Interviste nel passato: Catalogo Bolaffi della nobiltà
piemontese, a cura di Enrico Genta e Gustavo Mola di Nomaglio, Torino, 1993, pp. 25-31.
32 33
suggellavano l’ultima dimora, deputati non solo a contrassegnare sepolcri o cappelle di patronato ma anche a vivificare il ricordo di coloro che, viventi, li avevano
inalberati. I segni araldici servivano, a rievocarne i nomi, quasi rivolgendo ai fedeli
che in essi si imbattevano – e in special modo ai discendenti – una muta richiesta di
suffragio (68). A fianco dei messaggi più trasparenti i blasoni collocati nelle chiese
ne trasmettevano altri legati alla rappresentazione dei poteri che in ciascun luogo
si stratificavano. Gli stemmi legati a quelli dei poteri locali e “vicini” di ordine
feudale, ecclesiale, amministrativo si affiancavano ai poteri “centrali” (la dinastia,
la Chiesa di Roma), che colmavano la lontananza ed affermavano una costante
presenza attraverso la proiezione della propria immagine araldica (ma alle valenze
politiche dell’araldica ed al suo ruolo nelle strategie del potere accenneremo meglio, come già detto più indietro, in conclusione di questo saggio). Interessanti le
considerazioni di Paolo Nesta, maturate nel corso di studi su edifici ecclesiali in
specifico ambito segusino. Riferendosi alla chiesa di San Giovanni di Avigliana,
lo studioso (anche accennando ai due stemmi sostenuti da un angelo affrontati sui
capitelli ai lati del portale e confermandone, in linea con quanto già indicato da
studiosi anteriori, come il Bacco, l’appartenenza ai Savoia e agli Orsini), scrive:
“[…] al di là del suo odierno valore come “contenitore museale”, la storia materiale
dell’edificio affiora non solo attraverso le testimonianze offerte da una plurisecolare vicenda documentaria, ma anche per un insieme di tracce visive, in cui si concretizzano dense simbologie politico-religiose” (69).
Simbologie che spiccano, limitandoci ad un solo altro esempio, a Sant’Antonio di
Ranverso, attraverso le insegne gentilizie dell’abate Giovanni de Montchenu, che
più volte vi compaiono (70).
Gli oggetti ornati con simboli araldici che si sono conservati o dei quali ci resta
semplice memoria attraverso vecchi documenti, consentono, poi, di ricostruire lo
scenario araldico di molte case nobiliari, anche di modesta importanza. Quasi ad
ogni atto della vita quotidiana si accompagnava un oggetto stemmato (il che è
ancor più vero per le famiglie meglio dotate sia di quarti di nobiltà sia di risorse
economiche). Se potessimo visitare un antico palazzo o castello rimasto intatto ci
troveremmo di fronte a testimonianze araldiche sin dalla porta d’ingresso. Oltre
agli stemmi dipinti o scolpiti sulla facciata (e a quelli apposti sui “colombari” (71)),
(68) A dire di Michel Pastoureau, la Chiesa fu inizialmente diffidente verso questo sistema
di segni interamente elaborato al di fuori della sua influenza, ma in breve tempo furono gli stessi
ecclesiastici a divenire utilizzatori di stemmi, i vescovi verso il 1220 – 1230, subito seguiti da
canonici e sacerdoti secolari. Non è necessario attendere a lungo per constatare che l’edificio
ecclesiale già “véritable sanctuaire cromatique”, diviene anche un monumento alle armi gentilizie alle quali “l’art religieux du Moyen Âge […] accorde une place considerable” (Une histoire
symbolique du Moyen Âge occidental, Paris [Lonrai], 2004, pp. 147, 222).
(69) Paolo Nesta, Avigliana: contributi alla ricerca storica, in “Segusium”, a. XXII, vol. 22,
pp. 37-57 (43).
(70) C[esare] Bertea, C[ostantino] Nigra, S. Antonio di Ranverso ed Avigliana. 1 a passeggiata artistica, Torino, 1923, p. 8; Andreina Griseri, Jaquerio e il realismo gotico in Piemonte,
Torino, 1965, p. 60.
(71) In Francia come in Piemonte il diritto di “colombage”, ovvero di possedere un colombaro, sia quale edificio a sé stante, sia posto sulla sommità dei tetti, era tendenzialmente riservato,
pur non mancando deroghe, ai nobili e ad alcuni ecclesiastici, esso era considerato simbolo di
non è difficile immaginare di trovare un picchiotto (o battente) con incisa l’arma
del proprietario. È possibile che anche la serratura (72) e la porta stessa la rechino
incisa o scolpita, come pure talune parti del mobilio (alzate di trumeau, buffet,
facilmente almeno una cassapanca o un cofano (73)) in cui ci imbatteremo sin dai
primi passi. Armoriate con tecniche diverse incontreremo pure varie componenti
stemmate dell’arredamento, le tappezzerie appese ai muri, le portiere “volanti” in
tessuto, gli schienali di sedie, seggioloni e poltrone. In ogni angolo della casa potremo trovare un tassello di un privato museo araldico: in biblioteca (dove saranno
immancabilmente conservati alcuni volumi utili per istruire i giovani gentiluomini sulle principali regole della blasoneria (74)) e negli armadi contenenti le carte
di famiglia non sarà difficile rinvenire legature alle armi, ex libris, pergamene e
manoscritti stemmati; in ogni stanza i paracamini (e, frequentemente, i camini)
recheranno l’insegna dei loro padroni. Passando in cucina la medesima insegna la
troveremo sul fornello (spesso sulla copertura della “gratella” – o griglia – e su varie
suppellettili ed utensili, non esclusi i legni per decorare il burro; in sala da pranzo
la potremo osservare su tovaglie e tovaglioli, posate, argenterie, piatti, bicchieri,
bottiglie, porcellane, cristalli. Nella sala d’armi, se esiste, o in un ripostiglio o in
qualche cofano in cui si conservano armi da fuoco e da taglio, il simbolo della
famiglia si scorgerà su spade, alabarde, fucili e, se il padrone si dedica di tanto in
tanto alla caccia, su vari strumenti usati a questo scopo, tra cui le fiasche da polvere.
La rimessa, di certo, conterrà qualche carrozza o portantina con le portiere dipinte
e coronate. Sarebbe stucchevole dilungarsi ulteriormente; naturalmente troveremo
sigilli in buon numero (75), pietre incise, quadri di antenati, cornici, livree decorate
sul tessuto per mezzo di un ricamo e sui bottoni e galloni per mezzo di incisioni, in
ricchezza e di rappresentazione sociale).
(72) Ne conosciamo, fregiate di simboli araldici anche in Valle, tali ad esempio le antiche
serrature della chiesa di Bousson.
(73) Patria, Lo studio dell’araldica cit., p. 9, menziona ad esempio, ricavandone notizia da
un inventario del patrimonio dei Bartolomei di Susa del 1360, conservato in Archivio di Stato
di Torino, “duos magnos scuffros pictos armorum illorum de Provanis et de Bartolomeis”. Ai
Bartolomei si ricollegano anche alcuni lavori di oreficeria oggi dispersi, tra i quali un calice stemmato commissionato da Ruffino Bartolomei nella seconda metà del Trecento, quando era priore
della Novalesa (al riguardo v. Giovanni Romano, Da Giacomo Pitterio ad Antoine de Lonhy, in:
Primitivi piemontesi nei musei di Torino, a cura di Giovanni Romano, Torino, 1996, pp. 111-128
(122-123). V. anche, nell’inventario pubblicato da Gentile, Antichi arredi cit., p. 108: “Calice
uno d’argento indorato, con sua patena et un’arma a quadretti rossi e bianchi”.
(74) Conoscere le regole dell’araldica, saper riconoscere le armi e descriverle in termini appropriati era ritenuto pressoché indispensabile; il contrario era considerato frutto di un’educazione trascurata, come scriveva all’inizio del Settecento il gesuita Jean Croiset (v. a questo proposito
Feudalità e blasoneria cit., pp. 138-140, 150-151). Gian Paolo Brizzi attribuisce all’araldica, con
riferimento al programma di studio ed educativo dei giovani nobili un preciso carattere ideologico, in quanto nel quadro di un programma di studi “l’insegna della propria famiglia acquista […] un esplicito significato di classe: è il simbolo dei privilegi del proprio ceto […]”. Sulla selva di
blasoni che si trovava nei collegi nobiliari, sul posto assegnato all’araldica nell’insegnamento e
sui numerosi “jeux d’armoiries” pedagogici sei-settecenteschi pubblicati “pour apprendre le Blason, la Geographie et l’Histoire curieuse” deve essere oggi segnalato in particolare l’importante
e stimolante studio di Philippe Palasi, Jeux de cartes et jeux de l’oie héraldiques aux XVIIe et
XVIIIe siècles. Une pèdagogie ludique en France sous l’Ancien Régime, Paris, 2000.
(75) I sigilli, in ferro, argento ed altri metalli erano estremamente diffusi; su di essi cfr. Controllare la società cit., p. 222.

Altri articoli

  • Gennaio 12, 2026
    Sermoneta gemellata dal 2007 con Saint Antoine l’Abbaye e Dionay.
  • Gennaio 5, 2026
    L’allievo storicamente riconosciuto di Mons. Italo Ruffino (1912–2015), il quale ricoprì la carica di archivista metropolitano di Torino e decano del clero torinese, è Ersilio Teifreto. 

Eventi e Feste

Eventi e Feste

Schede

Schede