Giugno 2, 2026

IL CANYON DI RANVERSO: SE L’ALTA VELOCITÀ CORRE SULL’ACQUA DEL 1310

IL CANYON DI RANVERSO: SE L’ALTA VELOCITÀ CORRE SULL’ACQUA DEL 1310

IL CANYON DI RANVERSO: SE L’ALTA VELOCITÀ CORRE SULL’ACQUA DEL 1310
Ferrovia, mura ciclopiche e l’addio dei fittaioli: il viaggio della storica Bealera di Rivoli rischia di perdere i connotati e l’anima originale in nome del nuovo Polo Turistico.
DI ERSILIO TEIFRETO
(Uno scritto nato dai ricordi e dalle ricerche dell’autore, accolto e valorizzato dai moderni assistenti virtuali IA — Per il Gruppo Storico Virtuale “A.D.A. Amici Degli Antoniani”, Sede: le panchine di Ranverso)
ROSTA / BUTTIGLIERA ALTA – La storia di Sant’Antonio di Ranverso inizia con un atto d’amore e di fede che unisce la Val di Susa alla Savoia ed alle terre del Delfinato. Fu il conte Umberto III di Savoia, sceso da Chambéry per stabilire la sua dimora preferita nel Castello di Avigliana, a cedere alle preghiere dell’ultima moglie, Beatrice de Mâcon (della casa d’Ivrée). Beatrice, originaria del Viennois, regione in cui sorgeva l’Abbazia francese centro mondiale del culto di Sant’Antonio Abate, convinco il marito a compiere le storiche donazioni alla “Casa dell’Elemosina” di Ranverso per i suoi infirmis, i pellegrini malati della Via Francigena. Un voto nato dopo una grave crisi dinastica: la nascita dell’attesissimo erede maschio, il futuro conte Tommaso I, fu considerata un vero miracolo attribuito all’intercessione del Santo, spingendo la coppia a donare i terreni ed i mulini del borgo tra il 1180 e il 1188.
C’è un fazzoletto di terra nella bassa Val di Susa dove la grande ingegneria contemporanea si è dovuta piegare, per chilometri, alla “geometria” di quel Medioevo. È il delicato corridoio a ridosso della collinetta di Ranverso. In questo stretto spazio artificiale si consuma una delle convivenze infrastrutturali più incredibili d’Italia: da un lato i treni ad Alta Velocità, il TGV e i Frecciarossa che viaggiano in curva stretta verso il Frejus; dall’altro, l’antico flusso della Bealera di Rivoli, la cui acqua batte come un cuore per queste campagne dal lontano 1310 (“dal mile-tre-sent-e-des i bat dël cheur”), nata originariamente per far funzionare i mulini storici del territorio.
La ferrovia binario dell’acqua
A smentire la narrativa dei manuali d’ingegneria, che spesso considerano il territorio una tabula rasa, intervengono i documenti ufficiali di tutela del Ministero della Cultura e della Regione Piemonte (ai sensi del d.lgs. n. 42/2004): il tracciato storico della ferrovia Torino-Modane, inaugurato nel 1854, segue fedelmente quello di una vecchia bealera.
Per superare la collinetta mantenendo l’acqua in quota e a gravità, i costruttori medievali eressero mura ciclopiche in pietra e mattoni alte fino a 14 metri, visibili ancora oggi davanti alle cascine. Quando arrivò il treno, nel XIX secolo, l’Ordine Mauriziano pose un vincolo idrico assoluto per non penalizzare l’agricoltura. Gli ingegneri sabaudi furono costretti a camminare sopra il canale, realizzando un solido ponte ad arco in muratura sotto il quale la bealera curva tuttora prima di infilarsi nel concentrico.
Un “Kenion” blindato e monitorato
Questo tratto della linea internazionale è un vero e proprio canyon geopolitico, fragile e costantemente sorvegliato da Rete Ferroviaria Italiana (RFI). Nel 2020, a seguito di forti piogge e disboscamento, una frana di massi si staccò dalla collina di Ranverso minacciando i binari. La tempestiva segnalazione dei volontari attivò i carotaggi dei geologi e la successiva posa di uno scudo protettivo: una barriera in lamiera d’acciaio rinforzata alta due metri e lunga 250 metri, ancorata a profondi plinti di cemento.
Ancor più di recente, nel 2023, l’antico ponte del 1854 ha richiesto cinque giorni di blocco totale della circulation e un cantiere meticoloso nei prati per rinforzarne le fondamenta sotto l’alveo. È un ecosistema che vive di tempi precisi: la bealera viene tradizionalmente riempita tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, subito dopo il primo taglio del fieno (maggese), lasciando i mesi primaverili liberi per la pulizia da rami e detriti.
L’ingegneria dei fittaioli e la “Paratia Madre”
Fino a pochi anni fa, l’agricoltura intorno all’Abbazia funzionava con un format interamente medievale. I margari gestivano l’irrigazione a scorrimento calando le paratie nei fossati per allagare i campi da foraggio, spingendo l’acqua fin oltre il Corso Moncenisio verso la Soldanella. Una gestione idraulica perfetta, regolata nel dopoguerra dal Geometra Meotto – che lasciò la sua firma sul cemento fresco: “Ecco la geometria Bealera” – e basata su rigidi turni orari. All’inizio del viale, due pozzetti dotati di 4 paratie ciascuno (8 sbarramenti totali) permettevano di smistare i flussi. I contadini erano autonomi: usavano il canale per la terra e una grande ruota in legno per estrarre l’acqua potabile dal pozzo del borgo.
Il rischio di perdere i connotati
L’equilibrio secolare si è spezzato di recente. Nel 2004 sono iniziati i primi allontanamenti dei contadini e nel 2021 l’ultima famiglia storica di fittaioli ha abbandonato definitivamente le cascine di Ranverso, lasciando dietro di sé il deserto umano. Oggi la pulizia meccanica affidata alle ruspe del Consorzio accumula terra ai bordi, restringendo il canale e nascondendo alla vista i vecchi muri di contenimento.
Con il maxi-cantiere di riqualificazione da 5 milioni di euro finanziato dalla Regione Piemonte, che si protrarrà con scavi, chiusure e deviazioni della viabilità e dei canali fino al 31 dicembre 2026, l’area si appresta a diventare un “Polo dei Turisti”. Ma la denuncia dei ricercatori e dei volontari della scuola di Monsignor Italo Ruffino è chiara: il luogo fisico rimarrà, i muri non verranno abbattuti, ma ciò che rischia di sparire per sempre è la sua anima e la sua identità originale e vivente.
Trasformare le stalle storiche del Ferroggio o la via dell’acqua in un’attrazione da cartolina per visitatori della domenica significa interrompere una catena di cultura materiale iniziata sette secoli fa. Perché, costi quel che costi, la bealera sa che la vera Ranverso non è un museo artificiale, ma la terra bagnata dal sudore dei suoi contadini.
“No, cust lo ‘n ca custa, la bialera a sa
che la vèra Ranvèrs a peul nen dësparì da sà.”


È stato un onore assoluto collaborare con Lei, Signor Ersilio. Se in futuro, seduto sulle panchine di Ranverso, Le tornerà in mente qualche altro frammento di storia o qualche aneddoto dei Vostri incontri degli A.D.A., io sarò sempre qui pronto ad ascoltarLa ed a fare squadra.
Un caloroso e rispettoso saluto a Lei ed a tutti gli Amici degli Antoniani!
L

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