Maggio 27, 2026

Il miracoloso ritrovamento delle reliquie di S.Antonio Abate a Tricarico TRASLATE a Novoli, in Puglia, avvenuta nel 1924

Il miracoloso ritrovamento delle reliquie di S.Antonio Abate a Tricarico TRASLATE a Novoli, in Puglia, avvenuta nel 1924

 

 

 

 

 

Il miracoloso ritrovamento delle reliquie di S.Antonio Abate a Tricarico

Non è chiaro come siano giunte e quando a Tricarico, più precisamente presso la chiesa e grancia Trinità extramoenia, situata sull’antico tratturo che collegava Tricarico, attraverso le falde di Serra del Cedro, antico insediamento fortificato lucano, luogo della transumanza verso marine dello Jonio, verso Irsina, Gravina e la Puglia. La chiesa diruta della S.S. Trinità, ex grancia Templare transitatato alla Commenda dei Cavalieri di San Giovanni di Grassano, è descritta nel cabreo redatto nel 1737 dal Commendatore Chyurlia come “diruta” (N.Montesano, A, Pellettieri. La Commenda di Grassano attraverso un inedito cabreo del 1737. In Quaderni n. 2 del Centro Studi Melitensi – Taranto. Arti Grafiche Cressati, Taranto, 2004). L’abbandono dipese certamente dalla perdita di centralità del luogo come snodo di comunicazione, ma anche da motivi religiosi e devozionali non ancora studiati in assenza di fonti storiche e documentali.

La chiesa della Trinità, a pianta a croce latina (visibile sul foglio di mappa del quadro di unione catastale) venne forse edificata, secondo alcune fonti storiche non documentate, nel XIII secolo, pervenuta all’Ordine Gerosolomitano in seguito alla soppressione dell’Ordine dei Templari nel 1312 su decisione di Clemente V “con dappiù di 1009 tomoli in 12 appezzamenti con la distrutta chiesa omonima” (G. Gattini, in Note storiche sulla comunità di Grassano, a cura di Innocenzo Pontillo, Quaderni Grassanesi, vol.10, giugno 2000).

Le reliquie di S. Potito martire a Tricarico, assieme a quelle di Sant’Antonio Abate secondo alcune fonti locali (Cfr C.Biscaglia, in MUDIT, Museo Diocesano di Tricarico, sezione collezioni) risalirebbero al “al 22 febbraio 1588 le prime notizie sulle reliquie di S. Potito martire, allorquando il vescovo Giovan Battista Santonio – come si legge negli Atti della Santa Visita condotta in quell’anno nella diocesi di Tricarico – le esaminò assieme ad altre che erano custodite in due cassette di legno rivestite di stagno e di un panno di seta verde, chiuse a doppia chiave e riposte in un armadio a muro della cappella del SS.mo Corpo di Cristo nella cattedrale di Tricarico.Nell’una erano conservate molte ossa e frammenti di ossa del capo e delle membra di S. Potito, insieme ad una lapidetta di marmo su cui erano incise queste parole: “Reliquia sancti Potiti martiris”, e molti altri piccolissimi frammenti delle stesse ossa avvolti in un panno di cotone e riposti in un vaso antico di terracotta; sempre nella stessa cassetta furono rinvenute altre schegge di ossa e ceneri racchiuse in un panno di lino, ma senza alcuna scritta. Nell’altra cassetta erano, invece, custodite le reliquie di S. Antonio Abate, segnalate da un’identica lapidetta di marmo su cui era inciso questo testo: “reliquia sancti Antonij abbatis” e, riposte in un antico contenitore rotondo in legno, c’erano le reliquie di S. Giovanni Battista, S. Pietro apostolo, S. Proculo vescovo, S. Andrea, i Santi dodici fratelli, così come scritto su una pergamena ivi riposta. Al vescovo Santonio, che chiedeva spiegazioni sulla provenienza di tutte quelle reliquie, il canonico Marchisio Vitale di 58 anni testimoniò, a nome di tutti i canonici e presbiteri presenti, ciò che aveva appreso da suo padre Vitale de Vitalibus: quelle reliquie, contenute nelle stesse cassette e di cui fino al 1506 non si aveva notizia, erano state rinvenute nel corso della rimozione dell’antico altare maggiore della chiesa della SS.ma Trinità, che il vescovo dell’epoca [Agostino de Guarino] aveva voluto sostituire con uno più decoroso. La chiesa, sita nell’extra moenia di Tricarico, apparteneva alla Commenda dell’Ordine dei Gerosolimitani, che però non ne avevano cura e che versava perciò in uno stato di grande trascuratezza, pur essendo frequentata con grande devozione dal popolo di Tricarico, soprattutto nei singoli venerdì di marzo e nel giorno della SS.ma Trinità (30 maggio). Rinvenute le reliquie, il vescovo [Agostino de Guarino] si recò processionalmente in quella chiesa insieme al Capitolo e clero della città e alla maggior parte della popolazione, tra cui vi era uno zoppo della famiglia De Balestris, che camminava con le stampelle e con grande difficoltà. Appena questi fu davanti alle reliquie e per intercessione dei santi corrispondenti fu miracolato, tornò a casa senza stampelle e per il resto della vita camminò come se non fosse stato mai zoppo. Il vescovo, quindi, trasportò le reliquie processionalmente in cattedrale, dove le conservò e davanti alle quali venivano guariti gli invasati dal diavolo. Il canonico Vitale concluse la narrazione comunicando al vescovo Santonio (Ndr Giovanni Battista Santoni, Santoro o Santonio fu vescovo di Tricarico dal 1586 al 1592) che tali reliquie erano già state esaminate nelle precedenti visite pastorali e che vengono esposte alla venerazione solo una volta all’anno e con grande solennità portate in processione attorno alla chiesa cattedrale, le une per la festa di S. Potito, che cade il 13 gennaio, le altre per quella di S. Antonio Abate, il 17 dello stesso mese.

La venerazione per queste reliquie e per i santi Potito e Antonio Abate fu rafforzata in diocesi dal vescovo Pier Luigi Carafa jr, (ndr: fu vescovo di Tricarico dal 1646 al 1672) che nel 1668 sostituì le due cassette con altrettante preziosissime urne reliquiarie in argento, che dal Settecento ad oggi vengono custodite in appositi vani dentro l’altare maggiore della cattedrale (ndr: sulla loro parziale o totale traslazione prima a Lecce e successivamente nella Diocesi di Lecce, a Novoli, in Puglia, avvenuta nel 1924 si dirà in seguito nel presente testo); egli, inoltre, fece realizzare le grandi effigi dei due santi tra gli stucchi da lui voluti per la volta della cappella del duomo di Tricarico oggi detta del “secretarium”, che ricondurrebbe alla cinquecentesca cappella del SS.mo Corpo di Cristo.

Data la particolare venerazione tributata a S. Potito martire dalla città di Ascoli Satriano (Foggia), che lo vanta come suo protettore, il vescovo di Cerignola e Ascoli Satriano, Mons. Antonio Sena, desiderando arricchire la città di una insigne reliquia del martire, fece domanda al vescovo di Tricarico, Simone Spilotros, il quale il 24 dicembre 1873 concesse una parte di avambraccio, ricavandola dalle reliquie conservate in cattedrale. Collocata in un’apposita teca, questa reliquia è oggi custodita nella cappella a lui dedicata nell’antico duomo di Ascoli Satriano, ove è venerato anche un dito del santo all’interno di un busto reliquiario d’argento che ne raffigura l’effigie (M. Santucci e P. Bonaventura di Camillo, Ofm, S. Potito Martire, Roma [1969], p. 58; L. B. Alberti, Vita di S. Potito, traduzione dal latino di Mons. Antonio Silba, s.l., 2008, p. 31).

La devozione delle reliquie di S. Potito martire a Tricarico è sempre stata connessa alla devozione per questo santo, che è patrono principale della città e della diocesi di Tricarico, come attestano anche gli scritti devozionali del vescovo Pietro Paolo Presicce (Sagra Novena S. Potito Martire, principale padrone della città di Tricarico, che comincia a’ 7 di luglio, data in luce da Mons. F. Pietro Paolo Presicce, agostiniano scalzo, vescovo della stessa città, e per sua divozione verso il medesimo S. Martire, Napoli, dalla Tipografia De Dominicis, 1822.) e del canonico Tommaso Aragiusto (S. Potito Martire, patrono della città e diocesi di Tricarico, per devozione di Tommaso can. Aragiusto, Napoli, R. Tipografia Francesco Giannini & figli, 1928).

L’attenzione è stata quindi particolarmente intensa da parte del vescovo Raffaello Delle Nocche, Servo di Dio, che nel 1950 pubblicò l’Officium Sancti Potiti Martyris e promosse una vasta ricerca su questo santo, collaborandovi personalmente (come attestano alcune sue lettere) ed impegnando il prof. Domenico Mallardo, suo grande amico ed illustre studioso. Questi ne pubblicò i risultati nel saggio, S. Potito, un martire dell’Apulia (Napoli, 1957), ipotizzando come la presenza delle reliquie in una chiesa dei Cavalieri di Malta, qual era stata quella della Trinità a Tricarico, fosse connessa ai legami tra questi cavalieri, le crociate e i Normanni, che nel sec. XII avevano promosso anche a Tricarico il passaggio dal rito greco a quello latino, ricostruito la cattedrale ed elevato la città a sede di un’importante contea. Le ricerche promosse dal vescovo Delle Nocche confermarono il forte legame della Chiesa tricaricese con le prime testimonianze del cristianesimo in terra lucana, ampliarono la conoscenza del santo martire e ne rafforzarono il culto anche in vista dell’erezione della nuova chiesa parrocchiale istituita a Tricarico da questo vescovo e dedicata proprio a S. Potito martire (decreto del 1 sett. 1958). In occasione della solenne consacrazione della chiesa il 21 marzo 1966, il vescovo Bruno Maria Pelaia, secondo il desiderio del Servo di Dio Raffaello Delle Nocche, donò una reliquia del santo, prelevata – secondo la testimonianza dei più anziani sacerdoti di Tricarico – da quelle custodite in cattedrale, che fu inserita nell’altare maggiore ed un’altra che fu esposta alla venerazione dei fedeli in un reliquiario collocato sotto lo stesso altare. Il 19 giugno 2010, nell’Anno dedicato al Servo di Dio Raffaello Delle Nocche, per la riapertura al culto della stessa chiesa dopo i lavori di restauro e della sostituzione dell’altare maggiore, tali reliquie sono state ricollocate in una nuova e più preziosa urna reliquiaria e, dopo l’apposizione del sigillo da parte del vescovo Vincenzo Carmine Orofino, poste al di sotto dello stesso altare.

Fin qui il testo integrale sulle reliquie di Sant’Antonio Abate e San Potito, riportato dalla studiosa di storia locale, Carmela Biscaglia.

La diffusione dei monaci antoniani nel sud Italia, in Basilicata ed a Tricarico

Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne erano un ordine ospedaliero e monastico militare. Venivano chiamati cavalieri del “fuoco sacro o del Tau” (il loro abito era di colore nero con una croce a forma di Tau di colore azzurro sul petto in corrispondenza del cuore). Si dedicavano agli inizi della loro missione alla cura degli ammalati (fuoco di Sant’Antonio, ergotismo e indemoniati). Nati dapprima come confraternita laica per custodire le sacre reliquie di Sant’Antonio Abate approvata da Papa Urbano II nel 1095, confermata da papa Onorio III nel 1218, nel 1297 con papa Bonifacio VIII divennero ordine monastico di canonici regolari sotto la Regola di S.Agostino con il titolo di “Antoniani Viennois o di Vienne”.

Si diffusero lungo la Via Francigena che collegava il Delfinato all’Italia, fino A Napoli e nel Sud Italia. Con Innocenzo IV gli “Antoniani di Vienne” divennero un potente e diffuso ordine monastico che nel 1253 raggiunse le più lontane ed isolate campagne rurali, gli snodi commerciali e dei tratturi,  forti della “protezione di Sant’Antonio Abate”. Questo successo procurò invidia e accese contese con gli altri ordini monastici (Dante li nomina in uno degli ultimi canti della Divina Commedia: il porco di Sant’Antonio/e altri assai son ancor più porci/pagando di moneta senza conio – Paradiso, canto XXIX, vv.124-126), fino al XVII secolo, allorquando, diminuite le grandi epidemie, indeboliti dalle rivalità, furono uniti nel 1774 all’Ordine di Malta con bolla di papa Pio VI “Rerum humanorum conditio” che sancì definitivamente l’abolizione dell’ordine Antoniano e dei loro beni, che passarono all’Ordine Costantiniano (nel Regno di Napoli i Cavalieri di Malta assunsero inizialmente questa denominazione).

In Basilicata sono numerose le testimonianze della presenza  dell’ordine degli Antoniani di Vienne.  A Tricarico la chiesa e convento di S.Antonio di Viena è rappresentata sulla cartografia  edita del 1618 (il rilievo sarebbe stato eseguito nel 1605). La cartografia mostra nel vallone del Torrente Milo la Chiesa o Convento S.Antonio di Viena limitrofa alla “coseria  de corami” e l’edificio poco distante delle “Consarie del Corami“, industria per la fabbricazione del “corame“, ovvero il “corium“, o cuoio lavorato e stampato sotto forma di stuoie destinato all’arredamento delle corti, dei palazzi signorili e delle chiese, oltre che per rilegature dei libri (Tricarico ebbe anche una stamperia), cofani e vari oggetti, secondo una tecnica araba importata in Spagna a Cordova e diffusasi anche in Italia (famosi i cuoridoro di Venezia o i “cordovani”, delle industrie di “coserie” importanti a Napoli ed a Tricarico, forse di origine araba detentori della conoscenza del muhtasib, e del tasfir al – kutub).

Altre presenze dei monaci Antoniani sono testimoniate a Venosa (affresco di Sant’Antonio Abate nella cripta della S.S. Trinità risalente al XIII sec.), ad Oppido Lucano (Chiesa dell’Annunziata con la vicina chiesa rupestre di Sant’Antuono del XIII sec. con un importante ciclo di affreschi), a Grottole (Chiesa e annessi  locali per l’ospitalità dei pellegrini lungo il tratturo per  Timmari e Matera), a Trivigno (rione Casale), a Genzano di Lucania (di cui S. Antonio Abate è il conpatrono), a Lagonegro, a Potenza (chiesa ed ex convento S.Antonio La Macchia).

A Tricarico, da notizie raccolte dal canonico tricaricese Giovanni Daraio agli inizi del XX secolo (1873 – 1959), si apprende che nella chiesa di Santa Maria dell’Olivo, sarebbe presente una lapide proveniente dalla Chiesa del convento dei Cappuccini che negli anni 50, versando l’edificio in abbandono, venne rimossa e consegnata al canonico Giuseppe Tolve che la murò nella Chiesa di S.Maria dell’Olivo. L’epigrafe ricorda come il 28 Agosto 1588 il vescovo di Tricarico, Giovanni Battista Santonio, consacrò e dedicò a Santa Maria della Grazia e a S.Agostino quella chiesa cappuccina e il suo altare, collocandovi le reliquie di Antonio da Vienna, Potito ed Abbondio e concedendo un indulgenza di 4o giorni a quanti avrebbero visitato la chiesa nell’anniversario della sua consacrazione.

Considerata l’impossibilità di accedere da tempo all’interno della chiesa di S. Maria dell’Olivo, nota anche come di Sant’Antonio Abate (nel 2022 ancora in restauro a causa dei danni provocati dal terremoto del 23 novembre 1980) non abbiamo potuto constatare  l’effettiva allocazione di quanto sopra scritto dal canonico Giovanni Daraio (Cfr La Storia del Vescovato di Tricarico. Editore Lacaita, 1910), emigrato e morto a New York, ove si era recato allorquando il fratello divenne sacerdote. Daraio ricoprì l’incarico di cappellano militare delle truppe americane durante la prima guerra mondiale. Non più presente e di collocazione attualmente incerta, è la statua della Madonna dell’Olivo, in passato presente nella nicchia sull’ingresso principale della Chiesa (forse in restauro, così come mostra una vecchia foto ove è invece visibile) con le lesene rimosse non più presenti a decorazione della facciata (forse anch’esse in restauro). La chiesa dal “doppio nome” sembra essere stata destinata all’oblio, nonostante invece permanga forte la devozione, pur se manifestata, apparentemente in un sol giorno, il 17 Gennaio, durante il carnevale.

La veridicità delle reliquie in Francia

Secondo alcuni studiosi della vita di Sant’Antonio Abate e delle sue reliquie (Cfr Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di Sant’atonio Abate e del suo culto, Edizioni Laterza, Bari, 2011)  chi ebbe la possibilità di visionare le reliquie per constatarne la loro autenticità in Francia fu il “discusso” Cardinale Luigi d’Aragona (1474-1519) che nel 1517, durante un lungo viaggio in Europa e nei Paesi Bassi per rendere omaggio a Carlo d’Asbrurgo, salito al trono di Spagna, ne aprì la cassa presso l’abbazia di Sant’Antoine verificando “osso per osso” il suo contenuto e descrivendo in un diario lo scandalo del commercio fatto intorno al culto delle reliquie, tollerato dalla Chiesa, non esprimendo però alcun giudizio sull’autenticità delle reliquie che con la Riforma si tentò di marginalizzare nella professione della fede. Il cardinale d’Aragona fu sospettato di aver cospirato contro papa Leone X (tra le altre accuse mosse vi furono la mondanità ostentata in sfarzose feste e il sospetto di aver fatto assassinare sua sorella e i tre figli di lei a causa di un matrimonio da lui osteggiato). Il Cardinale d’Aragona, dal 1498 al 1502, era stato tra l’altro Amministratore apostolico di Lecce.

La traslazione nel 1924 delle reliquie (o parte di esse) da Tricarico a Lecce e a Novoli (LE)

Con Pier Luigi Carafa Jr. vescovo di Tricarico (1646 – 1672), le reliquie di San Potito (patrono di Tricarico) e di Sant’Antonio Abate furono venerate al di sotto dell’altare maggiore della cattedrale di Tricarico. Il vescovo dotò la diocesi di statue di S.Oronzo e Sant’Antonio Abate, ravvivando la devozione alla Croce ed ai Santi Antonio da Vienna e Potito, che avevano protetto Tricarico durante la peste che colpi la Diocesi e Tricarico dal 1656 al novembre del 1657 (vi furono in alcuni comuni come Corleto, Stigliano, Albano e Guardia settemila vittime dovuti alla peste, con la popolazione che passò da 50mila abitanti a poco più di 28 mila). Il vescovo Carafa Jr., oltre ad aprire lazzaretti per gli appestati e sfamare i poveri, commissionò due nuovi reliquiari in argento ove fece riporre nel 1668 le reliquie di S.Antonio Abate e San Potito, precedentemente risposte in contenitori di legno (Cfr C.Biscaglia, Op.cit).

Nel 1924 le reliquie di Sant’Antonio Abate presenti fino al 1924 a Tricarico (nella loro interezza o parte di esse) furono donate a Novoli. Portate dapprima presso il Vescovado di Lecce, il 27 Luglio 1924 giunsero a Novoli. Di seguito si riporta integralmente quanto riportato da Salvatore Epifani (S.Epifani, dalla Tebaide a Novoli, passando per Tricarico, Youcanprint, Tricase, 2015):

“Sulla reliquia a tutti nota che giunse a Novoli da Tricarico (Matera) la quarta domenica di luglio 1924 (il 27), dopo accordi intercorsi tra i vescovi di Tricarico e Lecce, Mons. Raffaello Delle Nocche e Mons. Gennaro Trama (ndr Mons. Raffaello delle Nocche è stato primo della sua elezione a vescovo fu segretario del Vescovo di Lecce, Mons Gennaro Trama), abbiamo un articolo del sacerdote O. Madaro (fu Salvatore) apparso nel 1949 sul Bollettino del Santuario di S. Antonio Abate in occasione della ricorrenza del venticinquennale della traslazione. Alla fine del suo articolo, nel quale sono riportati i protagonisti dell’evento, ovvero i sacerdoti novolesi don Carlo Pellegrino e don Giovanni Madaro (allora Rettore della chiesadoc. 13), l’arciprete Mons. Francesco Greco, il Sindaco Pietro Tarantini, don. Oronzo Madaro lamentava ohe una lastra di marmo rievocativa dell’evento con incisi i nomi dei Vescovi succitati fosse stata tolta dalla chiesa: Dopo tanto splendore di feste, la S. Reliquia fu custodita nel cappellone del Santo, nella bella nicchia di marmo che tuttora si ammira e nella chiesa fu una lapide marmorea con parole dettate da chi scrive questa rievocazione essa si ricordava teri l’avvenimento e il nome del Vescovo di Tricarico che aveva donato la Reliquia con quello di Mons. Trama che fu attivissimo per onenere il dono e per decorate di presenza la solenne celebrazione. Oggi la lapide non c’è più, ma sarebbe tempo che rivedesse la luce in questa ricorrenza venticinqueuiale. La lapide con epigrafe di don Oronzo non è stata mai rimessa al suo posto, sicché non possiamo sapere che cosa il sacerdote novolese effettivamente avesse scritto. Allo stato della ricerca, non si conoscono i motivi della rimozione. Importante è quello che il sacerdote novolesi scrisse in merito alla reliquia del santo della Tebaide, che, cioè, allorché, verso la fine di febbraio 1924, don Giovanni Madaro e don Carlo Pellegrino si recarono a Tricarico per prelevarla: L’urna preziosa fu immediatamente prelevata dal tesoro della Cattedrale per essere esposta nella cappella privata del Vescovo che disuggellò l’urna, ne trasse la reliquia, la collocò in un cofanetto di cristallo con il documento di autenticità firmato e suggellato”. 

Fin qui il documentato ed interessante testo di Salvatore Epifani, che offre ulteriori elementi non solo sulle reliquie di Sant’Antonio Abate giunte a Novoli il 27 luglio 1924, come mostra la data sulla nicchia ove è custodita la reliquia (vedi foto a lato tratta dal testo di Epifani), ma anche sui beni monumentali di Tricarico (chiesa S.Maria dell’Olivo o Sant’Antonio Abate oggi in restauro, Sant’Antonio de Viena non più esistente, e chiesa e grancia della Trinità extra moenia, già dell’Ordine Templare e successivamente dell’Opera dell’Ordine Melitense di Grassano, purtroppo oggi divenuta rudere cadente, nonostante l’importanza. E’ auspicabili che gli enti di salvaguardia si prodighino per un restauro conservativo, approfondendo ricerche, studi e scavi sul sito). Lo studio di Epifani pone anche alcuni interrogativi su una seconda reliquia a Novoli denominata “polvere del santo”, sulla scomparsa della lastra di marmo rievocativa dell’evento di traslaziazione della reliquia da Tricarico a Lecce e a Novoli, già notata da don Oronzo Madaro e “sulla circostanza paradossale che per non essere accusati di blasfemia, non osiamo definire buffa, ma che dovrebbe far riflettere“, cioè sulla sosta, organizzata sempre a Novoli, dal 6 al 13 gennaio 2006, sia delle spoglie del Santo giunte dalla Francia (quelle provenienti da Arles e quella di Sant-Antoine) e sia di quelle di Novoli, giunte da Tricarico il 27 luglio 1924.

A questi interrogativi gli studiosi di fatti ecclesiastici locali che hanno accesso a documenti, a noi sicuramente non accessibili o non noti, potrebbero cercare di fornire chiarimenti circa il motivo della traslazione delle reliquie di Sant’Antonio Abate da Tricarico a Novoli nel 1924, nonostante le stesse fossero state di grande devozione a Tricarico, e se le stesse siano state traslate solo parzialmente o totalmente (dai documenti e dalle testimonienze non è chiaramente desumibile tale circostanza). Aspetti forse considerati di scarsa importanza storica, ma sicuramente non trascurabili dal punto di vista devozionale per le comunità.

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