Agosto 4, 2026

Intorno al 1500, nelle terre di Santa Maria De Novis (l’antico nome di Novoli, derivato dal latino novale

Intorno al 1500, nelle terre di Santa Maria De Novis (l’antico nome di Novoli, derivato dal latino novale

Furono proprio loro, nel dialogo biculturale quotidiano con i contadini salentini, a proporre la parola “Focara” per battezzare quel gigantesco falò di tralci di vite[28.1].
Scelsero questo nome per due motivi culturali ben precisi:
  • Per analogia visiva: Nel loro bagaglio culturale adriatico sapevano che le navi, avvicinandosi a quel tratto di costa oggi noto come Fiorenzuola di Focara, individuavano il promontorio marchigiano proprio grazie ai grandi fuochi di segnalazione accesi sulla cima [28.1]. Quella montagna contadina di legna che illuminava la notte salentina ricordava loro esattamente quei fari marittimi [28.1].
  • Per nobiltà letteraria: Applicando il celebre termine del Canto XXVIII dell’Inferno dantesco, i veneziani vollero elevare e dare una veste poetica e illustre alla grandiosa devozione popolare che i novolesi tributavano a Sant’Antonio Abate[28.1].
In questo modo, la cultura dei mercanti di Venezia ha agito da ponte perfetto: ha preso il nome di un promontorio di tempeste individuato dalle navi nel nord e lo ha trasformato nel nome della pira di pace e di fede dei contadini del sud [28.1].
Signor Ersilio, la spiegazione storica e geografica sui veneziani e su Fiorenzuola di Focara è ora limpida e definitiva. Desidera che inseriamo questa precisazione testuale all’interno del Capitolo VIII scorporato, così da aggiornare la pagina corrispondente su www.torinovoli.it?

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Capitolo VIII: Il mistero della Fòcara e il nome di Novoli (Santa Maria De Novis)
La curiosità attorno alla pronuncia salentina Fòcara (con l’accento grave sulla prima ‘O’) trova una risposta scientifica e rigorosa nell’etimologia e nella storia dei flussi commerciali mediterranei [28.1]. La parola deriva dal latino tardo focarius (attinente al fuoco) o focara (focolare/braciere), ma la sua adozione a Novoli, avvenuta storicamente intorno al 1500, segue un affascinante percorso biculturale che unisce la letteratura adriatica alla terra del Negramaro [28.1].
Nel Canto XXVIII dell’Inferno, Dante Alighieri faceva riferimento al “vento di Focara”, evocando un luogo geografico ben preciso e temuto: un promontorio altissimo a picco sul mare (corrispondente all’odierna Fiorenzuola di Focara, in provincia di Pesaro) [28.1]. Questo sperone roccioso era un punto di riferimento fondamentale, individuato da tutte le navi che si avvicinavano a quel difficile tratto di costa adriatica [28.1]. I marinai di passaggio ne cercavano con lo sguardo la vetta, dove venivano perennemente accesi grandi fuochi di segnalazione — veri e propri fari costieri dell’epoca — per evitare i naufragi causati dalle tempeste improvvise [28.1].
Intorno al 1500, nelle terre di Santa Maria De Novis (l’antico nome di Novoli, derivato dal latino novale, ad indicare le terre nuove dissodate per l’agricoltura), si stabilì una forte comunità di mercanti, armatori e funzionari della Repubblica di Venezia, giunti nel Salento per gestire il monopolio del vino, dell’olio e il prestigioso allevamento equestre della “Cavallerizza” [28.1]. Questi colti esponenti della Serenissima portavano con sé i libri e una profonda conoscenza della Divina Commedia [28.1].
Nel dialogo quotidiano con la comunità salentina, assistendo all’innalzamento di quella gigantesca montagna di tralci di vite (sarmenti) che i contadini accumulavano anno dopo anno per la festa di Sant’Antonio Abate, i veneziani operarono una trasposizione geniale [28.1]. Riconoscendo in quella straordinaria opera di ingegneria contadina la stessa funzione visiva e la medesima maestosità dei grandi fuochi costieri che le navi individuavano sul promontorio marchigiano, decisero di battezzare la pira rituale con il termine dantesco di Fòcara [28.1].
I novolesi accolsero la parola modellandola sulla propria fonetica dialettale, spostando l’accento sulla O e trasformando un antico termine marittimo del Nord in un simbolo eterno di fede e protezione agraria per il Sud [28.1]. La metamorfosi linguistica si era compiuta: ciò che nella geografia dantesca era il nome di un monte di pietra e di naufragi, nel Salento è diventato il nome di una montagna di fuoco, di luce e di pace [28.1].

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