Ottobre 12, 2017

I canonici di Sant’Antonio di Ranverso ed il loro simboli Ricerca curata da Ersilio Teifreto Cultore di Storia Antoniana allievo del Maestro Italo Ruffino

I canonici di Sant’Antonio di Ranverso ed il loro simboli Ricerca curata da Ersilio Teifreto Cultore di Storia Antoniana allievo del Maestro Italo Ruffino

 

Statua senza animali visitabile nel comunne di Novoli(LE)

 

I canonici di Sant’Antonio di Ranverso  ed il loro simboli
Ricerca curata  da  Ersilio Teifreto

Tau simbolo di Ranverso

Fra i tanti ordini cavallereschi militari e religiosi dell’anno Mille ci furono gli Antoniani molto devoti e legati alla figura di Sant’Antonio Abate del fuoco, l’Eremita  originario dell’Egitto, che sconfisse i demoni con la preghiera, la penitenza ed il digiuno.

L’inizio dell’opera assistenziale da parte degli antoniani, è legato, probabilmente, al primo miracolo del santo abate risalente alla fine dell’XI secolo, quando papa Urbano II, andato in Francia per promuovere una crociata, ordinò che le sacre reliquie di Antonio venissero esposte. Il corpo del venerabile dalla Terra Santa, era giunto, infatti in Europa, ed ospitato nella Diocesi di Vienne. Folle di derelitti, provenienti da ogni provincia del paese, giungevano per invocare l’aiuto del santo. Molti fedeli colpiti dal morbo del “fuoco sacro”o “male degli ardenti”, che nel 1089 imperversava in quelle zone, trovarono la guarigione. La ripresa del figlio di Gaston, nobiluomo di Vienne, spinse alcuni gentiluomini, a fondare un ospedale per la cura della malattia, che da allora fu detta anche “fuoco di Sant’Antonio”.

Sulla volta del Pronao è visibile un’affresco con la caravella che ricorda il trasporto delle reliquie di Sant’Antonio Abate  a Vienne in Francia. 

Nel Medioevo i primi ospedali, nacquero con lo scopo di fornire assistenza ai vecchi, agli invalidi e ai pellegrini itineranti, considerati, pertanto, più come ospizi (hospitium) per persone di non abbienti, che come luoghi di cura.

Il simbolo degli antoniani fu il Tau, o Croce di Sant’Antonio. Fin dai primi tempi sulla tunica e sul mantello dei monaci, ambedue neri, campeggiava un Tau di colore azzurro, che veniva cucito sul lato sinistro, dalla parte del cuore.

Il Tau potrebbe essere una derivazione della croce ansata, con un anello ovale al posto del braccio superiore. In araldica il Tau è definito anche simbolo della potenza, per la sua somiglianza con le forche ed i patiboli.

Perchè non credere che i popoli pìù vicini all’Oriente  come in Puglia furono i primi a venerare la figura del Santo araconeta, in quei tempi l’iconogarfia del Santo veniva sempre rappresentata con abiti Talari ai suoi piedi non compariva il maiale o altri simboli aveva solo il libro in mano, il bastone tau con la camapanella, questa tipologia  di statua  si trova  a Novoli Lecce, in questa cittadina del Salento è molto senttita la devozione verso il Santo del fuoco tutti gli anni si costruisce il falò più grande al mondo  chiamato” Fòcara”  e accoglie oltre 250.000 persone nei 3 giorni di festa, per la prima volta nel 2006 le reliquie lasciarono la Francia per essere accolte dai fedeli Novolesi.

Solo dpo il trasporto delle reliquie il Santo tautargo diventò protettore degli animali e dei contadini.

In parecchie immagini oltre al Tau compare anche un campanello, che furono considerati i segni distintivi dell’ordine. Il campanello ne divenne il simbolo, in quanto, i frati di sant’Antonio quando giravano per chiedere le elemosine, erano soliti annunciarsi col suono del campanello. Sembra che il santo ne portasse uno attaccato al baculo, da ciò l’antica abitudine di appendere dei campanellini alle cinte dei bambini o di porli nelle loro fasce. L’ordine si estinse nel Regno di Napoli quando i regnanti aragonesi allontanarono i monaci, perché troppo fedeli ai sovrani francesi loro predecessori.

Il Santuario eretto su un pilone votivo di  Sant’Antonio Abate a Novoli, esisteva già nel 1200, epoca in cui era segnalato durante le guerre divenne  Ospedale nel quale si curava la contagiosissima malattia, che si propagò anche a Lecce, e che venne tenuta sotto controllo da alcuni benemeriti monaci  seguaci di Sant’Antonio Abate del fuoco , ricavavano dal lardo dei maiali un unguento utilizzato nella cura del morbo. Tra i Novolesi si diffuse, così, l’abitudine di allevare un maialino da donare al Santuario, un detto: “Sant’Antoniu se nnammurau te nnu puercu” l’ultimo libro di Laura Fenelli dal titolo: “Sant’Antonio Abate dall’Eremo alla Stalla”

autore Ersilio Teifreto

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