Ottobre 12, 2017

Ma cos’è il simbolo scolpito che tanto attrae l’attenzione e l’interesse di innumerevoli studiosi? La Croce del Tau prende il nome dalla lettera T greca, il Tau,

Ma cos’è il simbolo scolpito che tanto attrae l’attenzione e l’interesse di innumerevoli studiosi? La Croce del Tau prende il nome dalla lettera T greca, il Tau,

I Cavalieri Giovanniti e la Chiesa di San Giovanni in Silvamatrice  |  Alla ricerca del passato dimenticato  |  Storia della croce del Tau  |  I Cavalieri dell'Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme

Storia della Croce del Tau

di Giancarlo Pavat

 

Nella Chiesetta di S. Sebastiano nel centro storico di Amaseno (citata per la prima volta nell’Inventario di Onorato Caietani del 1491 ma risalente nelle forme attuali al restauro effettuato nel 1888), incastonata nel muro destro dell’unica navata, si nota una acquasantiera formata da un unico blocco di pietra calcarea. Scolpito e scavato fino darvi una forma vagamente cubica; con incisa, sulla faccia anteriore, una "Croce del Tau".

Tau di Amaseno (Fr)

Il manufatto non è di semplice datazione. Appare indubbiamente più antico dell’edificio sacro. Lo stile dell’acquasantiera, i segni dell’intaglio del blocco di roccia, e del simbolo scolpito, sembrano, comunque, farlo risalire ai secoli XIII e XIV.

Ma cos’è il simbolo scolpito che tanto attrae l’attenzione e l’interesse di innumerevoli studiosi?

La Croce del Tau prende il nome dalla lettera T greca, il Tau, appunto, di cui ne ricalca la forma. Ma in realtà è un simbolo dalla storia assolutamente interessante che affonda i suoi più reconditi significati all’alba delle Civiltà così come le conosciamo noi e che attraversa gran parte della cultura e della Fede Occidentale.

 

Esiste un isoletta lambita da quelle acque color del vino cantate da Omero. Un piccolo insignificante lembo di terra emersa facente parte dell’arcipelago delle Sporadi Meridionali in mezzo al Mar Egeo, che però ha una particolarità unica, che l’accomuna a pochi altri siti sul nostro pianeta. L’Isola di Patmos, il luogo in cui Dio si è manifestato. La Teofania. Dio parlò ad un uomo ivi esiliato nel I° secolo D.C., un uomo che aveva percorso in lungo ed in largo la Palestina al seguito di Colui che si sarebbe rivelato il Salvatore, il Redentore di tutta l’Umanità. L’uomo che, mentre tutti fuggivano, si nascondevano o tradivano, rimase sotto il "disonor del Golgota" assieme alla Madre; l’uomo, il discepolo prediletto, colui che scrisse l’ultimo Vangelo, Giovanni. Quello che i Cristiani Ortodossi chiamano Giovanni Teologo, che all’interno di una caverna, ancor oggi esistente sull’isola, ricevette la Rivelazione Divina, l’Apocalisse. L’Opera del Nuovo Testamento ancor oggi tra le più discusse e studiate della storia dell’Umanità.

Sin da quando l’Uomo cominciò a porsi delle domande su se stesso e sullo scopo della propria precaria ed effimera esistenza, le grotte, il sottosuolo hanno sempre rivestito un forte connotazione simbolica. Ingressi dell’Aldilà, luoghi prediletti da mostri ed entità che sarebbe meglio non disturbare, anelli di congiunzione tra il mondo dei mortali e quello delle divinità. E un discorso piuttosto lungo su cui torneremo a breve. Al momento basti tener presente che, incredibilmente, da quel vorticoso, labirintico insieme di allegorie, simboli, arcane descrizioni che l’Angelo di Dio svelò a Giovanni, è sorto un Segno esiziale per gli uomini, un Segno che da quell’isola mistica, spazzata dai marosi, è giunto sino alla vallata dell’Amaseno.

 

"Et vidi alterum angelus ascendentem ab ortu solis, habentem signum Dei vivi"

(Apocalisse , VII, 2)

 

Un Angelo proveniente dall’Oriente segnerà gli Eletti con questo Sigillo. Pur non essendo espressamente indicato il Segno è forse il Tau?

"Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente dalla fonte dell’acqua della vita".

Così Cristo nell’Apocalisse di Giovanni. L’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine. La prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco. L’Omega sottende alla conclusione di tutta l’Opera Divina, e la stessa funzione la ritroviamo nell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico. Il Tw. Già nell’Antico Testamento si incontra il Tw. "Il Signore disse: passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme e segna con il Tw sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per le malvagità che vengono commesse" (Ezechiele 9, 1-6) E ancora "Percorrete la città dietro di lui e colpite senza pietà. Ma quelli che portano il Tw sulla fronte, quelli non toccateli"

Il profeta Ezechiele raccomanda al Popolo di Dio di rimanere fedele sino all’ultimo giorno e per essere riconosciuto quale, appunto, prediletto da Dio, ecco che sulla fronte, ogni uomo, avrà tracciato il Tw. Quindi il Tw come simbolo di riconoscimento e di protezione Divina.

E’ il medesimo Segno di cui parla sempre San Giovanni nell’Apocalisse (7, 2-14, 1-7)? Il "Signum Salutis", il Simbolo di Salute, di Salvezza.

Ecco che nel Medio Evo il Tw ebraico diventa il Tau. Ma non soltanto per assonanza tra i termini Tw e Tau. Al Signum Salutis, il Segno di Dio viene data la forma della lettera "T" greca, anche perché è quella della "Vera Croce". Rintracciandolo nei passi Biblici vi si vedeva l’ennesima profezia dell’incarnazione di Cristo e del suo martirio per mezzo della Croce.

 

La "Croce" intesa come strumento di esecuzioni capitali dei Romani, era formata da due elementi. Il primo era lo "Stipes" , il palo verticale che, generalmente, rimaneva sempre piantato sul luogo destinato alle esecuzioni, nel caso di Cristo, il Golgota o Monte Calvario. L’altro elemento era il "Patibulum", ovvero il braccio orizzontale che fu legato sopra la schiena, agli omeri, alle braccia e ai polsi del Nazareno e portato faticosamente lungo la "Via Dolorosa".

Pertanto, il condannato veniva issato sul palo verticale assieme al "patibulum", in questo modo la "Croce" assumeva la forma di una gigantesca e terribile lettera "T":

 

Persino Papa Innocenzo III (1198-1216) durante il IV Concilio Lateranense del 1215, spiegò che il Tau era la Croce prima che vi venisse apposto il Tutulus, ovvero il cartello con al scritta I.N.R.I. che indicava il capo d’imputazione del Salvatore.

"Uno porta sulla fronte il Tau se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della Croce, si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati; si porta il Tau se si afferma: di nient’altro mi voglio gloriare se non di una vita di penitente e rinnovata in Cristo. Siate dunque campioni del Tau e della Croce!" così, citando Ezechiele, il Papa esortava i Cristiani a "riformare le proprie vite, a stare alla presenza di Dio come Popolo Giusto. Dio ci riconoscerà dal Tau impresso sulle nostre fronti" (1).

Lui stesso avrebbe voluto essere colui che attraversando tutta l’Ecclesia avrebbe posto il Signum salutis sulla fronte degli uomini che accettavano di entrare in stato di vera conversione e comunione con Dio.

"Signum salutis", "Signum potentiae", questi i significati che la stessa Chiesa di Roma attribuiva al Tau.

Ma al Concilio Lateranense era presente anche qualcuno che prese veramente in parola Innocenzo III. Un certo Francesco, figlio di Pietro di Bernardone di Assisi (1182.1226). Per il futuro Santo e Patrono d’Italia, il Tau era proprio la "Vera Croce" e lo adottò come una sorta di firma.

"Era a lui familiare sovra ogni altro il segno del Tau, col quale firmava le lettere e disegnava ovunque le pareti delle celle." racconta l’abruzzese Fra Tommaso da Celano (Celano 1190 circa – Valdevarri 1260), che, su incarico di Papa Gegorio IX, compilò la prima biografia del Santo d’Assisi (1), approvata dal Pontefice il 25 febbraio 1229. Aspetti confermati anche da San Bonaventura di Bagnoregio (Filosofo e Teologo francescano, Bagnoregio 1217 – Lione 1274) nella sua Legenda Major (Vita di S. Francesco d’Assisi). "E in realtà il Santo nutriva una grande venerazione ed affetto per il segno del Tau, lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava, come se la sua missione consistesse, secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono convertendosi sinceramente a Cristo" (2).

La storia dell’Arte e scoperte archeologiche hanno confermato quanto riportato da quei testimoni d’eccezione.

Esiste una copia di una lettera di San Francesco, trascritta tra il 1229 ed il 1238, indirizzata ai suoi Fratres, rinvenuta in un Messale di Subiaco, che riproduce a piè pagina il Tau con il quale il Santo aveva siglato la missiva.

Un Tau compare anche nell’autografo originale della benedizione inviata a Fra Leone, con la precisazione dello stesso frate che dice "Fece lui di sua mano il segno del Tau con la sua base".

A poca distanza dal paese di Cottanello, in provincia di Rieti, sorge un piccolo santuario rupestre dedicato a San Cataldo. Il Santo Irlandese, vissuto nel VII secolo, fu Abate del Monastero di Lismore e Vescovo di Rachau, morì a Taranto appena sbarcato al ritorno da un pellegrinaggio in Terrasanta, e venne sepolto nella Cattedrale della città pugliese. Nel 1094, durante i lavori di ricostruzione della chiesa distrutta da una scorreria dei Saraceni, si rinvenne il suo corpo, subito divenuto oggetto di profonda devozione da parte del Popolo. Celebre è un altro Santuario a lui dedicato, quello di Supino sui Monti Lepini. L’eremo di Cottanello risale al X secolo e ospita una delle più antiche rappresentazioni pittoriche della Sabina. Un affresco di "Cristo in trono tra gli Apostoli e Santi" del XI secolo. Anche San Francesco avrebbe visitato questo luogo sacro e lo testimonierebbe proprio un Tau di colore bruno dipinto a tempera sulla tunica del Gesù benedicente dell’affresco. La pittura del Tau sembra risalire al XIII secolo e quindi coeva del "Santo con le Stimmate". Come ci racconta Enrico Fasciolo (3) "I preziosi affreschi attualmente presenti all’interno dell’edificio rupestre……erano stati ricoperti nel XVII con pitture murali di poco valore e sono nuovamente venuti alla luce soltanto nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale". Dopo il crollo della Linea Gustav e l’entrata degli Alleati a Roma, le Truppe del Terzo Reich risalivano in ritirata la Penisola. L’ordine era quello di far saltare ogni ponte ed altra infrastruttura al fine di rallentare l’avanzata degli Angloamericani. Si prospettavano grossi guai per l’Eremo di San Cataldo. Infatti l’intenzione dei Tedeschi era quello di far saltare l’Eremo, in modo tale che franando avrebbe ostruito definitivamente la strada che correva ai piedi dello stesso. Gli abitanti di Cottanello, già il giorno della Festa del Santo, il 10 maggio, durante una Processione, temendo il peggio, avevano fatto un voto "se il paese, le campagne, gli abitanti saranno salvati dalle distruzioni della guerra, si sarebbero astenuti dal mangiare carne tutte le vigilie della festa del Santo".(4). Dopo aver distrutto, l’11 giugno, il ponte della strada di Fontecerro e quello di Piediselvi, la Wehrmacht si apprestava a decretare la fine di San Cataldo. Gli abitanti di Cottanello si radunarono sulle mura per assistere impotenti alla distruzione del venerato eremo. Ma continuiamo a seguire la vicenda nelle parole di Enrico Fasciolo "E’ il primo pomeriggio. Due soldati tedeschi hanno il loro da fare nei pressi del ponticello. Sembra che qualcosa non funzioni. I due sono nervosi perché non riescono ad innescare l’ordigno. Dopo vari tentativi la carica esplode in tutto il suo fragore. Un denso nuvolone di polvere e detriti si staglia alto nel cielo". Gli abitanti attesero il diradarsi della nube per contemplare in lacrime ciò che restava del Santuario ma, invece, tra lo stupore generale, l’antico Luogo Sacro emerse intatto. Invitto contro le barbarie degli uomini. Come intatte rimasero le case dello stesso Cottanello, che fortunatamente non lamentò nemmeno morti e feriti. La spaventosa esplosione fece cadere l’intonaco e le pitture settecentesche riportando alla luce gli affreschi ancora visibili. Un miracolo di San Cataldo o del Tau?!

Ma il territorio reatino ospita altri esempi del Tau attribuiti a San Francesco. Durante alcuni restauri della Cappella di Santa Maddalena (detta anche della Madonna) a Fonte Colombo, si rinvenne nel vano di una finestra un Tau di colore rosso che era stato ricoperto con altre pitture più tarde. (5)

Il Santo avrebbe anche compiuto miracoli mediante il Tau. Come quando apparve in sogno ad un uomo di Cori ferito gravemente ad una gamba, che guarì dopo che San Francesco gliela ebbe toccata con un bastoncino con impresso il Tau.

Mentre la contemporanea eresia Catara aborriva il Signum Crucis, considerandolo indegno dell’Opera Redentrice di Dio, per San Francesco il Tau è il Segno, il Sigillum, di Salvezza, di Vittoria e di Vita.

"Est Tau vivifico insignitus, Crucifixi servulus" come recitava la Liturgia dell’epoca.

Nessuno si può salvare se non è segnato dal Tau. Perché il Tau è la Croce e soltanto attraverso Cristo e la Croce ci può essere la Redenzione.

Abbiano visto come, nell’Apocalisse di Giovanni, un Segno tracciato da un Angelo venuto dall’Oriente, indicherà coloro che si salveranno.

Ebbene c’è stato anche chi ha identificato lo stesso Francesco come l’Angelo dell’Oriente. Forse è proprio a questa interpretazione, accolta soprattutto dai gruppi Gioachimiti, a cui allude Dante nel noto passo in cui, avente come fonte San Bonaventura, tesse le lodi del "Poverello";

 

Però chi d’esso loco fa parole

Non dica Ascesi, chè direbbe corto

Ma Oriente, se proprio dir vole.

(vv. 52-54 Canto XI Paradiso)

 

Sull’utilizzo del Tau da parte del Santo di Assisi non influirono soltanto i Passi Biblici. Ma pure l’uso nella vita quotidiana. Il Tau, diventato un simbolo importantissimo per i Cristiani, permeava talmente la vita e la cultura medioevale, che persino le rappresentazioni geografiche del Mondo erano riconducibili a questo segno. I continenti rappresentati erano tre, l’Asia veniva posta nella parte alta della carta (l’est veniva posto infatti nella parte superiore), l’Europa si trovava a sinistra e l’africa a destra. I tre continenti erano divisi uno dall’altro da una sorta di mare che prendeva la forma di T, il tutto (terre e mare) era iscritto un una circonferenza. Queste carte non erano, ovviamente, una rappresentazione reale del Mondo, ne pretendevano di esserlo, ma semplicemente una raffigurazione simbolica.

Nei Messali, la capolettera "T" della frase "Te igitur, clementissime Pater…" veniva miniata nella forma del Tau. Ovviamente veniva citato molto spesso nei sermoni dei predicatori e divenne un simbolo apotropaico molto diffuso tra il popolo. Una sorta di amuleto. Ma non era soltanto banale e

deprecabile superstizione. Anche i più semplici, gli ignoranti, riuscivano, in qualche modo, ad intuirne, magari velatamente, in maniera oscura, l’essenza più profonda.

Nel 1198, il sacerdote Folco di Neuilly ebbe l’incarico di predicare la "Crociata" da Innocenzo III, assieme a Pietro Capuano ed ai monaci Cistercensi e Benedettini. "Ho visto l’Angelo del Signore salire dall’Oriente, e quell’angelo è Cristo, nunzio della volontà del Padre. E l’Angelo ha il segno del Dio vivo, il segno della Croce, con il quale egli segna i suoi per distinguerli dagli infedeli e dai reprobi" Riprendendo l’immagine apocalittica dell’Angelo con il Signum Dei, in questo modo il predicatore infervorava i fedeli ed "egli segna i suoi cavalieri con al Croce, cioè il Tau" (6).

Nel 1212 la Croce Taumata era stata il simbolo della tragica Crociata dei fanciulli.

Non è da escludere, comunque, che la particolare devozione di San Francesco per il Tau sia da imputare anche ai rapporti che il "Poverello d’Assisi" ebbe con un Ordine Ospitaliero che si dedicava ad alleviare le sofferenze dei malati dei più spaventosi e ripugnanti morbi che potessero colpire l’Umanità, come la peste e la lebbra. La conversione di Francesco era cominciata proprio con il prendersi cura dei lebbrosi, i reietti della società dell’epoca. Ed è provato che abbia soggiornato più di una volta a Roma presso il Lebbrosario di Sant’Antonio, tenuto dall’Ordine Ospitaliero di Sant’Antonio Abate.

 

Sant’Antonio Abate nacque nel 250 D.C. in Egitto nella località di Coma. Padre del monachesimo orientale, e primo degli Abati (termine che deriva da Abbà, padre spirituale) fu uno dei più illustri eremiti da quando, a circa 20 anni, seguendo letteralmente il passo evangelico "Se vuoi essere perfetto và , vendi quello che hai, e dallo ai poveri", lasciò tutto per ritirarsi nel deserto egiziano per condurre una vita da anacoreta. Ben presto la sua fama fece accorrere numerosi discepoli. Pur abbandonando la vita da eremita mantenne sempre una condotta ascetica.

Per due volte rientrò ad Alessandria d’Egitto, nel 311 per confortare ed aiutare i cristiani perseguitati dall’Imperatore Massimino Daia e nel 355 per combattere l’eresia di Ario. Morirà ultracentenario nel 356, in odore di Santità, tanto che persino l’Imperatore Costantino si rivolse a lui in cerca di consigli.

Gran parte delle notizie sulla sua vita le possediamo grazie alla biografia scritta da Sant’Atanasio (7).

Nelle immagini iconografiche di 2000 anni di Cristianesimo, la figura dell’Abate è associata o a mostri, demoni e bellissime donne, le famose "Tentazioni di Sant’Antonio", oppure a mansueti animali domestici, quasi sempre un porcellino.

Animale ricollegabile alla miracolosa guarigione riportata dai racconti agiografici. Mentre il Santo si trovava a bordo di una nave che lo portava in Europa dalla Terrasanta ( o dall’Egitto), una scrofa avrebbe deposto sulla tolda, ai suoi piedi un maialino malato. Sant’Antonio lo guarì con il Segno della Croce ed il porcellino, da quel momento divenne il suo inseparabile compagno. Da qui l’iconografia del "Porco di Sant’Antonio" e l’uso di benedire gli animali domestici il 17 gennaio, anniversario della sua morte. Sant’Antonio Abate viene visto, parimenti a S. Francesco d’Assisi, come il protettore degli animali.

Nel 561 D.C. venne individuata la tomba del Santo e le sue reliquie cominciarono a peregrinare per tutta la Cristianità. Prima Alessandria d’Egitto, poi Costantinopoli, per approdare, infine, nel XI secolo, in Francia. Secondo la tradizione, responsabile della traslazione delle reliquie in Francia sarebbe stato certo Jocelin, pio signore di Chateau Neuf e figlio di un Conte Guglielmo, forse della schiatta dei Duchi di Aquitania e dei Conti di Tolosa, che le aveva avute in dono dall’Imperatore Bizantino. A Motte Saint Didier, nella Diocesi di Vienne, venne retta una chiesa in suo onore e divenne, quasi, il paese natale dell’Abate. Subito si sparse la voce che la Chiesa di Sant’Antonio era un luogo in cui avvenivano miracolose guarigioni. Vi accorrevano soprattutto malati di quel morbo conosciuto anticamente come Ignis Sacer. L’Herpes Zoster, la malattia dell’epidermide che genere bruciori insopportabili. I manuali medici parlano di ergotismo canceroso dovuto all’avvelenamento da parte di un fungo presente nella segala (l’Ergot o "segale cornuta") utilizzata per fare il pane.

Questo morbo, che verrà chiamato "Fuoco di Sant’Antonio", nei secoli, provocò vere e proprie stragi di popolazione a causa dei deliri, delle febbri altissime, di ulcere cancerose di cui era responsabile.

Un nobile cavaliere, Gastone di Vienne, dopo aver a lungo pregato il Santo, venne miracolosamente guarito dall’Ignis Sacer. Secondo un’altra versione ad essere guarito sarebbe stato Guerin, figlio di Gastone. Comunque sia, a scioglimento del voto fatto in cambio della guarigione, nel 1090, fondò nei pressi della chiesa, un Ospizio o Ospedale, ove accogliere tutti i malati, e una Confraternita di religiosi che chiamò "di Sant’Antonio" o "degli Antoniani". Ufficialmente riconosciuti da papa Urbano II, durante il famoso Concilio di Clermont-Ferrand, nel 1095, costoro si occupavano dei lebbrosi, degli appestati ma, soprattutto, utilizzavano una cura piuttosto efficace per curare o almeno lenire gli atroci bruciori dell’ Ignis Sacer. Sulla pelle martoriata applicavano del grasso di maiale, impedendo così ogni contatto con l’aria o con altri fattori in grado di provocare infezioni.

L’Ordine degli Antoniani ottenne dal Pontefice il privilegio di allevare maiali proprio per ottenere l’indispensabile grasso, il tutto a spese della comunità in cui si trovavano. Ancora oggi in molti paesini dell’Italia centrale e meridionale si posso trovare maialini allevati dalle parrocchie e, soprattutto, molti toponimi riferiti ai suini possono trarre origine proprio da questi peculiari allevamenti e che indicano, quindi, la presenza di questo Ordine.

L’immagine agiografica del porcello salvato del Santo si saldava con quella di maiali in carne e grasso, allevati dai Fratres di Sant’Antonio, per operare altri "miracoli" in nome dell’Abate.

Nelle terre dell’Europa Occidentale, in cui più a lungo che altrove, rimasero in vita le tradizioni di origine celtica, la figura dell’Abate si sostituì a quella del dio Lug. Assumendone in qualche modo le funzioni.

La divinità celtica presedeva i riti della rinascita dopo i lunghi mesi invernali, quindi signore di ogni forma di nuova vita. Compresi gli animali. L’animale totemico a lui associato era il Cinghiale. Bestia che si ritrova in molte saghe e leggende medioevali dalla matrice celtica.

 

Ad esempio il "Lai" di "Guigamor ed il Cinghiale Bianco" che tratta, tra l’altro il tema del Regno fuori dal Tempo, in cui il protagonista, di fatto, ottiene l’immortalità e l’Eterna Giovinezza. (8)

Anche nell’agiografia del Santo Abate troviamo un viaggio ultraterreno. Che ha come protagonista il suo particolare bastone. L’Abate, infatti, andava in giro, e così lo vediamo ancora oggi raffigurato, con un bastone da eremita a forma di T, il Tau.

 

Si narra che Sant’Antonio sia sceso all’Inferno per disputare al Demonio alcune anime. La mossa vincente contro il Diavolo fu quella di far correre di qua e di là proprio il suo fedelissimo maialino, che creò, è proprio il caso di dirlo, un vero "pandemonio"; facendo distrarre i vari demoni.

L’Abate, allora, si avvicinò al Fuoco Infernale ed vi accese il bastone a forma di Tau. Recuperato il maialino e le anime che voleva salvare, risalì in superficie con il Tau fiammeggiante, donando il Fuoco all’Umanità. Superfluo sottolineare la similitudine con il Mito di Prometeo. L’Eroe della Mitologia greca che rubò il Fuoco agli dei Olimpici per donarlo agli Uomini. Facendo scaturire la scintilla della Civiltà. A questo racconto su Sant’Antonio si fa risalire la tradizione, ancora viva anche in Italia, di accendere il 17 gennaio i "Falò di Sant’Antonio", con funzioni di purificazione e fecondità. Anche qui reminiscenze di culti pagani, i "Fuochi" che celebravano la nuova stagione, l’allungarsi delle giornate, l’inizio della fine dell’Inverno ed il ritorno della Primavera.

 

Ancora una volta il Tau, mescolato a miti antichissimi del Fuoco e della Rinascita. Tutto ciò, associato alle allusioni al Divino ed al fine ultimo di tutte le cose, contenute nell’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, simile, lo abbiamo visto per assonanza al T greco, fece si che il Tau divenne il simbolo dell’Ordine assistenziale degli Antoniani.

Le cronache coeve parlano che i primi fondatori erano sette (i Templari erano nove), ma il numero va preso con beneficio d’inventario. Si tratta sempre di cifre non necessariamente rispondenti alla realtà storica ma dal significato simbolico. Sette sono i giorni della settimana, e quindi il ciclo del succedersi dei giorni. Nuovamente tradizioni legate ai culti della fertilità dei cicli lunari. Ancora relitti di arcaici culti legati alla Dea Madre diffusi in molte civiltà dell’Europa e del Mediterraneo. Riverberi di devozioni che, secondo alcuni studiosi, sarebbero rintracciabili nel culto delle Madonne Nere. Anche nell’Ordine degli Antoniani c’era una componente esoterica come, molto probabilmente, nei Templari? Non è da escludere, visto l’utilizzo di certi simboli, il Tau soprattutto, così ricchi di misticismo.

Non ancora sufficientemente studiate le commistioni ed i rapporti che intercorsero tra i due Ordini. Gli Antoniani seguivano la Regola benedettina dell’Abbazia di MontMajeur e, sebbene inizialmente laici, poi presero i tre voti canonici di povertà, castità e obbedienza. Dei Benedettini presero anche l’abito nero.

Dello stesso colore anche il mantello con un grande Tau di colore azzurro.

Il Tau veniva portato anche sulla veste, cucito all’altezza del cuore. Nella stessa posizione i Templari ed i Giovanniti portavano la Croce.

 

Quindi il Tau degli Antoniani rammentava a San Francesco "l’amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato lebbroso".(I Fioretti, 25: 1857)

Nel 1218, Papa Onorio III confermò l’Ordine Antoniano come Ospitaliero, concedendo alcuni privilegi e facendo da volano alla sua espansione, in Europa come in Terrasanta. In Italia la prima Precettoria sorse a Ranverso non lontano da Torino. Fondata nel 1118 grazie alle donazioni di Umberto III Il Beato di Savoia. Era un celebre punto per l’accoglienza dei pellegrini che transitavano lungo la via Francigena. Era nota per una serie di affreschi dal chiaro significato simbolico.

C’erano Sant’Antonio Abate e la Maddalena, ma anche San Giovanni, l’Arcangelo Michele, San Nicola di Bari e San Martino di Tours. Tutti santi collegati con le Crociate o con gli Ordini Monastico-militari.

"Dell’antico Ospedale, oggi, non rimane che la bella facciata tarco-gotica, su cui campeggia il simbolismo del Signum Potentia, cioè il Tau" (9)

Dal Codex Diplomaticus Cavensis abbiamo notizia di altre due "Case" o Commanderie degli Amtoniani. Una a Roma attorno al 1200 retta da "Frate Guglielmo Maestro e Precettore dell’Ospedale di Sant’Antonio Abate di Roma e di quelli del Regno di Sicilia".(10).

L’altra si trovava a Sarno in Campania (e quindi nel Regno di Sicilia) sorta nello stesso periodo di quella di Ranverso. Pare che la benefica istituzione caritatevole sia sopravvissuta ben oltre lo scioglimento dell’Ordine, almeno sino ai primi anni del XIX secolo. E’ attestata la presenza degli Antoniani anche i due porti strategicamente importantissimi per le Crociate e comunque per il rapporti con il Levante; Barletta e Bari. Entrambi le fondazioni dovrebbero essere precedenti agli inizi del XIII secolo. A Bari un arco esistente nel Centro Storico è detto "Varco di Sant’Antonio" e documenti dell’epoca parlano di un Ospedale annesso ad una chiesa dedicata al grande Abate. Pare che tale ricovero degli Antoniani dipendesse dall’altro grande Ospizio dei Pellegrini collegato alla Basilica di San Nicola e gestito dagli Ospitalieri di San Giovanni (11).

A Pistoia sorge la Chiesa di Sant’Antonio Abate o del Tau, risalente alla prima metà del XIV secolo. Gli Antoniani hanno lasciato sulla facciata dei bassorilievi sui quali si nota uno scudo con il Tau e, sopra, una grande lapide scolpita con due orsi (animale simbolo di Pistoia) che reggono lo stemma "scaccato" della città toscana, sovrastante un'altra Croce Taumata.

 

Nel Basso Lazio era consistente la presenza degli Antoniani, sempre dediti con abnegazione alla cura degli ammaliati, non solo quelli colpiti dall’Ignis Sacer ma anche lebbrosi ed appestati. Gli Antoniani possedevano un Ospedale e un Oratorio a Carpineto. La bella località immersa tra i boschi dei Monti Lepini, oggi in provincia di Roma, che ha dato i Natali a Papa Leone XIII (1878-1903). Entrando in paese da nord-ovest, lungo la strada si incontra la Chiesa di Sant'Agostino, risalente al XIII secolo. Costruita accanto all’Oratorio. Che è stato abbattuto durante i rifacimenti della chiesa nel XIX. Ristrutturazione avvenuta per diretto interessamento del Pontefice Carpinetano. Notevoli i due portali risalenti al XIII secolo. Quello principale, oltre a due leoni stilofori con la preda tra le zampe, presenta un'aquila leporaria sullo stipite. Quello del lato destro probabilmente proviene dall'Abbazia di S Stefano di Valvisciolo che sorgeva nei pressi di Carpineto, poi abbandonata per essere rifondata nella Pianura Pontina ai piedi di Sermoneta. Si ammirano alcune sculture sia sacre che profane, ad esempio due monaci a figura intera e due teste di Re e di Regina, dall'oscuro significato. Della presenza degli Antoniani rimane un bassorilievo con la Madonna e Sant'Antonio con l'immancabile bastone a forma di Tau. Un’altra statua in marmo dell’Abate la possiamo ammirare in una piccola nicchia a destra del transetto. Proveniente dal vecchio Oratorio degli Antoniani.

 

Un Tau degli Antoniani è visibile a Valmontone nella Valle del Sacco, percorsa dalla via Latina che conduceva ai porti del Meridione.

A Priverno (LT), la medioevale Piperno, l’Ordine di Sant’Antonio è attestato documentalmente dagli anni ’30 del XIV secolo, forse dopo le riforme dell’Ordine volute da papa Bonifacio VIII. Ma nulla esclude che vi siano giunti molto prima.

 

L’Ordine lasciò Priverno verso la fine del XV secolo, come si intuisce da alcuni documenti conservati presso l’Archivio dell’ex Ospedale di S. Antonio di Roma L’epoca coincide con il declino dei grandi pellegrinaggi e con il sorgere delle prime strutture di assistenza gestite direttamente dal Comune, dallo Stato o dal Clero Secolare (12).

Tau nella Chiesa di S. Antonio Abate a Priverno (Lt)

Gli Antoniani possedevano un Ospedale accanto alla Chiesa di Sant’Antonio Abate, situata non lontano da Porta Caetana (13).

"Così descritto in un inventario del 1578, conservato in originale tra gli atti di Cinzio Pennazzolo e in copia in Italiano, fra le carte di S. Antonio conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano: "In primo luogo una Chiesa rurale, ossia cura e situata fuori, e vicino la Porta Gaetana chiamata di Piperno. Nella strada romana insieme con le sue stanze, e case murate e coperte, ed un piccolo Orto con alberi dia ranci, e dentro il medesimo una cisterna vicino la detta strada, ed altri suoi lati e confini" L’Ospedale che riposava su un piano voltato era simile, per il sistema di copertura, all’infermeria di Fossanova" (14)

 

L’aspetto del complesso ospitaliero rimase più o meno inalterato sino agli anni ’50 del XX secolo. Quando inqualificabili interventi edilizi ne snaturarono l’antico impianto, soprattutto relativamente ai locali dell’Ospedale.

Fortunatamente, l’annessa chiesa di Sant’Antonio, risalente al XIII secolo (l’anno 1336 che si scorge sull’architrave fa riferimento ai lavori che diedero all’edificio l’attuale aspetto) è giunta sino a noi, tramandando il messaggio di pietà cristiana e dedizione degli Antoniani verso il proprio prossimo più sofferente e sfortunato. Ma non solo.

Un grande Tau bianco dipinto su sfondo nero si nota sotto l’arco, accanto ad una porta che un tempo conduceva all’ospedale, di fronte all’ingresso principale della chiesa. Entrati in quest’ultima, si rimane colpiti dalla vastità degli affreschi su tutte le pareti della navata e del presbiterio e dal ricorrere molte volte della figura di Sant’Antonio Abate. Il Santo è ritratto con il bastone a forma di Tau a fianco della Vergine e di altri Santi e Sante. Si riconoscono San Sebastiano, probabilmente San Lazzaro, San Nicola di Bari. Ai lati dell’arco che divide il presbiterio dalla navata si vedono dipinte due grandi Tau stilizzate

A destra dell’ingresso principale una acquasantiera in pietra riporta due "Fiori della Vita". Il pavimento della navata è ancora quello originale dell’epoca formato da lastroni in pietra. Su uno di questi lastroni è incisa una Triplice Cinta, elemento già di per se particolare, aumentato dal fatto che al centro dell’antichissimo simbolo si trova una croce greca. Complessi i significati legati alla simbologia dell’antichissimo segno della Triplice Cinta. Per i quali si rimanda il lettore al capitolo successivo. Da sottolineare, però, come questo simbolo, presente in una chiesa degli Antoniani, assieme ai due "Fiori della Vita", confermerebbe quanto sopraesposto a proposito dell’esistenza di una conoscenza esoterica o comunque mistica in questo Ordine.

Che non va confuso, però, con il quasi omonimo "Ordine di Sant’Antonio" o dei "Cavalieri di Sant’Antonio". Istituito nel 1382 da Albert von Bayern, Freiherr von Hainaut, Niederland und Zeland (Alberto di Baviera, Conte di Hainaut, Olanda e Zelanda) come ex voto nei confronti di Sant’Antonio per l’avvenuta guarigione dall’Herpes Zoster.

Gli intenti di questo effimero ordine furono meno nobili e cristiani di quelli degli Antoniani e dei "Cavalieri del Tau di Altopascio", visto che si distinse solamente come zelante sterminatore di eretici o supposti tali.

 

Abbiamo nominato i "Cavalieri del Tau di Altopascio", località, questa, che nasce attorno all’Anno Mille, nella Toscana settentrionale, nei pressi di Lucca. Inizialmente l’abitato si chiamava Teupascio, poi divenuto Altopascio. Si fa risalire il termine a due parole longobarde: Teu, popolo e passio, torrente.

Posto, non a caso, strategicamente, in una zona boscosa e selvaggia, attraversata dalla via Francigena. La strada che dalle Fiandre, dalla Francia del Nord, attraverso l’attuale Svizzera, o le Alpi Marittime, portava a Roma.

Non si deve pensare alla Francigena come ad una via unica, come quelle costruite dai Romani. Ma come un insieme di percorsi, a volte paralleli, a volte intersecanti tra loro, alcuni utilizzabili d’inverno, altri nella bella stagione, che conducevano, comunque, ad un'unica, grande meta.

Queste vie erano punteggiate da luoghi di sosta e di ricovero. Mansiones o Ospizi che erano generalmente retti da Ordini religiosi o Confraternite formate da laici. Ad Altopascio sorse ben presto un Hospitales che prestava soccorso e cure mediche, all’avanguardia per l’epoca, ma anche un pasto caldo decente, (il famoso "Calderone" di Altopascio) ai pellegrini e viaggiatori che percorrevano la strada.

 

Tutti venivano accolti. Non si faceva alcuna discriminazione. Secondo la tradizione chi aveva denaro era invitato a lasciare un contributo, chi non aveva nulla era invitato a pregare.

Per chi veniva colto dall’oscurità ancora lontano dall’abitato, magari nel bosco, o tra le zone paludose, arrivavano in soccorso i rintocchi della campana detta "La Smarrita" della Pieve San Jacopo di Altopascio. Che segnalava ogni mezzora, salvo al tramonto, quando suonava ininterrottamente, la vicinanza dell’Ospizio.

Esiste un documento dell’agosto dell’Anno del Signore 1084 in cui, un tale Guglielmo, dona alcune proprietà fondiarie all "Hospitale qui est edificatus in loco et finibus ubi dicitur Teupascio".

La Mansio Hospitalis de Altupassu non fu l’unico punto di ricovero a sorgere lungo l’arteria viaria, nel solo tratto che percorreva la Toscana ne esistevano circa una trentina, ma superò tutti gli altri per fama e tradizioni anche perché per gestirlo fu costituito l’Ordine dei Fratres di San Jacopo di Altopascio. La tradizione narra che venne fondato per merito di alcuni nobili di Lucca. Come segno di riconoscimento i membri dell’ordine indossavano veste e mantello scuri o neri con una Croce del Tau di colore bianco. Il Tau come simbolo di carità Cristiana, il colore bianco come simbolo di purezza ed innocenza.

Erano consapevoli che il Tau fosse la "Vera Croce del Golgota" quando lo adottarono? Personalmente ritengo che le risposta debba essere affermativa. Ma lo fecero anche perché ricordava una stampella del malato o del pellegrino bisognoso.

I membri dell’Ordine si dividevano in Fratres sacerdoti (minimo uno per magione), in "serventi" o "pappini", tra cui erano ammesse anche le donne chiamate "sorore", con funzioni di infermiere (Florence Nightingale non ha inventato nulla). C’era poi una specie di Terzo ordine , nel quale erano ammessi i laici con particolari norme.

Siccome le strade non erano percorse soltanto da mercanti e pellegrini ma anche da individui della peggior risma, l’Ordine si cinse la spada al fianco. E potete star certi che i Cavalieri erano bravissimi a tener tranquille e libere da briganti e tagliagole, le vie sotto la loro giurisdizione. Oltre che perfettamente agibili, visto che l’Ordine si occupava anche della costruzione e manutenzione di ponti e tratti stradali.

Dal 1082 iniziarono ad ottenere privilegi dai Pontefici. Si ricorda il Privilegium di Papa Eugenio III del 1149. Mentre, nel 1239, Papa Gregorio IX consegnò la "Regola" dell’Ordine al maestro Generale Gallico.

Non solo i "Successori di Pietro" ma anche grandi Signori laici furono prodighi nei confronti dei Cavalieri del Tau di Altopascio. L’Imperatore Federico "Barbarossa" concesse, nel 1170, beni e prerogative. Suo nipote, Federico II, lo Stupor Mundi, nel 1244, nonostante lo stato di tensione con il papato, concesse, da Acquapendente, un ampio Privilegium di protezione ed immunità ai Fratres di Altopascio.

La nomea dei Cavalieri del Tau di Altopascio valicò le Alpi, fondarono divennero le loro "Obedientiae" (altre Magioni dipendenti dalla Casa madre) sia in Italia che in Francia, Spagna ed Inghilterra.

Fu persino citato nel "Decamerone" di Boccaccio. Laddove, nella Decima Novella dell’opera dello scrittore toscano morto a Certaldo, leggiamo che il cappuccio di Nuta, una ragazza che non brillava certo per igiene, era così sporco che "avrebbe condito il calderon di Altopascio". Indicatore di come venisse considerata generosa la mensa dei Cavalieri.

Anche un altro grande Toscano, Nicolò Machiavelli, nella sua "Clizia" cita appunto la Magione di Altopascio.

Ancora oggi a Parigi esiste la Chiesa di Saint Jacques di Haut Pas, eloquente prova della presenza dei Cavalieri del Tau.

Chi si reca oggi ad Altopascio può ancora vedere, nonostante vari rimaneggiamenti posteriori al XVI secolo, gran parte dell’antico complesso ospitaliero, con il Chiostro, il pozzo centrale e vari ambienti e alloggiamenti. La chiesa del XII secolo presenta una facciata in stile lucchese. Infine, esiste ancora la Torre Campanaria del 1280, che ospita tutt’ora la famosa "Smarrita".

 

L’Ordine iniziò il suo declino nel XIV secolo soprattutto a causa del trasferimento della Sede Papale ad Avignone (la c.d. "Cattività Avignonese") e poi del lungo "Scisma d’Occidente", che vide contrapporsi più Pontefici contemporaneamente. La soppressione definitiva avvenne però soltanto nel XVI secolo ad opera di Papa Sisto V che cedette i beni dei Cavalieri del Tau all’Ordine di Santo Stefano creato dal Granducato di Toscana.

Prima di tornare all’acquasantiera di Amaseno con cui abbiamo aperto il capitolo, mi si conceda un breve riflessione. Ancora oggi, molto spesso sui Mass Media si sentono termini come "l’Oscuro Medio Evo", "l’Età della superstizione e dell’ignoranza", un Epoca dominata dalla "Chiesa e dall’Inquisizione", e così via. Non si tratta altro che della prosecuzione della cosiddetta "Leggenda Nera" sul Medio Evo. Iniziata con gli Illuministi del Settecento. "Un periodo di ignoranza e barbarie" così stigmatizzava l’Età di Mezzo, il grande filosofo Voltaire. Se l’Illuminismo, come movimento culturale, ha avuto il merito di battersi contro ogni forma di cristallizzazione del sapere, e contro ogni tipo di dogmatismo e superstizione, dall’altro ha bollato un intera epoca come qualcosa da aborrire e disprezzare. Se non possiamo che essere grati all’illuminista Milanese Cesare Beccaria (1738-1794) per la battaglia per un rinnovamento del sistema giudiziario con l’abolizione, in primis, della tortura per estorcere confessioni, e con l’introduzione del principio della presunzione di innocenza dell’indagato. Che verrà recepito per la prima volta nell’Ordinamento Giuridico di una nazione dagli Stati Uniti d’America. Dall’altro, le sacrosante critiche ad aspetti "medioevali" della società si sono tramutate in una condanna inappellabile nei confronti di tutta un’Epoca. Dimenticandosi come nel Medio Evo, oltre a venir realizzate (o riscoperte) alcune invenzioni tecnologiche (una per tutti; gli occhiali), è caratterizzata da precursori anche in un campo che oggi, fortunatamente, è all’attenzione di tutti. Oggi si parla tanto di solidarietà sociale, di volontariato nell’assistenza.

E gli Ordini Militari-Ospitalieri non erano forse la stessa cosa? Che dire di uomini, magari d’alto rango (e all’Epoca il Lignaggio non era una cosa da sottovalutare), che si prodigavano verso il prossimo. Pattugliavano strade, riparavano ponti, preparavano un piatto caldo per tutti, curavano malati colpiti da mali immondi e disgustosi, senza alcuna distinzione di ceto, di etnia o di sesso. Consideriamo attentamente questi aspetti. Che sono poi quelli che vogliamo portare all’attenzione con questa pubblicazione. Ci sembra ancora un Epoca tanto barbara, violenta e da condannare? Impariamo, invece, da questi uomini uguali a noi da punto di vista dell’evoluzione umana ma diversi per mentalità. Cerchiamo di imparare qualcosa dal pellegrino che si metteva in cammino senza altro scopo che giungere al Santuario prefissato, per sciogliere un voto o chiedere una Grazia. O dal Cavaliere dalla Croce Taumata, dall’Ospitaliere, dal Templare, e altri ancora, che non solo erano abili ad utilizzare la spada ma anche sapevano spendere la loro vita al servizio degli altri. Anche a loro si deve la Civiltà Occidentale (soprattutto la sua difesa) nel senso più profondo del termine. Quella stessa civiltà, che oggi qualcuno vorrebbe scardinare per sempre dalle fondamenta.

 

Il ricercatore amasenese Luciano De Prosperis, che da tempo indaga sulle tracce dei Cavalieri Templari nella nostra vallata, vede la Croce del Tau della chiesa di San Sebastiano ad Amaseno, come ulteriore indizio se non prova dell’ipotesi oggetto della sua ricerca.

A Viterbo, per secoli "Città dei Papi" al pari di Anagni, i Cavalieri del Tempio possedevano la più importante Precettoria del Patrimonio Sancti Petri. Chiamata Santa Maria alla Carbonara (XII-XIII secolo) dal nome dell’annessa chiesa, che è situata presso l’attuale via Sant’Antonio, lungo la quale correvano le mura del XIII secolo.

Il termine "carbonara" deriva dal vicino e profondo fossato che veniva riempito con materiale infiammabile per costituire una difesa in caso di attacco.

A Santa Maria di Carbonara fu sepolto Fra’ Artusio da Pocapaglia, quart’ultimo Gran Precettore d’Italia (15).

A riprova di quanto si diceva sull’uso del Tau da parte dei Pauperes Milites, sul muro esterno dell’antica Magione, oggi trasformata in locale pubblico, si può ammirare un grande stemma in pietra con incisa la Croce Taumata.

Si discute ancora il motivo dell’adozione del Tau e quanto diffuso fosse il suo uso. I più ritengono che si stato utilizzato soprattutto agli inizi dell’esistenza dell’Ordine. Ma potrebbe essere anche legato ai rapporti che ebbero con gli Antoniani e con i Cavalieri del Tau di Altopascio. Una Croce del Tau di colore rosso veniva indossata dagli scudieri che veniva sostituita con una Croce Patente una volta divenuti Cavalieri.

I gradi più elevati dell’Ordine erano indubbiamente a conoscenza che il Signum era citato nei Testi Biblici. Il Tau come ultima lettera dell’alfabeto ebraico; Segno, come nel caso del simbolo del "Fiore della Vita", del compimento della Creazione, dell’Opera Divina. Inoltre sapevano che la "Vera Croce" aveva la forma di una "T". Utilizzato per questo significato ma anche in quanto iniziale della parola Templum.

 

Chi avrebbe realizzato, allora, l’acquasantiera della chiesa di S. Sebastiano (a proposito, anche il Santo legato alla Colonna, come tutti i protettori da epidemie e malattie era caro agli Ordini Ospedalieri) ad Amaseno ?

Escludendo San Francesco, in quanto non si hanno notizie di una sua presenza nella vallata, ed i predicatori della Crociata di Innocenzo III (in quanto le Croci Taumate erano di stoffa e venivano cucite sugli abiti e non risulta le scolpissero nella pietra), gli autori vanno cercati negli Ordini di cui si è diffusamente parlato poc’anzi. Approfondite ricerche hanno evidenziato come nella Vallata dell’Amaseno abbiano coesistito per lungo tempo (anche se non è facile indicare un frazione temporale esatta) diversi Ordini Monastico-militari ed Ospidalieri. I Giovanniti indubbiamente, come sembra emergere anche dalle scoperte della Chiesa di San Giovanni in Silvamatrice a Villa Santo Stefano.

La presenza di innumerevoli Croci Patenti individuate dal ricercatore Luciano De Prosperis ed attribuibili ai Cavalieri Templari farebbe propendere verso questa attribuzione.

Ma la toponomastica del centro storico sembra indicarci un’altra soluzione. Nei pressi della Collegiata di Santa Maria esiste tuttora una "Via della scrofa". Ultimo ricordo di un allevamento di maiali dell’Ordine di Sant’Antonio del Tau? Un affresco (risente probabilmente al XIII secolo) con Sant’Antonio Abate con il bastone a forma di Tau si trova nel Santuario della Madonna dell’Auricola.

 

Recentemente, il noto paleontologo Prof. Italo Biddittu, ci ha segnalato un vecchio articolo. Apparso negli anni ’60 sulla rivista "Lazio Ieri e Oggi", a firma del Dott. Adolfo Brettagna, già Procuratore del Regno e poi della Repubblica ed appassionato studioso, originario di Giuliano di Roma, in cui veniva fatto cenno dell’esistenza nell’antico Castrum Iulianum di un lebbrosario gestito dai Cavalieri del Tau.

La rivista "Lazio Ieri e Oggi", che tratta argomenti di carattere storico e artistico, esiste ancora ed è la più antica del Lazio. Grazie alla gentilezza del fondatore e Direttore Responsabile Commendatore Willy Pocino, abbiamo potuto consultare e ottenere fotocopia di quell’articolo firmato del Brettagna nel lontano 1968.

 

Narrando della famosa e celebrata visita a Giuliano di Roma del grande Pontefice Innocenzo III (Lotario dei Conti di Segni 1198-1216), Brettagna scriveva

Il dì seguente, celebrata la messa e visitato il lebbrosario di S. Nicola per portare una parola di conforto a quegli infelici caritatevolmente assistiti dai cavalieri del Tau o di S. Antonio del Fuoco, continuò il viaggio con il suo fastoso seguito".

Sarebbe interessante individuare la fonte alla quale Brettagna attinse le sopraccitate informazioni.

Come conferma lo stesso Biddittu, Brettagna non era tipo da scrivere una sola riga se prima non si fosse documentato con precisione e sicurezza. Generalmente, tutti i libri di storia locale che trattano della visita di Innocenzo III, si basano sulla "Cronaca di Fossanova" o "Annales Ceccanenses" ove però non c’è l’episodio della visita al lebbrosario.

L’ipotesi più plausibile è che Brettagna abbia forse scoperto in qualche polverosa biblioteca un’altra cronaca sul viaggio del papa nella valle dell’Amaseno. Se si dove si trova ora questo testo? Faceva forse parte della sua famosa collezione dia antichità e come gran parte di essa è andato perduto?

 

Trattasi, forse, di una indicazione indiretta su chi furono gli autori dell’acquasantiera di San Sebastiano? I Cavalieri del Tau, quindi erano presenti anche a Giuliano di Roma. Perché non anche ad Amaseno?

Ma a ben guardare quanto affermato da Brettagna non dipana la matassa, anzi. Lui scrive dei "cavalieri del Tau o di S. Antonio del Fuoco", ma di chi parla , quindi? Dei Cavalieri del Tau di Altopascio o dei Fratres dell’Ordine di Sant’Antonio Abate di Vienne, gli Antoniani, appunto.

L’indicazione del "Fuoco" sembra non lasciare dubbi. Sta’ parlando degli Antoniani, utilizzando impropriamente il termine "Cavalieri". Questo indicherebbe una loro presenza massiccia nella valle dell’Amaseno (abbiamo visto che operavano anche a Priverno), portando ulteriore credito all’attribuzione "Antoniana" del Tau.

Il lebbrosario gestito dai monaci era intitolato a San Nicola di Bari (o di Mira), il cui culto (con le relative raffigurazioni), era molto diffuso tra i crociati ed i pellegrini che si recavano dai porti pugliesi in Terrasanta. Un San Nicola con in mano un libro con sopra la copertina una Croce del Tau, è ravvisabile in un santo affrescato sempre all’Auricola.

Inoltre, la tradizione ha lasciato la vaga memoria di due Hospitali di Sant’Antonio ad Amaseno, uno nei pressi delle Mura cittadine ed uno in aperta campagna, sul colle che ancora oggi viene indicato come "dell’Ospedale".

In questo caso però, bisogna muoversi con cautela. Toponimi riferibili a termini come Ospedale o Ospizio, o comunque legati alla cura dei malati, sono riconducibili a tutti gli Ordini Monastico Cavallereschi o Ospitalieri. Indifferentemente. Sia ai templari, che ai Giovanniti, che agli Antoniani che ai Cavalieri del Tau di Altopascio.

Inoltre, non bisogna dimenticare che alla fine del Medio Evo e per tutta l’Età Moderna, queste funzioni assistenziali e caritatevoli furono assolte da altre confraternite sia Religiose che Laiche. Che nulla avevano a che fare con gli antichi Ordini. Ed in molti casi, simili toponimi sono da attribuire proprio a queste Confraternite. Come nel caso di Villa Santo Stefano, ove è esistita una "Torre dell’Ospedale" che dava il nome ad un intera zona del paese, o viceversa.. Ma il nome deriva, appunto, da un Confraternita del XVI secolo. Complica ulteriormente le cose, il fatto che, spesso, c’è stata una vera e propria sovrapposizione sia materiale, luoghi ed edifici sono passati da un Ordine all’altro o ad una Confraternita che di nomi, acquisiti poi dalla tradizione locale.

Per riuscire ad attribuire l’acquasantiera amasenese si potrebbe, infine, provare a fare un raffronto iconografico tra i vari Tau dipinti, scolpiti, incisi su pietre tombali, chiese, edifici, campanili sparsi in tutta Italia.

Tau scolpito da Luciano De Prosperis

Invitiamo a farlo anche i nostri lettori, proponendo le immagini di alcune Croci del Tau appartenute ad Ordini diversi. Non vogliamo emettere un giudizio definitivo, ma sinceramente, anche un neofita della materia, noterà la somiglianza del Tau di Amaseno con quello di Viterbo. Prima di esclamare "Eureka", riportiamo quanto espresso da alcuni pellegrini del Tau di Altopascio, dopo aver visto la copia del Tau amasenese, durante la riunione convivile al loro arrivo ad Anagni. "Ma dove l’avete trovato? E’ proprio uguale al nostro che sta’ sul campanile della Magione". E se gli eredi spirituali dei Cavalieri di Altopascio non hanno dubbi nel fare raffronti……..

Inutile dire, che a breve i ricercatori e studiosi della nostra vallata partiranno alla volta di Altopascio per cercare di svelare questo ennesimo mistero.

 

 

(1) "Sermo IV (PL 217, 673-678)" di Innocenzo III.

(2) "Il valore biografico e letterario della Vita Prima è fuori discussione; ha pesato tuttavia sulle sue vicende la decisione del Capitolo Generale di Parigi del 1266, che ordinò di distruggere tutte precedenti biografie di Francesco, dopo che Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale, ebbe compilato la sua Legenda Major (1263). L’opera bonaventuriana riuniva in un solo corpo letterario la biografia del Santo, edulcorando le testimonianze dirette che Tommaso, tra il 1228 e il 1253 aveva inserito nella sua Trilogia; Vita prima, Vita Seconda e Trattato dei Miracoli. Ritrovata in un manoscritto non molto valido e pubblicata, per la prima volta, dai Bollandisti nel 1768, la Vita si rivelò, in ambito moderno un documento di grande autorità, nonostante le sue preoccupazioni letterarie" da "San Francesco –Vita prima" di Tommaso da Celano. Traduzione e note di Abele Caluffetti e Feliciano Olgiati – Orsa maggiore Editrice 1993.

(3) "L’Eremo di S. Cataldo a Cottanello" – Lazio Ieri e Oggi – Anno XLI n.7 (488) – Luglio 2005.

(4) Ibidem

(5) Un’altro Tau si trova a Greccio ove S. Francesco allestì il primo Presepe della Storia e, ancora, un Tau campeggia nello stemma della "Provincia Francescana" della Corsica.

(6) La Crociata, fortemente voluta da Papa Innocenzo III e predicata da Folco, da Pietro Captano e da altri, si concretizzerà nell’impresa del 1204. Che non giungerà mai in Terrasanta ma porterà gli Occidentali a conquistare Costantinopoli. Per una conoscenza più approfondita dell’episodio basilare per quelli che saranno i rapporti tra Cristianità occidentale ed orientale, si veda "1204, l’Incompiuta. La Quarta Crociata e le conquiste di Costantinopoli" di Marco Meschini – Mondatori 2004.

(7). Vescovo di Alessandria d’Egitto dal 326 al 372 D.C..

(8)  Una versione particolarmente interessante del "lai" di Guigamor ed il Cinghiale Bianco è raccolta in "Miti e leggende del Medioevo" di Erberto Petoia – Newton Compton Editori 2002.

(9) "Cavalieri e Ospitalieri nel nome di Sant’Antonio Abate" di Orazio Ferrara da www.cronologia.it.

(10) Ibidem.

(11) Per completezza dell’informazione, è interessante ricordare come anche San Giacomo è stato associato al Tau. Nella statua del Portico della Gloria a Compostella, San Giacomo porta un bastone da pellegrino, un bordone a forma di Tau. Inoltre, nel 1146, Re Alfonso VIII di Castiglia, dispose la costruzione a CastroJerez, di un convento per gli Antoniani che ben presto divenne la Casa Madre dell’Ordine nella penisola Iberica.

(12) "Priverno nel Medio Evo" – II Volume di Edmondo Angelini – Edizioni Il Segnale, 1998.

 

(13) Per inciso, si rammenta che presso un’altra Porta Urbica di Priverno, Porta Posterla, situata sul alto sud-est, sorgeva un altro Hospitale. Quello del "Santo Spirito", dipendente come Priorato dall’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia a Roma, ed avente come funzione principale ma non esclusiva, quella di raccogliere i neonati abbandonati. Di questo importante esempio di carità cristiana rimane soltanto la facciata della chiesa. Contrassegnata dalla Croce di Lorena sul portale ogivale. Un’altra Croce di Lorena (la Croce a due traverse o Croce Patriarcale) è visibile su un portale di fronte alla via dello Spirito Santo.

(14) "Priverno nel Medio Evo" – II Volume di Edmondo Angelini – Edizioni Il Segnale, 1998.

(15) "Guida all’Italia dei Templari" di B. Capone, L. Imperio, E. Valentini – Seconda Edizione – Edizioni Mediterranee – 1997.

agosto 2006 rilevatore Ersilio Teifreto

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