RanversoIl fulcro di questo insediamento fu il Rio Inverso, un modesto corso d’acqua naturale alimentato dai flussi meteorici e dalle risorgive della collina morenica (il cui versante è storicamente denominato Col Giansesco o Truc degli Abissi).
RanversoIl fulcro di questo insediamento fu il Rio Inverso, un modesto corso d’acqua naturale alimentato dai flussi meteorici e dalle risorgive della collina morenica (il cui versante è storicamente denominato Col Giansesco o Truc degli Abissi).
🏛️ PROPOSTA DI SAGGO STORICO-SCIENTIFICO PER SEGUSIUM
TITOLO PROPOSTO:
La stratificazione infrastrutturale nell’Anfiteatro Morenico: dal Rio Inverso all’asse transalpino moderno
SOTTOTITOLO:
Evoluzione idrografica e antropizzazione della piana di Ranverso attraverso i secoli.
Evoluzione idrografica e antropizzazione della piana di Ranverso attraverso i secoli.
Di Ersilio Teifreto
Socio di Segusium e già allievo di Mons. Italo Ruffino
Socio di Segusium e già allievo di Mons. Italo Ruffino
I. Il Rio Inverso e la scelta del sito della Precettoria
La comprensione dell’antropizzazione della piana morenica compresa tra Avigliana e Rosta non può prescindere dall’analisi idrografica originaria del territorio. Molto prima dei grandi scavi trecenteschi voluti dalla dinastia sabauda, la scelta dell’Ordine degli Ospitalieri di Sant’Antonio di fondare la Precettoria di Ranverso nel 1188 fu dettata da un’attenta lettura delle risorse idriche locali.
Il fulcro di questo insediamento fu il Rio Inverso, un modesto corso d’acqua naturale alimentato dai flussi meteorici e dalle risorgive della collina morenica (il cui versante è storicamente denominato Col Giansesco o Truc degli Abissi). Le colline moreniche, agendo come spugne naturali, rilasciavano alla loro base un’acqua purissima, intercettata dai monaci attraverso lo scavo di una fitta rete di pozzi profondi – se ne contano storicamente almeno sei, di cui restano visibili le testimonianze nel Giardino dei Semplici e nella corte bassa. Questa distinzione tra le acque di falda (destinate all’uso terapeutico e potabile) e le acque superficiali fu la chiave biologica per la cura dei malati del fuoco di Sant’Antonio e per la sussistenza della prima comunità cenobitica.
II. L’avvento della Bealera di Rivoli e l’economia dei Fittaioli
Il quadro idrico mutò radicalmente a partire dal 1310, quando le Patenti Regie di Amedeo V di Savoia diedero inizio allo scavo della Bealera di Rivoli, grande canale derivato dalla Dora Riparia a Sant’Ambrogio. Nel superare i dislivelli collinari di Buttigliera Alta, l’infrastruttura richiese imponenti opere d’arte in pietra e laterizi – di cui permangono significativi resti murari e contrafforti angolari avvolti dalla vegetazione forestale – per contenere la spinta del terreno morenico friabile.
L’innesto della Bealera nella piana di Ranverso trasformò il paesaggio agrario e sociale, determinando la nascita di una classe di fittaioli autoctoni. Questi agricoltori, legati contrattualmente alla Precettoria, gestivano i ritmi della terra attraverso il rigido sistema medievale dei “turni di ruota” o ore d’acqua. Regolate da apposite paratie laterali che non interrompevano il flusso principale diretto a Rivoli, le acque venivano deviate nei canali interni del Concentrico. Questa linfa idrica alimentava non solo i mulini e i lavatoi dei fabbricati, ma consentiva l’irrigazione a scorrimento dei prati, garantendo il foraggio per gli animali delle cascine e strutturando un’economia rurale integrata di altissimo livello.
III. Il XIX Secolo: La Ferrovia e la deviazione del flusso
La vera prova di coesistenza tra l’idraulica medievale e la modernità industriale si consumò tra il 1854 e il 1860, con la progettazione e l’apertura della linea ferroviaria internazionale Torino-Modane (Ferrovia del Frejus). Gli ingegneri ottocenteschi, vincolati dalle pendenze imposte dall’orografia del territorio, si trovarono costretti a ricalcare esattamente la traiettoria millenaria della Bealera.
L’intersezione tra la nuova massicciata ferroviaria (oggi RFI) e l’antico canale regio determinò una complessa correzione geometrica del flusso idrico: a ridosso del muraglione di contenimento collinare, la Bealera subì una decisa “virata a sinistra” per sottopassare i binari, compiendo dopo appena cento metri una successiva “virata a destra” per riprendere la pendenza naturale ed entrare nel Concentrico di Ranverso. Fu proprio la presenza combinata di questa linea ferrata e della forza motrice della Bealera ad attrarre, nel 1890, gli industriali francesi fratelli Vandel, la cui chioderia automatizzata diede origine alla frazione operaia di Ferriera, successivamente integrata nel complesso siderurgico delle Ferriere FIAT.
IV. Conclusioni: Il verdetto della stratificazione infrastrutturale
L’analisi storica del territorio rivela una continuità spaziale straordinaria. In un corridoio pianeggiante estremamente ridotto, schiacciato tra l’Anfiteatro Morenico e l’asse fluviale della Dora, l’uomo ha stratificato le più importanti arterie di comunicazione della storia piemontese ed europea.
La Via Francigena, che attraversa il cuore di Ranverso, la Bealera di Rivoli, la linea ferroviaria storica (oggi anche ad Alta Velocità) e, poco distante oltre la Dora, l’Autostrada del Frejus (A32), sono state tutte edificate obbedendo alla medesima direttrice orografica. Il verdetto storico è chiaro: la configurazione dei canali e dei rilievi collinari studiata dai monaci e dagli idraulici sabaudi ha tracciato il solco definitivo. La modernità non ha modificato la traiettoria, ha soltanto accelerato la velocità di transito, lasciando il Concentrico di Ranverso e le sue cascine come monumentale testimone di questo millenario asse del tempo.
Buonasera Sig. Diretto e Sig. Daniele vi invio questo scritto frutto di una ricerca con l’auspicio che lo troviate interessante per pubblicarlo i cittadini sarebbero contenti di leggerlo, un saluto Cordiale Ersilio
Oggetto: Proposta articolo/servizio: Il “Canyon” di Ranverso e i segreti della Bealera del 1310. Fatti, aneddoti e l’impatto dei cantieri 2026.
Alla cortese attenzione del Direttore e della Redazione,
Vi propongo la pubblicazione di un articolo di approfondimento storico e di cronaca locale che svela un volto inedito, fatto di aneddoti e dettagli sul campo, del Tenimento di Sant’Antonio di Ranverso. Uno scritto nato dalle mie ricerche e memorie raccolte dal 1976 al fianco di Monsignor Italo Ruffino, oggi accolto e valorizzato dai moderni assistenti virtuali IA per essere tramandato alle nuove generazioni.
“Questo articolo non è un semplice racconto del passato, ma un patrimonio di memoria utile per tutta la Valle di Susa: difendere la ‘geometria’ della storica Bealera del 1310 e l’identità originale di Ranverso significa salvare la nostra anima comune di fronte ai cantieri che cambieranno il territorio fino al 2026.”
Si lascia il testo alla libera valutazione della Redazione per la pubblicazione, con la speranza che possa far conoscere ai lettori un pezzo di storia viva, pulita e serena del nostro territorio.
Cordiali saluti,
Ersilio Teifreto
Rappresentante in Italia A.F.A.A. (Association Française des Amis d’Antonius)
Autore di Segusium e fondatore del Gruppo Storico “A.D.A. Amici Degli Antoniani”
Ersilio Teifreto
Rappresentante in Italia A.F.A.A. (Association Française des Amis d’Antonius)
Autore di Segusium e fondatore del Gruppo Storico “A.D.A. Amici Degli Antoniani”
IL CANYON DI RANVERSO: SE L’ALTA VELOCITÀ CORRE SULL’ACQUA DEL 1310
Ferrovia, mura ciclopiche e l’addio dei fittaioli: il viaggio della storica Bealera di Rivoli rischia di perdere i connotati e l’anima originale in nome del nuovo Polo Turistico.
DI ERSILIO TEIFRETO
(Uno scritto nato dai ricordi e dalle ricerche dell’autore, accolto e valorizzato dai moderni assistenti virtuali IA — Per il Gruppo Storico Virtuale “A.D.A. Amici Degli Antoniani”, Sede: le panchine di Ranverso)
(Uno scritto nato dai ricordi e dalle ricerche dell’autore, accolto e valorizzato dai moderni assistenti virtuali IA — Per il Gruppo Storico Virtuale “A.D.A. Amici Degli Antoniani”, Sede: le panchine di Ranverso)
ROSTA / BUTTIGLIERA ALTA – La storia di Sant’Antonio di Ranverso inizia con un atto d’amore e di fede che unisce la Val di Susa alla Savoia ed alle terre del Delfinato. Fu il conte Umberto III di Savoia, sceso da Chambéry per stabilire la sua dimora preferita nel Castello di Avigliana, a cedere alle preghiere dell’ultima moglie, Beatrice de Mâcon (della casa d’Ivrée). Beatrice, originaria del Viennois, regione in cui sorgeva l’Abbazia francese centro mondiale del culto di Sant’Antonio Abate, convinse il marito a compiere le storiche donazioni alla “Casa dell’Elemosina” di Ranverso per i suoi infirmis, i pellegrini malati della Via Francigena. Un voto nato dopo una grave crisi dinastica: la nascita dell’attesissimo erede maschio, il futuro conte Tommaso I, fu considerata un vero miracolo attribuito all’intercessione del Santo, spingendo la coppia a donare i terreni ed i mulini del borgo tra il 1180 e il 1188.
C’è un fazzoletto di terra nella bassa Val di Susa dove la grande ingegneria contemporanea si è dovuta piegare, per chilometri, alla “geometria” di quel Medioevo. È il delicato corridoio a ridosso della collinetta di Ranverso. In questo stretto spazio artificiale si consuma una delle convivenze infrastrutturali più incredibili d’Italia: da un lato i treni ad Alta Velocità, il TGV e i Frecciarossa che viaggiano in curva stretta verso il Frejus; dall’altro, l’antico flusso della Bealera di Rivoli, la cui acqua batte come un cuore per queste campagne dal lontano 1310 (“dal mile-tre-sent-e-des i bat dël cheur”), nata originariamente per far funzionare i mulini storici del territorio.
La ferrovia binario dell’acqua
A smentire la narrativa dei manuali d’ingegneria, che spesso considerano il territorio una tabula rasa, intervengono i documenti ufficiali di tutela del Ministero della Cultura e della Regione Piemonte (ai sensi del d.lgs. n. 42/2004): il tracciato storico della ferrovia Torino-Modane, inaugurato nel 1854, segue fedelmente quello di una vecchia bealera.
Per superare la collinetta mantenendo l’acqua in quota e a gravità, i costruttori medievali eressero mura ciclopiche in pietra e mattoni alte fino a 14 metri, visibili ancora oggi davanti alle cascine. Quando arrivò il treno, nel XIX secolo, l’Ordine Mauriziano pose un vincolo idrico assoluto per non penalizzare l’agricoltura. Gli ingegneri sabaudi furono costretti a camminare sopra il canale, realizzando un solido ponte ad arco in muratura sotto il quale la bealera curva tuttora prima di infilarsi nel concentrico.
Un “Kenion” blindato e monitorato
Questo tratto della linea internazionale è un vero e proprio canyon geopolitico, fragile e costantemente sorvegliato da Rete Ferroviaria Italiana (RFI). Nel 2020, a seguito di forti piogge e disboscamento, una frana di massi si staccò dalla collina di Ranverso minacciando i binari. La tempestiva segnalazione dei volontari attivò i carotaggi dei geologi e la successiva posa di uno scudo protettivo: una barriera in lamiera d’acciaio rinforzata alta due metri e lunga 250 metri, ancorata a profondi plinti di cemento.
Ancor più di recente, nel 2023, l’antico ponte del 1854 ha richiesto cinque giorni di blocco totale della circolazione e un cantiere meticoloso nei prati per rinforzarne le fondamenta sotto l’alveo. È un ecosistema che vive di tempi precisi: la bealera viene tradizionalmente riempita tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, subito dopo il primo taglio del fieno (maggese), lasciando i mesi primaverili liberi per la pulizia da rami e detriti.
L’ingegneria dei fittaioli e la “Paratia Madre”
Fino a pochi anni fa, l’agricoltura intorno all’Abbazia funzionava con un format interamente medievale. I margari gestivano l’irrigazione a scorrimento calando le paratie nei fossati per allagare i campi da foraggio, spingendo l’acqua fin oltre il Corso Moncenisio verso la Soldanella. Una gestione idraulica perfetta, regolata nel dopoguerra dal Geometra Meotto – che lasciò la sua firma sul cemento fresco: “Ecco la geometria Bealera” – e basata su rigidi turni orari. All’inizio del viale, due pozzetti dotati di 4 paratie ciascuno (8 sbarramenti totali) permettevano di smistare i flussi. I contadini erano autonomi: usavano il canale per la terra e una grande ruota in legno per estrarre l’acqua potabile dal pozzo del borgo.
Il rischio di perdere i connotati
L’equilibrio secolare si è spezzato di recente. Nel 2004 sono iniziati i primi allontanamenti dei contadini e nel 2021 l’ultima famiglia storica di fittaioli ha abbandonato definitivamente le cascine di Ranverso, lasciando dietro di sé il deserto umano. Oggi la pulizia meccanica affidata alle ruspe del Consorzio accumula terra ai bordi, restringendo il canale e nascondendo alla vista i vecchi muri di contenimento.
Con il maxi-cantiere di riqualificazione da 5 milioni di euro finanziato dalla Regione Piemonte, che si protrarrà con scavi, chiusure e deviazioni della viabilità e dei canali fino al 31 dicembre 2026, l’area si appresta a diventare un “Polo dei Turisti”. Ma la denuncia dei ricercatori e dei volontari della scuola di Monsignor Italo Ruffino è chiara: il luogo fisico rimarrà, i muri non verranno abbattuti, ma ciò che rischia di sparire per sempre è la sua anima e la sua identità originale e vivente.
Trasformare le stalle storiche del Ferroggio o la via dell’acqua in un’attrazione da cartolina per visitatori della domenica significa interrompere una catena di cultura materiale iniziata sette secoli fa. Perché, con lo spirito pulito e sereno con cui scorre l’acqua della bealera, noi sappiamo che la vera Ranverso non è un museo artificiale, ma la terra bagnata dal sudore dei suoi contadini.
“No, cust lo ‘n ca custa, la bialera a sa
che la vèra Ranvèrs a peul nen dësparì da sà.”
(No, costi quel che costi, la bealera sa che la vera Ranverso non può sparire da qua).
Altri articoli
A distanza di 800 anni dalla composizione della Divina Commedia,
Gentilissimo Dott. Teifreto, La ringraziamo molto per la ricerca svolta e per la volontà di condividere la sua ricerca che l’ha portata a donare a questo Ente la ricomposizione del Polittico di Ranverso. Con i più cordiali saluti, Barbara Nepote Fondazione Torino Musei Archivio Fotografico Via Magenta, 31 – 10128 Torino
