Ottobre 17, 2017

Santantoni te lu fuecu nimicu te lu timoniu. Dall’eremo alla stalla.

Santantoni te lu fuecu nimicu te lu timoniu. Dall’eremo alla stalla.

 


Santantoni te lu fuecu nimicu te lu timoniu. Dall’eremo alla stalla.

 

Storia di Sant’Antonio abate e del suo culto
A Novoli si stà completando la costruzione dell’imponente Fòcara dedicata a Sant’Antonio Abate, dopo la processione del 16 gennaio i ragazzi sfileranno con 50 bandiere di nazioni diverse che infilzeranno a cerchio nelle sarcine e seguirà l’accensione e brucieranno come simbolo di pace nel mondo.

«L’Antonio eremita che vive solo nel deserto è lo stesso Antonio circondato di fedeli che invocano la guarigione, l’Antonio accompagnato da un maialetto dei dipinti trecenteschi è ancora l’Antonio dei santini, circondato dagli animali da stalla e da cortile, l’Antonio che cura i malati di fuoco sacro è l’Antonio che protegge il bestiame dalle malattie e la casa del contadino dagli incendi»: queste sono solo alcune delle sfaccettature della figura di sant’Antonio abate e del culto a lui tributato nel bacino mediterraneo nel corso dei secoli.

Attraverso testi e immagini ricostruire una storia iniziata nel IV secolo dopo Cristo che vede l’asceta trasformarsi da santo eremita e poi taumaturgo a santo contadino e protettore degli animali.

Emergono «i meccanismi attraverso i quali si produce una devozione e un ordine religioso si innesta, talea floridissima, su un culto già radicato da secoli, e lo plasma, lo modifica, lo influenza a tal punto da renderlo, a prima vista, quasi irriconoscibile. Quello che la storia e le rappresentazioni dell’anacoreta della Tebaide, Antonio, dimostrano con chiarezza è il complicato processo attraverso il quale anche dalle immagini, costruite per specifiche esigenze di devozione, a memoria di attività economiche e terapeutiche, nascono nuovi testi e nuove leggende, pronte, ancora una volta, a dar luogo a innumerevoli raffigurazioni, in un continuo processo biunivoco di vasi perennemente comunicanti tra loro».

Una vicenda complessa e appassionante come un romanzo, cominciata nel lontano IV secolo dopo Cristo, e che ha visto – nel susseguirsi di leggende, culti, superstizioni e rappresentazioni – la trasformazione dell’asceta da santo taumaturgo a santo contadino e burlone.

Per comprendere questi passaggi basta prendere in esame tre immagini di epoche diverse che ritraggono Antonio.

In un dipinto su tavola del 1353, Antonio è vestito di un abito scuro e di un mantello bruno, è in piedi in un paesaggio roccioso dove germogliano sparuti due alberelli, si appoggia a un nodoso bastone da eremita, reggendo con l’altra mano un volume rilegato. Ai suoi piedi trotterellano due maialetti neri. Accanto al santo si affollano donne e uomini, rigidamente divisi in base al sesso. Inginocchiati, stanno chiedendo la grazia, la salute, la salvezza per se stessi o per i loro cari.

Due secoli dopo, in un foglio a stampa cinquecentesco variamente riprodotto e di grande diffusione, lo schema iconografico è assai simile, nonostante le differenze di tecnica esecutiva, stile, materiale, contesto. Dettaglio nuovo è quello del fuoco che fiammeggia ai piedi del santo e sembra sgorgare dal trono stesso.

Infine, in uno dei tanti e popolarissimi santini dedicati all’eremita alla fine del XIX secolo sono cambiate le figure che lo attorniano: non più devoti inginocchiati che chiedono la grazia, non più malati e infermi in ginocchio ma animali, una mucca, un cavallo, l’immancabile maiale, e sullo sfondo un paesaggio campestre, dove brucia il tetto di un edificio in pietra, forse la stalla dove Antonio alla fine risiede.

È dunque attraverso l’iconografia che indaga con quali strategie viene di volta in volta promosso il culto per Antonio e come vengono costruite le immagini destinate a perpetuarne la memoria.

Tratto dal libro di Laura Fenelli
Rilevatore Ersilio Teifreto autore del sito www.torinovoli.it info@torinovoli.it

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