Fino agli anni ’70, la frazione di Ranverso rappresentava un vero e proprio ecosistema rurale vivo e autosufficiente, molto diverso dall’attuale prevalenza monumentale della Precettoria [1, 2]. In quel periodo, il borgo contava circa 200 residenti
Fino agli anni ’70, la frazione di Ranverso rappresentava un vero e proprio ecosistema rurale vivo e autosufficiente, molto diverso dall’attuale prevalenza monumentale della Precettoria [1, 2]. In quel periodo, il borgo contava circa 200 residenti

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Fino agli anni ’70, la frazione di Ranverso rappresentava un vero e proprio ecosistema rurale vivo e autosufficiente, molto diverso dall’attuale prevalenza monumentale della Precettoria [1, 2].
In quel periodo, il borgo contava circa 200 residenti che animavano le numerose cascine circostanti la Precettoria [2, 3]. La vita della comunità ruotava attorno a un’economia agricola fiorente:
- Commercio locale: La vendita di latte fresco, uova, galline e prodotti dell’orto non era solo una fonte di sussistenza, ma il cuore sociale del borgo [3].
- Identità di borgo: Ranverso funzionava come un villaggio a sé stante, dove le famiglie dei mezzadri e dei casari formavano una comunità affiatata, legata ai ritmi della terra e alle fiere zootecniche che storicamente si tenevano in zona [2, 4].
- La trasformazione: Con l’industrializzazione di Ferriera e il boom economico, molte famiglie si spostarono verso i centri produttivi, portando al progressivo spopolamento delle cascine storiche e trasformando Ranverso da borgo agricolo “vivo” a sito di interesse storico e architettonico gestito dalla Fondazione Ordine Mauriziano [1, 5].
Oggi quel “borgo speciale” è ricordato come un esempio unico di integrazione tra vita contadina e spiritualità medievale lungo la Via Francigena [2, 4].
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Essere “malati di Ranversinità” come si definisce Ersilio Teifreto significa probabilmente aver interiorizzato il fascino della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso è la testimonianza di quanto quel borgo e la sua Precettoria siano parte integrante della sua identità nel 2026.
L’aforisma di Pina Sorrenti, fondatrice del Centro per le Camerette di Torino (oggi noto come Max Camerette), scritto nel 2006, recita:
