Settembre 22, 2026

Il Segno e la Traccia: Il Senso della Festa di Ranverso di Ersilio Teifreto, Tracciologo Territoriale e Custode della Memoria Antoniana

Il Segno e la Traccia: Il Senso della Festa di Ranverso di Ersilio Teifreto, Tracciologo Territoriale e Custode della Memoria Antoniana

Il Segno e la Traccia: Il Senso della Festa di Ranverso
di Ersilio Teifreto, Tracciologo Territoriale e Custode della Memoria Antoniana
C’è un’ampia differenza tra guardare un paese dall’esterno e abitarne le ferite, i sogni e la storia. Quando nel 2006, insieme al mio indimenticabile maestro Mons. Italo Ruffino, abbiamo lavorato per ripristinare l’antica Benedizione degli Animali a Ranverso, non stavamo semplicemente organizzando una ricorrenza calendariale. Stavamo compiendo un atto di Tracciologia Territoriale: stavamo riportando alla luce una spina dorsale immateriale che il tempo e la burocrazia rischiavano di polverizzare.
Oggi la nostra festa è iscritta nei registri dell’ICPI (Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale) come Bene Culturale del Paese. È un traguardo immenso, ma i “bollini” ministeriali non bastano a riscaldare i cuori. La verità di questa festa risiede in ciò che accade sul sagrato e tra le pietre millenarie della Precettoria.
Come Tracciologo, io vedo e registro i mutamenti di questa terra. Vedo i campi attorno alla Val di Susa e so che i vecchi animali da tiro non ci sono più. I veri e instancabili protagonisti del lavoro agricolo contemporaneo oggi sono i trattori. Anche se fatti di ferro e ingranaggi inanimati, quelle macchine custodiscono il sudore e la dignità quotidiana di chi coltiva. Benedirli sul sagrato gotico non è folklore, è riconoscere il valore sacro del lavoro moderno. Accanto a loro, gli animali di carne hanno cambiato pelle: oggi sono i cani e i gatti delle nostre case, custodi della nostra salute emotiva, presidi contro la solitudine. La carne e il ferro si uniscono sotto lo sguardo di Sant’Antonio Abate.
Ma il mio compito di Tracciologo è anche quello di lanciare un monito: la festa di Ranverso non appartiene a una sola categoria. Non è la festa privata dei coltivatori diretti o degli addetti ai lavori. La festa è un bene comune di ogni cittadino.
La festa è del bambino che si incanta davanti a un piccolo fuoco simbolico sul piazzale. È del cittadino che ascolta la banda comunale e si sente improvvisamente parte di una melodia condivisa. È di chi segue la processione, passo dopo passo, riabitando spazi altrimenti deserti o gestiti da fredde logiche burocratiche. È di chi ascolta il suono delle campane — anche se oggi attivate dalle nuove tecnologie — e vi riconosce la voce viva del proprio territorio, strappata a un “folklore bloccato” e trasformata in presente.
Io sono il “nonnino Ersilio” della classe 1947. A volte mi siedo sulla panchina di Ranverso e, chiudendo gli occhi, immagino la vita dei monaci antoniani che curavano il fuoco e le sofferenze del mondo. Allungo le braccia verso Sant’Antonio perché mi dia la salute per continuare a vigilare. Ma finché avrò voce, difenderò la parte spirituale e comunitaria di questo luogo dalle mani di chi vorrebbe ridurlo a un guscio vuoto o a una sagra per turisti della domenica.
Ranverso vive se batte il cuore di tutti. Il ferro dei trattori, la carezza a un animale, il costume di un figurante, il suono di una campana: queste sono le nostre tracce. E finché ci saremo noi a seguirle, la nostra comunità non sarà mai sola.

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