Dicembre 28, 2021

S.
Antonio di Rio Inverso ed attraversando la Statale n.25 in corrispondenza del
progressivo km. 20 al Baraccone (31), metteva in comunicazione le proprietà dell’Ordine Mauriziano sparse dalle due parti della Dora, giungendo alla Grangetta
e salendo quindi al Castelletto. Manufatto che permetteva un’alternativa al guado non sempre possibile sul percorso rettilineo S. Antonio – Grangetta.
Nell’edizione A) viene indicata una passerella spostata più a valle di cento metri,

S.
Antonio di Rio Inverso ed attraversando la Statale n.25 in corrispondenza del
progressivo km. 20 al Baraccone (31), metteva in comunicazione le proprietà dell’Ordine Mauriziano sparse dalle due parti della Dora, giungendo alla Grangetta
e salendo quindi al Castelletto. Manufatto che permetteva un’alternativa al guado non sempre possibile sul percorso rettilineo S. Antonio – Grangetta.
Nell’edizione A) viene indicata una passerella spostata più a valle di cento metri,

A questo proposito penso non sia da sottacere la strana estensione del territorio comunale di Avigliana che — contrariamente agli altri Comuni della Bassa
Valle (Bussoleno escluso) — non ha come confine il corso della Dora, ma partendo dall ‘inverso (S. Francesco alla Mortera) raggiunge quasi le pendici opposte nella
conca del Musinè. E un retaggio dell’antica influenza medioevale (quando inglobava anche il territorio dell’attuale Buttigliera) o può far presumere ad uno spostamento del letto della Dora? D’altronde l’attuale territorio comunale del
confinante S. Ambrogio travalica la Dora per un limitato tratto all’altezza della
regione Verdina; risposta in questo caso praticamente inequivocabile.
Sempre dalla Carta Sarda, rileviamo che da Dorbiaglio una strada si dirigeva
ad Avigliana con andamento per nulla rettilineo e quindi non coincidente con
l’attuale militare (26) in prossimità di Malan e sfiorando la Cappella di S.
Antonio.
Grazie alla cortesia del Parroco di Drubiaglio, Don F.C. Novero, ho potuto
fotografare un Ex-voto del 1839 {pergrazia ricevuta da S. Antonio) che propongo
quale inedito (foto 17) per documentare l’effettiva presenza ed il tipo della Passerella in legno. Iconografia doppiamente importante in quanto — con la rappresentazione di due imbarcazioni — conferma che la Dora era (anche se solo in
determinati periodi) navigabile.
D’altronde il Casalis (27) dà due notizie che — mi pare — abbiano il loro peso: “ … la Dora per altro serve al trasporto di una certa quantità di legname sino
al villaggio d’Alpignano, d’onde è condotto a Torino” .
Ed ancora: “ … la Dora potrebbe, mediante alcuni lavori, portar zattere sino
alle porte di Torino; e ciò che prova, che l’arginamento di questo fiume si può
eseguire, è che nel 1767 una compagnia ricca e numerosa domandò al governo
la permissione di estrarre il legname di quelle vallate per lo spazio di dieci anni,
offrendo di fare lungo la Dora tutti i dicchi necessari ad ottenere che questo
fiume potesse agevolmente portare le zatte, anche nelle gole che esistono tra Exilles
e Salbertrand, conosciute sotto il nome di Serre de la route (28).
Altro elemento da non sottovalutare mi pare sia l’idronimo ël port (in lingua
(26) S.S. n.24 del Monginevro.
(27) Op. cit. alla nota (6). Voce Susa (provincia) Vol. XX Torino 1850 pagg. 558 e 568.
(28) A proposito di questo toponimo ortografato anche in, Serre de la voute sino all’insulso stenografico di, Serre la voute, vedere: – F. Pari, a proposito di un Toponimo: Serre la Route oppure
Serre la Voute, in “Il Nuovo Rocciamelone” del 24/6/1983 – E. Patria, Difesa di un toponimo
Serre la Voute, in “La Valsusa” del 17/12/1983. – F. Pari, A proposito di … Toponimi, in “La
Valsusa” del 31/12/1983.
Contributi che — a mio giudizio — non hanno risolto definitivamente il problema apertosi,
ma che avrebbero dovuto far riflettere con un briciolo di umiltà chi di dovere, restituendo almeno
la preposizione “de” (Serre de la …) al toponimo da tempo così codificato sulla cartografia statale
(Tavolette al 25.000 delTI.G.M.). Invece gli automobilisti prima di entrare nelle Gallerie omonime (Exilles-Salbertrand) si imbattono nel telegrafico e – a mio giudizio – privo di significato: “ Serre la voute” .
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italiana = il porto) ancor oggi usato a S. Ambrogio e dintorni, per indicare il
sito ai piedi del dosso della Torre del Colle ove sorge l’attuale Ponte in cemento
armato (30).
Ultimando l’esame dello stralcio della Carta Sarda, notiamo ancora il Ponte
in legno che permetteva il collegamento tra Avigliana e la conca di Almese, da
cui si deduce che nei vecchi tempi c’erano più possibilità di attraversare la Dora
che non ai giorni nostri in cui il primo ponte che si incontra dopo quello di Avigliana (successore del Ponte in legno) è ad Alpignano molti chilometri più a valle.
A questo proposito richiamo il lavoro già citato dell’Usseglio (25) che ci illustra una delle motivazioni per le quali venne concesso l’erezione della Parrocchia a Drubiaglio (località che d’altronde disponeva già di una chiesa romanica
demolita negli anni ’20): la pericolosità dell’attraversamento della Dora (per raggiungere la Parrocchia di S. Maria in Borgo vecchio di Avigliana) su di un Ponte
che ancora nel 1881 era di fascine che spesso venivano strappate dalle piene (le
fascine sono pur sempre legname, quindi il termine: “di legno” è valido!).
Ponte che era localizzato di fianco a valle dell’attuale in c.a. di corso Dora
di Avigliana collegante la stazione ferroviaria di questa e le due statali n.24 e
25 tra di loro.
La Tavoletta II N.E. Almese al 25.000 del F°55 dell’I.G.M., anche se nel
tempo a quella più vicina a noi in quanto rappresenta la cartografia ufficiale dello
stato, richiede una disamina attenta esistendo varie edizioni dal primitivo rilievo del 1881. Mi limiterò — in ossequio ad ovvi motivi di spazio editoriale e di
… tedio per il lettore — al raffronto tra l’edizione che chiamerò A) con l’Aggiornamento del 1929 e della quale — essendo già a livello d’antiquariato — offro un piccolo stralcio (foto 12), e l’Edizione che indicherò con B) riportante
la Ricognizione del 1965.
Leggendole da valle a monte, rileviamo i seguenti elementi diversificanti:
esistenza nella A) del così detto Ponte delle Guardie (toponimo di cui non
(29) Con la presente rinnovo l’invito ai paleografi – già formulato anni addietro in occasione degli interventi di cui alla nota (27) – di rintracciare ed esaminare questo documento.
(30) Vocabolo che in lingua piemontese indica non soltanto l’attracco di natanti, ma anche il
trasporto in genere; quindi la Dora in questo punto fu superata, prima dell’attuale, con un ponte
fisso in legno ancora a pedaggio (il Catasto Rabbini così ce lo indica) che a sua volta prese il posto
del traghetto vero e proprio da cui il toponimo; Traghetto che non fu sempre e solo posizionato
sull’attuale sito, ma anche più a monte verso Novaretto con strada di accesso che si diramava dall’Antica di Francia tra il Salto della Bell’Alda (Cascina Bertini) e la Regione Pautassi. Non pare
sia un semplice caso che il Quadro d’Unione (scala 1:6000) – dei Fogli di mappa del Catasto Terreni del Comune di S. Ambrogio – dia il tracciato di una strada comunale dei Vantassi che finisce
direttamente nella Dora sull’allineamento di quella che provenendo da Novaretto si raccordava
alla vecchia: Villar Dora – Ponte di S. Ambrogio – Condove. Tengasi presente che la così detta
Militare (Strada statale n.24 del Monginevro della nota 26) che si snoda alla sinistra della Dora,
è stata costruita negli anni 1937/38 in previsione delle Grandi Manovre militari, preludio all’ultimo conflitto mondiale.
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ho potuto scoprire il significato) su cui passava la strada che provenendo da S.
Antonio di Rio Inverso ed attraversando la Statale n.25 in corrispondenza del
progressivo km. 20 al Baraccone (31), metteva in comunicazione le proprietà dell’Ordine Mauriziano sparse dalle due parti della Dora, giungendo alla Grangetta
e salendo quindi al Castelletto. Manufatto che permetteva un’alternativa al guado non sempre possibile sul percorso rettilineo S. Antonio – Grangetta.
Nell’edizione A) viene indicata una passerella spostata più a valle di cento metri,
Ancora esistente il Ponte-Passerella di cui alla descrizione del Casalis (1834),
dell’iconografia dell’ex-voto (1839) e della Carta Manovra (1876) che permetteva — oltre alle comunicazioni con Buttigliera — anche quelle più immediate al
vecchio Molino ed alle Ferriere Piemontesi (già Vandel e C.), da parte degli abitanti di Drubiaglio-Grange-Malan.
Nell’edizione B) più nessun manufatto fluviale; si nota l’espansione edilizia
del complesso Ferriere Fiat (ora Teksid) e, nel preciso sito del ‘ ‘nostro” ponticello, la presen za della Centrale elettrica alimentata dal doppio elettrodotto. Quindi
— in definitiva — un attraversamento della Dora c’è pur sempre!
Qualche Autore ripetutamente asserisce (senza peraltro dire se ne è stato diretto testimone) che durante i periodi di magra del fiume, è possibile vedere le
tracce del vecchio Ponte (32).
Le numerose ispezioni effettuate lungo gli argini della Dora nella tratta MalanFerriere nei periodi di quasi completa secca, non mi hanno permesso di rintracciare alcuna vestigia del vecchio manufatto, ciò per i semplici motivi: che le spalle non erano in muratura (cosa che mi pare piuttosto ben testimoniata visivamente
dall’ex-voto, che i pali di sostegno hanno avuto tutto il tempo di marcire ed essere coperti dal materiale di fluitazione e che i cospicui movimenti di terra effettuati per la costruzione della Centrale elettrica del complesso aziendale ed i relativi
elettrodotti di alimentazione, hanno sconvolto totalmente la zona dandole anche una ben diversa altimetria (33).
(31) Passaggio ora impedito da ingresso chiuso dell’Azienda faunistica S. Antonio di Ranverso.
(32) 11 …Vattuale viottolo raggiunge la Dora a breve distanza da un punto in cui nei periodi di magra del fiume sono ancora visibili resti delle fondazioni di un ponte antico …”
(33) Sopraluoghi sul terreno non certo infruttuosi in quanto mi hanno permesso di rilevare la
presenza di varie discariche lungo le rive; cumuli di materiali vari tra cui non mancano gli elementi di strutture edilizie di interesse archeologico (coccio pesto, laterizi vari, etc.) provenienti tutti
dalla zona interna di Malan. Cosa che mi ha rattristato in quanto è sinonimo della dispersione
di un patrimonio di conoscenze sul passato della “nostra” Valle. Su di un piano puramente umanomateriale, non mi sento però di condannare in quanto questo atteggiamento è frutto della paura
che le così dette autorità preposte alla tutela del patrimonio artistico-paesaggistico (che – anche
se pochi ci pensano – non sono altro che dipendenti di quel misconosciuto e snobbato datore di
lavoro che è il Contribuente!) sono riuscite ad instillare nel privato Proprietario.
Chi ha la disavventura, durante lavori di scavo per qualsiasi necessità (agricole, di drenaggio,
edilizie, trivellazione pozzi, ect.) di imbattersi in strutture o reperti di interesse archeologico e
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Nell’edizione A) si ha ancora il piacere di leggere il toponimo MALAN riferentesi in origine alla Cascina omonima il cui insediamento si è ora ampliato saldandosi praticamente con la Borgata Grangia. Nel sito del primitivo Malan era
localizzato l’insediamento romano di confine: Mansio ad fines che qualche studioso farebbe coincidere con Ocelum.
La carta B)— ossia quella di attuale divulgazione — ignora i l “nostro” toponimo che è ricordato ai frequentatori della militare da un misero cartello stradale
(foto 19).
In compenso entrambe le edizioni, hanno in comune con la Carta Manovra
del 1879, un altro toponimo di notevole rilevanza storica: Il Ghetto, mentre la
Carta dello Stato Maggiore Sardo lo ignora.
Mi pare sia utile per la storia di Valle, aprire una parentesi su questa indicazione.
Sotto un risvolto puramente letterale e di larga accezione, ghetto indica un
luogo abitato di infimo ordine sia come strutture che come popolazione.
Nella comune utilizzazione il termine ha però il preciso riferimento alla presenza di Ebrei (34).
Le ricerche effettuate nella zona (33) sulla tradizione orale degli abitanti più
anziani, localizzerebbero questo Ghetto nel complesso di case a schiera affacciantesi
sulla militare, ove attualmente si trova la rivendita di giornali (foto 20).
Ricerche in corso presso l’Archivio e la Biblioteca della Comunità Israelitica
di Torino, non hanno — per il momento — portato a conferme documentarie.
Il ricordo di questa “emergenza” che è stata una realtà nella storia Valsusina
non soltanto ebraica, ma in senso lato (Valgioie, Susa, etc.), mi sembra sia meritevole di un adeguato approfondimento.
Ferruccio Pari
si premura di darne comunicazione, ha la vita bloccata. Viene immediatamente diffidato al proseguimento dell’attività intrapresa nelle sue proprietà, poi – in un secondo tempo e con molta lentezza – si inizia a pensare all’organizzazione degli adempimenti documentari del caso.
(34) Sin dai tempi antichi le comunità ebraiche ebbero l’abitudine di isolarsi – volontariamente

  • in determinati quartieri (un po’ come avviene ora per certe zone residenziali o villaggi, riservati
    ad un determinato “ceto” o “categoria”) e questo sino all’alto medioevo.
    I Ghetti si trasformarono poi (nel 1516 a Venezia) in quartieri di dimora coatta con chiusura
    delle porte di accesso (e di uscita) dal tramonto all’alba.
    Come prescrizione di carattere religioso, ebbero la loro codifica con la Bolla di Papa Paolo IV
    del 12 luglio 1555, la cui applicazione iniziò dallo Stato Pontificio per estendersi alle principali
    città dello stivale italico.
    Le uniche due città che non adottarono questa infelice decisione furono Livorno e Pisa. A Torino il provvedimento entrò in vigore nel 1679, mentre negli altri Stati d’Europa i ghetti, non avevano la caratteristica coercitiva, ma unicamente di insediamenti in cui vivevano gli ebrei della
    così detta diaspora, intendendo con questo vocabolo la dispersione del popolo ebraico in agglomerati fuori dall’originaria Palestina. Comunità che per altro mantennero sempre stretti legami tra
    di loro – anche solo epistolari – che portarono dopo millenni alla creazione dell’attuale stato di Israele.
    Con la Rivoluzione francese iniziò la liberalizzazione di questi “quartieri” ; a Roma venne abolito da Papa Pio IX nel 1847; lo Stato Sardo lo seguì l’anno successivo con quel provvedimento
    che è conosciuto come Vemancipazione degli Ebrei.
    (35) Per la loro collaborazione su quanto concerne Drubiaglio si ringraziano: Don Novero ed
    il Signor Franco Camino.

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