Ottobre 12, 2017

Nel presbiterio di quella chiesa, al di sotto dellaffresco raffigurante la Madonna col Bambino, angeli e santi, si legge infatti Ranverso Abbazia tutto parla di Giacomo Jaquerio”[Picta] fuit ista capella per manum Jacobi Jaqueri de Taurino”.

Nel presbiterio di quella chiesa, al di sotto dellaffresco raffigurante la Madonna col Bambino, angeli e santi, si legge infatti Ranverso Abbazia tutto parla di Giacomo Jaquerio”[Picta] fuit ista capella per manum Jacobi Jaqueri de Taurino”.

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JAQUERIO, Giacomo

Dizionario Biografico

 

di Simone Baiocco

JAQUERIO, Giacomo. – Non si conoscono gli estremi biografici di questo pittore, figlio di Giovanni, attivo all'inizio del Quattrocento in ambito piemontese.

Poche sono le notizie sul padre Giovanni, il quale è attestato a partire dal 1363, in un catasto relativo al quartiere torinese di Porta Marmorea, lo stesso dove più avanti si conferma la permanenza della famiglia (Comba). Era probabilmente già morto nel 1404, quando i suoi figli entrarono in possesso delle sue proprietà.

Il 1° luglio 1375 il Comune di Torino effettuò un pagamento a Giovanni, il quale "reparavit et de novo fecit" una "imaginem" del santo patrono. Nel 1382 Giovanni ricevette un pagamento relativo a "opere et depinturis" per la porta Marmorea; mentre nel 1385 un'ulteriore segnalazione riguarda un'immagine, non meglio precisata, di S. Giovanni Battista e s. Teodorico (Rondolino, pp. 212 s.; Griseri, p. 137).

Unica ipotesi tentata per connettere la figura di Giovanni a opere conservate è la proposta attribuzione a lui delle miniature, con i Santi protettori di Torino, del codice della Catena con gli statuti della città approvati da Amedeo VI nel 1360 (Torino, Arch. storico del Comune); le due miniature mostrano una stretta relazione con la cultura di un anonimo pittore detto Maestro di S. Domenico a Torino. L'ipotesi è per il momento destinata a rimanere tale, ma certo risulta tentante, anche in quanto verrebbe a convergere con una considerazione già posta in evidenza su base stilistica, che vede la cultura dell'anonimo maestro come una delle premesse per la formazione dello J. (Griseri, p. 27; Saroni, pp. 156-159).

La prima notizia che riguarda lo J. proviene dall'iscrizione, riportata da una xilografia cinquecentesca che raffiguraEcclesiastici all'inferno (Ginevra, Bibliothèque publique et universitaire), particolare di un affresco con il Giudizio universale eseguito dal pittore nel convento dei domenicani di Ginevra, distrutto già nel 1535. L'iscrizione recita: "Haec depinxit Jacobus Jaqueri de Civitate Taurini Pedemontio, anno Domini millesimo quatercentesimo primo".

La complessità e la modernità della scena raffigurata hanno fatto sospettare che l'iscrizione possa essere stata fraintesa o erroneamente trascritta, lasciando aperta la possibilità che l'opera sia stata realizzata dal pittore nel corso dei suoi successivi e documentati soggiorni ginevrini, forse nel 1411. Il fatto che si sia tenuto conto del nome del pittore, al momento di tradurre in incisione un'immagine scelta evidentemente per la sua forte valenza anticuriale, sembra comunque essere indizio di una sua precoce notorietà.

Tra il 1403 e il 1408 si riscontrano alcuni pagamenti della Castellania di Torino per lavori nel castello dei Savoia; essendo l'attestazione relativa a un non meglio identificato "magistri Jaquerio pictori Domini", è fortemente in dubbio che si tratti dello J. e non di un altro membro della sua famiglia. L'attestazione in esame converge però nel proporre una consuetudine di lavoro della bottega nella città di residenza, anche per commissioni pubbliche e comitali.

Nell'articolo di Rondolino (pp. 213 s.) queste notizie sono riferite al padre Giovanni, mentre sono state poi più spesso citate nell'ambito della biografia dello J. in considerazione del fatto che quest'ultimo, insieme con il fratello Matteo, nel 1404 sembra essere entrato in possesso di proprietà già spettanti al padre, lasciando intendere dunque che Giovanni fosse già morto a quella data (Griseri, p. 115; Fratini, p. 35 n. 1). Pur rimanendo aperto il dubbio tra il più celebre maestro e il fratello Matteo, è necessario ricordare che il pagamento del 1403 apre un interessante spiraglio sulla estensione delle competenze tecniche della bottega, in quanto si riferisce a colori acquistati per l'esecuzione di alcune vetrate del castello.

Il primo documento che riguarda con certezza lo J. è dunque quello del 1404, che attesta come egli, insieme con il fratello Matteo, fosse proprietario di immobili a Torino, nel quartiere di Porta Marmorea, parrocchie di S. Agnese e S. Simone (Rondolino, p. 215; Griseri, p. 115).

Questi e altri documenti, noti da tempo, hanno potuto essere messi in rapporto a opere conservate a partire dal 1914, data in cui – in occasione dei restauri effettuati nella chiesa abbaziale di S. Antonio di Ranverso – è stata scoperta un'opera firmata dallo Jaquerio.

Nel presbiterio di quella chiesa, al di sotto dell'affresco raffigurante la Madonna col Bambino, angeli e santi, si legge infatti "[Picta] fuit ista capella per manum Jacobi Jaqueri de Taurino". Si tratta in realtà di una complessa decorazione, studiata sulla base di un progetto architettonico che ingloba anche le due finestre, nei cui sguanci sono dipinte figure entro finte edicole che riprendono la tematica svolta nel trono della Vergine, sormontato da tre articolate cuspidi gotiche. Al di sotto di questo registro ne compare un secondo, con figure di re e profeti a mezza figura, inquadrati da cornici finte in prospettiva.

La decorazione della parete settentrionale del presbiterio non è però che una parte dell'impresa ascrivibile al cantiere guidato dallo J. nella stessa chiesa. Altri episodi sono il ciclo dedicato a Storie di s. Antonio (nei riquadri della parte alta, sulla parete destra dello stesso presbiterio), al di sotto delle quali troviamo una raffigurazione di Devoti in processione e il Cristo con i simboli della Passione. In una delle cappelle della navata sinistra, poi, vi sono Storie della vita della Vergine; mentre lungo la navata opposta si incontrano scene dedicate a s. Biagio. Nell'attuale sacrestia (in origine si trattava probabilmente di una cappella funeraria) un programma iconografico fortemente unitario prevede nelle lunette delle pareti l'Annunciazione, i Ss. Pietro e Paolo, l'Orazione nell'orto, la Salita al Calvario e sulle vele della volta i quattro Evangelisti. Quest'ultimo ambiente era l'unico già noto agli studi prima del lavori del 1914.

La possibilità di datare in termini di cronologia assoluta l'intervento dell'équipe guidata dallo J. a Ranverso è giunta attraverso la notizia di una visita apostolica compiuta nel 1406 per una verifica di tipo patrimoniale sulle abbazie degli antoniani. La relazione stesa in quell'occasione, infatti, fa riferimento a una "nuova" decorazione nel presbiterio e nelle cappelle della Vergine, di S. Biagio e della Maddalena; siccome la decorazione jaqueriana non è presente in quest'ultima cappella, si è ritenuto che quella citata nel 1406 non sia la decorazione jaqueriana, bensì quella tuttora visibile in alcuni punti, stesa su uno strato di intonaco precedente (Romano, 1994, p. 179). Per quanto riguarda poi la sola parete firmata, con la Madonna in trono e i Profeti sottostanti, un termine ante quem è fornito dalla ripresa di questi ultimi nella cappella dei Gallieri, nella collegiata di Chieri, che è databile sulla base di documenti intorno ai committenti agli anni 1414-18 (ibid., p. 180). Resta però irrisolto il problema di individuare fasi differenti negli affreschi dei diversi ambienti di Ranverso, e tale problema è ovviamente legato a quello della presenza di collaboratori accanto al maestro. Dovrebbero comunque essere successivi alla prima fase (collocabile, come si è detto, all'inizio del secondo decennio) sia le Storie di s. Biagio (in cui sembra prevalente l'intervento della bottega) sia gli affreschi della sacrestia, dei quali soprattutto la Salita al Calvario ha potuto influenzare una generazione di epigoni jaqueriani attivi a partire dagli anni Trenta.

Nel 1411 lo J. risulta abitare a Ginevra, dove operava per Amedeo VIII di Savoia, in quel periodo residente nel castello di Thonon: ricevette un pagamento (21 maggio) "pro duabus imaginibus Sancti Mauritii per ipsum depictis" destinate alla chiesa del priorato di Ripaille (sede di un altro dei castelli sabaudi). In realtà, il 17 giugno successivo, forse per un cambiamento di programma, un altro pagamento precisa che le due immagini venivano destinate una a Ripaille e l'altra alla chiesa di Saint-Bon, presso Thonon. È probabile che l'indicazione dei documenti si riferisca all'incarico di dipingere alcune sculture eseguite da Jean de Prindalle, il grande maestro di origine fiamminga giunto in Savoia dopo l'esperienza borgognona, il quale ricevette nel 1412 un pagamento per una "ymage de saint Maurix" destinata a Thonon (Romano, 1994, pp. 177 s.).

Tra i vari incarichi svolti dallo J. per la corte di Amedeo VIII in quegli anni vi è poi l'intervento di restauro di alcune tavole giunte a Ripaille da Genova, cui fa riferimento un pagamento della Tesoreria comitale del 18 nov. 1412: si tratta di uno spunto di grande interesse, per la circolazione di opere la cui provenienza sarebbe insospettata se posta a confronto con il panorama figurativo noto (Schede Vesme, p. 1380; Castelnuovo, 2002, p. 212).

In connessione con i documenti relativi alla presenza dello J. a Ginevra, anche per il rapporto con Jean de Prindalle, sono da porre tra l'altro alcuni frammenti di affresco oggi conservati al Musée d'art et d'histoire di Ginevra, staccati dalla cappella detta dei Maccabei, posta a fianco della cattedrale di Ginevra per volontà del potente cardinale Jean de Brogny.

Per lo stesso committente Prindalle aveva eseguito un monumento funerario datato al 1414; ed è verosimilmente di quegli anni l'intervento dello J. per gli Angeli musicanti, composti in una articolata decorazione architettonica nella volta del coro della cappella (G. J., 1979, pp. 167-172; Romano, 1994, p. 178; Il gotico nelle Alpi, p. 484). A motivo della coerenza stilistica con le altre opere di questo momento, si tende a preferire una datazione alta per questi Angeli, anche se in realtà la definitiva sistemazione della cappella ebbe luogo soltanto dopo la morte del cardinale, avvenuta nel 1426; in quel momento, lo J. fu ancora chiamato a collaborare, tanto che venne pagato nel 1429 per avere dipinto un'immagine della Vergine per quella cappella; ma si ritiene probabile che l'incarico fosse relativo alla policromia di una delle sculture (Castelnuovo, 1979, pp. 31 s.).

Sempre ai primi anni del secondo decennio, per la stretta relazione con la prima fase della decorazione di Ranverso, sono state riferite le due tavole del Museo civico di Torino raffiguranti S. Pietro liberato dal carcere e la Vocazione di s. Pietro (Il gotico nelle Alpi, p. 490).

Le due tavole dovevano appartenere a una pala d'altare di cui non è stato possibile chiarire la provenienza originaria, ma la cui commissione è da collegare al personaggio raffigurato in preghiera nel S. Pietro liberato, identificato attraverso lo stemma: si tratta di Vincenzo Aschieri, abate della Novalesa a partire dal 1398, che rivestì un ruolo di grande importanza nella bassa Valle di Susa. Le due tavole ribadiscono i legami dello J. con gli avvenimenti più aggiornati delle corti francesi tra lo scorcio del Trecento e l'inizio del Quattrocento, con i pittori Jacquemart de Hesdin e Melchior Broederlam non meno che con lo scultore André Beauneveu.

Ancora gli stretti legami con gli affreschi di Ranverso hanno poi permesso di attribuire allo J. una miniatura a piena pagina raffigurante la Crocifissione, contenuta in un codice appartenuto al priore Oger Moriset, presente nella scena miniata nella sua qualità di offerente (Amiet – Quazza – Regni).

Tornando alla sequenza dei documenti – sfortunatamente mai corrispondenti a opere conservate – si possono riconoscere nel corso del secondo decennio gli stretti rapporti del pittore torinese con la corte di Ludovico di Savoia, attestati anche per quanto riguarda il ruolo di pittore di corte. Il 2 maggio 1415 lo J. ricevette un pagamento dalla Tesoreria del principe per dei lavori riguardanti le vetrate nel castello di Pinerolo, in base a "literas Domini" dell'ultimo di febbraio dello stesso anno. Nel maggio 1416, invece, i conti della Castellania Acaia di Torino parlano di grano dato allo J. "in exoneracionem sui salarii", citando la lettera di Ludovico di Savoia nella quale il principe si rivolgeva al "dilecto fideli pictori nostro Jacobo Jaquerio". Un successivo pagamento (15 apr. 1418) segnala infine l'incarico di dipingere la camera del principe nel castello di Pinerolo (Schede Vesme, p. 1380; Romano, 1996, p. 121; Fratini, p. 27).

A distanza di dieci anni, grazie a un pagamento della Tesoreria sabauda dell'11 marzo 1426, ritroviamo lo J. al castello di Thonon, addetto alla decorazione della cappella, sempre per incarico di Amedeo VIII (Schede Vesme, p. 1380). Nel maggio dello stesso anno, comunque, si riscontra ancora un riferimento al suo salario nei conti della Castellania di Torino (ibid., p. 1383).

Nel settembre 1430 lo J. era nuovamente a Ginevra dove testimoniò, calato nelle tensioni religiose che attraversavano il suo tempo, a favore del predicatore itinerante benedettino Battista da Mantova, accusato di eresia dai domenicani ginevrini (Castelnuovo, 1981). La testimonianza è tra l'altro preziosa in quanto segnala alcune delle occasioni in cui lo J. aveva ascoltato la predicazione di Battista, di cui era fervente ammiratore: in primo luogo presso la corte di Ludovico d'Acaia intorno al 1417-18, a Chieri a Natale del 1428 e ancora a Ginevra, pochi mesi prima dell'interrogatorio.

Scarsamente documentato l'ultimo periodo della sua esistenza, trascorso, sembra, soprattutto nella città di Torino dove godette di un certo prestigio sociale, divenendo verso il 1440 consigliere comunale e "clavarius". Attestato ancora in vita nel 1445, morì entro il 1453, anno in cui i documenti comunali registrano i beni della vedova Antonietta e della figlia Agnese (Comba).

Legati alla cultura espressa dallo J. risultano numerosi episodi decorativi compresi nel territorio dell'antico Ducato sabaudo e oltre. Alcuni di essi appaiono come sviluppi diretti, opera di maestranze a lui legate e che anzi potevano disporre di materiali di bottega che si collegavano a volte direttamente al cantiere di Ranverso. In questi termini vanno letti gli affreschi della chiesa di S. Pietro a Pianezza oppure quelli del cortile e della cappella nel castello degli Challant a Fénis, in Valle d'Aosta, per una committenza strettamente legata alla corte sabauda. La presenza documentata dello J. nella città di Chieri ha costituito poi l'elemento di indiretta conferma per la dipendenza dai modelli del maestro per un pittore chierese della generazione successiva, quel Guglielmetto Fantini cui si sono attribuiti, tra l'altro, gli affreschi nel battistero della collegiata di quella città, databili post 1432, che mostrano una diretta filiazione dalla Salita al Calvario di Ranverso.

Fratello dello J. fu Matteo, il quale, come già ricordato, risulta avere ereditato con il fratello case nelle parrocchie torinesi di S. Agnese e S. Simone (Rondolino, p. 215). Egli è poi citato come pittore di corte in un documento del 1418, che a volte ha creato qualche confusione, relativo alla commissione ducale di un ex voto destinato alla chiesa torinese della Consolata (Fratini, p. 35 n. 1).

Tra i figli di Matteo, Giovanni è attestato come pittore a partire dal 1427, anno in cui lavora ad apparati funebri; nel 1435 veniva pagato per aver dipinto uno stendardo di Ludovico di Savoia. Altre segnalazioni analoghe lo riguardano ancora nel 1462 e nel 1484 (Rondolino, p. 216).

La successiva generazione, tra i pittori della famiglia Jaquerio, è rappresentata da Giorgio, figlio di Giovanni, documentato attraverso pagamenti relativi ad armi, stendardi e apparati decorativi per la corte ducale tra il 1466 e il 1491, e ancora in vita nel 1510 (Griseri, p. 138; Schede Vesme; Comba). Qualche sporadica indicazione riguarda anche un fratello di Giorgio, Giacomo, citato per avere dipinto stendardi nel 1462 e già morto nel 1494 (Rondolino, p. 217).

Fonti e Bibl.: F. Rondolino, La pittura torinese nel Medioevo, in Atti della Società piemontese di archeologia e belle arti, VII (1901), pp. 206-235; A. Griseri, J. e il realismo gotico in Piemonte, Torino s.d. (ma 1966); G. J. e il gotico internazionale(catal.), a cura di E. Castelnuovo – G. Romano, Torino 1979; E. Castelnuovo, G. J. e l'arte nel Ducato di Amedeo VIIIibid., pp. 30-57; Id., Postlogium Jaquerianum, in Revue de l'art, LII (1981), pp. 41-46; Schede Vesme, IV, Torino 1982, pp. 1380 s., 1383; E. Castelnuovo, La pittura di G. J., in Storia illustrata di Torino, a cura di V. Castronovo, I, Milano 1992, pp. 281-300; R. Amiet – A. Quazza – M. Regni, in Codices et livres liturgiques en Vallée d'Aoste (XIe-XVIIIe siècles), a cura di M. Costa, Aosta 1993, pp. 58-61, n. 7; G. Romano, Tra la Francia e l'Italia: note su G. J. e una proposta per Enguerrand Quarton, in Hommage à Michel Laclotte. Études sur la peinture du Moyen Âge et de la Renaissance, Milano-Paris 1994, pp. 173-188; Id., Da Giacomo Pitterio ad Antoine de Lonhy, in Primitivi piemontesi nei musei di Torino, a cura di G. Romano, Torino 1996, pp. 111-209; R. Comba, L'economia e la società. Lo sviluppo delle attività commerciali e artigianali, in Storia di Torino, II, Il basso Medioevo e la prima età moderna, a cura di R. Comba, Torino 1997, p. 512; G. Saroni, Tra la Lombardia e la Francia: pittori e committenti del Trecento in area torinese, in Pittura e miniatura del Trecento in Piemonte, a cura di G. Romano, Torino 1997, pp. 141-171; S. Baiocco, Il procedere degli studi sulla cultura jaqueriana, in J. e le arti del suo tempo, a cura di W. Canavesio, Torino 2000, pp. 11-25; M. Fratini, J. ed il Pineroleseibid., pp. 27-40; E. Castelnuovo, Alla corte dei duchi di Savoia, in Il gotico nelle Alpi, 1350-1450 (catal.), a cura di E. Castelnuovo – F. De Gramatica, Trento 2002, pp. 205-223.

 

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    Dizionario Biografico

     

    di Simone Baiocco

    JAQUERIO, Giacomo. – Non si conoscono gli estremi biografici di questo pittore, figlio di Giovanni, attivo all'inizio del Quattrocento in ambito piemontese.

    Poche sono le notizie sul padre Giovanni, il quale è attestato a partire dal 1363, in un catasto relativo al quartiere torinese di Porta Marmorea, lo stesso dove più avanti si conferma la permanenza della famiglia (Comba). Era probabilmente già morto nel 1404, quando i suoi figli entrarono in possesso delle sue proprietà.

    Il 1° luglio 1375 il Comune di Torino effettuò un pagamento a Giovanni, il quale "reparavit et de novo fecit" una "imaginem" del santo patrono. Nel 1382 Giovanni ricevette un pagamento relativo a "opere et depinturis" per la porta Marmorea; mentre nel 1385 un'ulteriore segnalazione riguarda un'immagine, non meglio precisata, di S. Giovanni Battista e s. Teodorico (Rondolino, pp. 212 s.; Griseri, p. 137).

    Unica ipotesi tentata per connettere la figura di Giovanni a opere conservate è la proposta attribuzione a lui delle miniature, con i Santi protettori di Torino, del codice della Catena con gli statuti della città approvati da Amedeo VI nel 1360 (Torino, Arch. storico del Comune); le due miniature mostrano una stretta relazione con la cultura di un anonimo pittore detto Maestro di S. Domenico a Torino. L'ipotesi è per il momento destinata a rimanere tale, ma certo risulta tentante, anche in quanto verrebbe a convergere con una considerazione già posta in evidenza su base stilistica, che vede la cultura dell'anonimo maestro come una delle premesse per la formazione dello J. (Griseri, p. 27; Saroni, pp. 156-159).

    La prima notizia che riguarda lo J. proviene dall'iscrizione, riportata da una xilografia cinquecentesca che raffiguraEcclesiastici all'inferno (Ginevra, Bibliothèque publique et universitaire), particolare di un affresco con il Giudizio universale eseguito dal pittore nel convento dei domenicani di Ginevra, distrutto già nel 1535. L'iscrizione recita: "Haec depinxit Jacobus Jaqueri de Civitate Taurini Pedemontio, anno Domini millesimo quatercentesimo primo".

    La complessità e la modernità della scena raffigurata hanno fatto sospettare che l'iscrizione possa essere stata fraintesa o erroneamente trascritta, lasciando aperta la possibilità che l'opera sia stata realizzata dal pittore nel corso dei suoi successivi e documentati soggiorni ginevrini, forse nel 1411. Il fatto che si sia tenuto conto del nome del pittore, al momento di tradurre in incisione un'immagine scelta evidentemente per la sua forte valenza anticuriale, sembra comunque essere indizio di una sua precoce notorietà.

    Tra il 1403 e il 1408 si riscontrano alcuni pagamenti della Castellania di Torino per lavori nel castello dei Savoia; essendo l'attestazione relativa a un non meglio identificato "magistri Jaquerio pictori Domini", è fortemente in dubbio che si tratti dello J. e non di un altro membro della sua famiglia. L'attestazione in esame converge però nel proporre una consuetudine di lavoro della bottega nella città di residenza, anche per commissioni pubbliche e comitali.

    Nell'articolo di Rondolino (pp. 213 s.) queste notizie sono riferite al padre Giovanni, mentre sono state poi più spesso citate nell'ambito della biografia dello J. in considerazione del fatto che quest'ultimo, insieme con il fratello Matteo, nel 1404 sembra essere entrato in possesso di proprietà già spettanti al padre, lasciando intendere dunque che Giovanni fosse già morto a quella data (Griseri, p. 115; Fratini, p. 35 n. 1). Pur rimanendo aperto il dubbio tra il più celebre maestro e il fratello Matteo, è necessario ricordare che il pagamento del 1403 apre un interessante spiraglio sulla estensione delle competenze tecniche della bottega, in quanto si riferisce a colori acquistati per l'esecuzione di alcune vetrate del castello.

    Il primo documento che riguarda con certezza lo J. è dunque quello del 1404, che attesta come egli, insieme con il fratello Matteo, fosse proprietario di immobili a Torino, nel quartiere di Porta Marmorea, parrocchie di S. Agnese e S. Simone (Rondolino, p. 215; Griseri, p. 115).

    Questi e altri documenti, noti da tempo, hanno potuto essere messi in rapporto a opere conservate a partire dal 1914, data in cui – in occasione dei restauri effettuati nella chiesa abbaziale di S. Antonio di Ranverso – è stata scoperta un'opera firmata dallo Jaquerio.

    Nel presbiterio di quella chiesa, al di sotto dell'affresco raffigurante la Madonna col Bambino, angeli e santi, si legge infatti "[Picta] fuit ista capella per manum Jacobi Jaqueri de Taurino". Si tratta in realtà di una complessa decorazione, studiata sulla base di un progetto architettonico che ingloba anche le due finestre, nei cui sguanci sono dipinte figure entro finte edicole che riprendono la tematica svolta nel trono della Vergine, sormontato da tre articolate cuspidi gotiche. Al di sotto di questo registro ne compare un secondo, con figure di re e profeti a mezza figura, inquadrati da cornici finte in prospettiva.

    La decorazione della parete settentrionale del presbiterio non è però che una parte dell'impresa ascrivibile al cantiere guidato dallo J. nella stessa chiesa. Altri episodi sono il ciclo dedicato a Storie di s. Antonio (nei riquadri della parte alta, sulla parete destra dello stesso presbiterio), al di sotto delle quali troviamo una raffigurazione di Devoti in processione e il Cristo con i simboli della Passione. In una delle cappelle della navata sinistra, poi, vi sono Storie della vita della Vergine; mentre lungo la navata opposta si incontrano scene dedicate a s. Biagio. Nell'attuale sacrestia (in origine si trattava probabilmente di una cappella funeraria) un programma iconografico fortemente unitario prevede nelle lunette delle pareti l'Annunciazione, i Ss. Pietro e Paolo, l'Orazione nell'orto, la Salita al Calvario e sulle vele della volta i quattro Evangelisti. Quest'ultimo ambiente era l'unico già noto agli studi prima del lavori del 1914.

    La possibilità di datare in termini di cronologia assoluta l'intervento dell'équipe guidata dallo J. a Ranverso è giunta attraverso la notizia di una visita apostolica compiuta nel 1406 per una verifica di tipo patrimoniale sulle abbazie degli antoniani. La relazione stesa in quell'occasione, infatti, fa riferimento a una "nuova" decorazione nel presbiterio e nelle cappelle della Vergine, di S. Biagio e della Maddalena; siccome la decorazione jaqueriana non è presente in quest'ultima cappella, si è ritenuto che quella citata nel 1406 non sia la decorazione jaqueriana, bensì quella tuttora visibile in alcuni punti, stesa su uno strato di intonaco precedente (Romano, 1994, p. 179). Per quanto riguarda poi la sola parete firmata, con la Madonna in trono e i Profeti sottostanti, un termine ante quem è fornito dalla ripresa di questi ultimi nella cappella dei Gallieri, nella collegiata di Chieri, che è databile sulla base di documenti intorno ai committenti agli anni 1414-18 (ibid., p. 180). Resta però irrisolto il problema di individuare fasi differenti negli affreschi dei diversi ambienti di Ranverso, e tale problema è ovviamente legato a quello della presenza di collaboratori accanto al maestro. Dovrebbero comunque essere successivi alla prima fase (collocabile, come si è detto, all'inizio del secondo decennio) sia le Storie di s. Biagio (in cui sembra prevalente l'intervento della bottega) sia gli affreschi della sacrestia, dei quali soprattutto la Salita al Calvario ha potuto influenzare una generazione di epigoni jaqueriani attivi a partire dagli anni Trenta.

    Nel 1411 lo J. risulta abitare a Ginevra, dove operava per Amedeo VIII di Savoia, in quel periodo residente nel castello di Thonon: ricevette un pagamento (21 maggio) "pro duabus imaginibus Sancti Mauritii per ipsum depictis" destinate alla chiesa del priorato di Ripaille (sede di un altro dei castelli sabaudi). In realtà, il 17 giugno successivo, forse per un cambiamento di programma, un altro pagamento precisa che le due immagini venivano destinate una a Ripaille e l'altra alla chiesa di Saint-Bon, presso Thonon. È probabile che l'indicazione dei documenti si riferisca all'incarico di dipingere alcune sculture eseguite da Jean de Prindalle, il grande maestro di origine fiamminga giunto in Savoia dopo l'esperienza borgognona, il quale ricevette nel 1412 un pagamento per una "ymage de saint Maurix" destinata a Thonon (Romano, 1994, pp. 177 s.).

    Tra i vari incarichi svolti dallo J. per la corte di Amedeo VIII in quegli anni vi è poi l'intervento di restauro di alcune tavole giunte a Ripaille da Genova, cui fa riferimento un pagamento della Tesoreria comitale del 18 nov. 1412: si tratta di uno spunto di grande interesse, per la circolazione di opere la cui provenienza sarebbe insospettata se posta a confronto con il panorama figurativo noto (Schede Vesme, p. 1380; Castelnuovo, 2002, p. 212).

    In connessione con i documenti relativi alla presenza dello J. a Ginevra, anche per il rapporto con Jean de Prindalle, sono da porre tra l'altro alcuni frammenti di affresco oggi conservati al Musée d'art et d'histoire di Ginevra, staccati dalla cappella detta dei Maccabei, posta a fianco della cattedrale di Ginevra per volontà del potente cardinale Jean de Brogny.

    Per lo stesso committente Prindalle aveva eseguito un monumento funerario datato al 1414; ed è verosimilmente di quegli anni l'intervento dello J. per gli Angeli musicanti, composti in una articolata decorazione architettonica nella volta del coro della cappella (G. J., 1979, pp. 167-172; Romano, 1994, p. 178; Il gotico nelle Alpi, p. 484). A motivo della coerenza stilistica con le altre opere di questo momento, si tende a preferire una datazione alta per questi Angeli, anche se in realtà la definitiva sistemazione della cappella ebbe luogo soltanto dopo la morte del cardinale, avvenuta nel 1426; in quel momento, lo J. fu ancora chiamato a collaborare, tanto che venne pagato nel 1429 per avere dipinto un'immagine della Vergine per quella cappella; ma si ritiene probabile che l'incarico fosse relativo alla policromia di una delle sculture (Castelnuovo, 1979, pp. 31 s.).

    Sempre ai primi anni del secondo decennio, per la stretta relazione con la prima fase della decorazione di Ranverso, sono state riferite le due tavole del Museo civico di Torino raffiguranti S. Pietro liberato dal carcere e la Vocazione di s. Pietro (Il gotico nelle Alpi, p. 490).

    Le due tavole dovevano appartenere a una pala d'altare di cui non è stato possibile chiarire la provenienza originaria, ma la cui commissione è da collegare al personaggio raffigurato in preghiera nel S. Pietro liberato, identificato attraverso lo stemma: si tratta di Vincenzo Aschieri, abate della Novalesa a partire dal 1398, che rivestì un ruolo di grande importanza nella bassa Valle di Susa. Le due tavole ribadiscono i legami dello J. con gli avvenimenti più aggiornati delle corti francesi tra lo scorcio del Trecento e l'inizio del Quattrocento, con i pittori Jacquemart de Hesdin e Melchior Broederlam non meno che con lo scultore André Beauneveu.

    Ancora gli stretti legami con gli affreschi di Ranverso hanno poi permesso di attribuire allo J. una miniatura a piena pagina raffigurante la Crocifissione, contenuta in un codice appartenuto al priore Oger Moriset, presente nella scena miniata nella sua qualità di offerente (Amiet – Quazza – Regni).

    Tornando alla sequenza dei documenti – sfortunatamente mai corrispondenti a opere conservate – si possono riconoscere nel corso del secondo decennio gli stretti rapporti del pittore torinese con la corte di Ludovico di Savoia, attestati anche per quanto riguarda il ruolo di pittore di corte. Il 2 maggio 1415 lo J. ricevette un pagamento dalla Tesoreria del principe per dei lavori riguardanti le vetrate nel castello di Pinerolo, in base a "literas Domini" dell'ultimo di febbraio dello stesso anno. Nel maggio 1416, invece, i conti della Castellania Acaia di Torino parlano di grano dato allo J. "in exoneracionem sui salarii", citando la lettera di Ludovico di Savoia nella quale il principe si rivolgeva al "dilecto fideli pictori nostro Jacobo Jaquerio". Un successivo pagamento (15 apr. 1418) segnala infine l'incarico di dipingere la camera del principe nel castello di Pinerolo (Schede Vesme, p. 1380; Romano, 1996, p. 121; Fratini, p. 27).

    A distanza di dieci anni, grazie a un pagamento della Tesoreria sabauda dell'11 marzo 1426, ritroviamo lo J. al castello di Thonon, addetto alla decorazione della cappella, sempre per incarico di Amedeo VIII (Schede Vesme, p. 1380). Nel maggio dello stesso anno, comunque, si riscontra ancora un riferimento al suo salario nei conti della Castellania di Torino (ibid., p. 1383).

    Nel settembre 1430 lo J. era nuovamente a Ginevra dove testimoniò, calato nelle tensioni religiose che attraversavano il suo tempo, a favore del predicatore itinerante benedettino Battista da Mantova, accusato di eresia dai domenicani ginevrini (Castelnuovo, 1981). La testimonianza è tra l'altro preziosa in quanto segnala alcune delle occasioni in cui lo J. aveva ascoltato la predicazione di Battista, di cui era fervente ammiratore: in primo luogo presso la corte di Ludovico d'Acaia intorno al 1417-18, a Chieri a Natale del 1428 e ancora a Ginevra, pochi mesi prima dell'interrogatorio.

    Scarsamente documentato l'ultimo periodo della sua esistenza, trascorso, sembra, soprattutto nella città di Torino dove godette di un certo prestigio sociale, divenendo verso il 1440 consigliere comunale e "clavarius". Attestato ancora in vita nel 1445, morì entro il 1453, anno in cui i documenti comunali registrano i beni della vedova Antonietta e della figlia Agnese (Comba).

    Legati alla cultura espressa dallo J. risultano numerosi episodi decorativi compresi nel territorio dell'antico Ducato sabaudo e oltre. Alcuni di essi appaiono come sviluppi diretti, opera di maestranze a lui legate e che anzi potevano disporre di materiali di bottega che si collegavano a volte direttamente al cantiere di Ranverso. In questi termini vanno letti gli affreschi della chiesa di S. Pietro a Pianezza oppure quelli del cortile e della cappella nel castello degli Challant a Fénis, in Valle d'Aosta, per una committenza strettamente legata alla corte sabauda. La presenza documentata dello J. nella città di Chieri ha costituito poi l'elemento di indiretta conferma per la dipendenza dai modelli del maestro per un pittore chierese della generazione successiva, quel Guglielmetto Fantini cui si sono attribuiti, tra l'altro, gli affreschi nel battistero della collegiata di quella città, databili post 1432, che mostrano una diretta filiazione dalla Salita al Calvario di Ranverso.

    Fratello dello J. fu Matteo, il quale, come già ricordato, risulta avere ereditato con il fratello case nelle parrocchie torinesi di S. Agnese e S. Simone (Rondolino, p. 215). Egli è poi citato come pittore di corte in un documento del 1418, che a volte ha creato qualche confusione, relativo alla commissione ducale di un ex voto destinato alla chiesa torinese della Consolata (Fratini, p. 35 n. 1).

    Tra i figli di Matteo, Giovanni è attestato come pittore a partire dal 1427, anno in cui lavora ad apparati funebri; nel 1435 veniva pagato per aver dipinto uno stendardo di Ludovico di Savoia. Altre segnalazioni analoghe lo riguardano ancora nel 1462 e nel 1484 (Rondolino, p. 216).

    La successiva generazione, tra i pittori della famiglia Jaquerio, è rappresentata da Giorgio, figlio di Giovanni, documentato attraverso pagamenti relativi ad armi, stendardi e apparati decorativi per la corte ducale tra il 1466 e il 1491, e ancora in vita nel 1510 (Griseri, p. 138; Schede Vesme; Comba). Qualche sporadica indicazione riguarda anche un fratello di Giorgio, Giacomo, citato per avere dipinto stendardi nel 1462 e già morto nel 1494 (Rondolino, p. 217).

    Fonti e Bibl.: F. Rondolino, La pittura torinese nel Medioevo, in Atti della Società piemontese di archeologia e belle arti, VII (1901), pp. 206-235; A. Griseri, J. e il realismo gotico in Piemonte, Torino s.d. (ma 1966); G. J. e il gotico internazionale(catal.), a cura di E. Castelnuovo – G. Romano, Torino 1979; E. Castelnuovo, G. J. e l'arte nel Ducato di Amedeo VIIIibid., pp. 30-57; Id., Postlogium Jaquerianum, in Revue de l'art, LII (1981), pp. 41-46; Schede Vesme, IV, Torino 1982, pp. 1380 s., 1383; E. Castelnuovo, La pittura di G. J., in Storia illustrata di Torino, a cura di V. Castronovo, I, Milano 1992, pp. 281-300; R. Amiet – A. Quazza – M. Regni, in Codices et livres liturgiques en Vallée d'Aoste (XIe-XVIIIe siècles), a cura di M. Costa, Aosta 1993, pp. 58-61, n. 7; G. Romano, Tra la Francia e l'Italia: note su G. J. e una proposta per Enguerrand Quarton, in Hommage à Michel Laclotte. Études sur la peinture du Moyen Âge et de la Renaissance, Milano-Paris 1994, pp. 173-188; Id., Da Giacomo Pitterio ad Antoine de Lonhy, in Primitivi piemontesi nei musei di Torino, a cura di G. Romano, Torino 1996, pp. 111-209; R. Comba, L'economia e la società. Lo sviluppo delle attività commerciali e artigianali, in Storia di Torino, II, Il basso Medioevo e la prima età moderna, a cura di R. Comba, Torino 1997, p. 512; G. Saroni, Tra la Lombardia e la Francia: pittori e committenti del Trecento in area torinese, in Pittura e miniatura del Trecento in Piemonte, a cura di G. Romano, Torino 1997, pp. 141-171; S. Baiocco, Il procedere degli studi sulla cultura jaqueriana, in J. e le arti del suo tempo, a cura di W. Canavesio, Torino 2000, pp. 11-25; M. Fratini, J. ed il Pineroleseibid., pp. 27-40; E. Castelnuovo, Alla corte dei duchi di Savoia, in Il gotico nelle Alpi, 1350-1450 (catal.), a cura di E. Castelnuovo – F. De Gramatica, Trento 2002, pp. 205-223.

     

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    giàcomo s. m. [voce fonosimbolica, raccostata al nome pr. Giacomo]. – Nella locuz. pop. fare giacomo giacomo, detto delle gambe che tremano, si piegano per paura, per debolezza, ecc.: ho le gambe che mi fanno giacomo giacomo.

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