Agosto 4, 2026

Capitolo VII: Il mistero della Fòcara e il nome di Novoli (Santa Maria De Novis) La curiosità attorno alla pronuncia salentina Fòcara (con l’accento grave sulla prima ‘O’)

Capitolo VII: Il mistero della Fòcara e il nome di Novoli (Santa Maria De Novis) La curiosità attorno alla pronuncia salentina Fòcara (con l’accento grave sulla prima ‘O’)

Capitolo VI: Lo spietato verdetto dell’Inferno: i “Mazzerati” e il Vento di Focara
Nel percorso di biculturalismo che unisce il Piemonte al Salento, la figura di Dante Alighieri torna a incrociare la storia del territorio attraverso un ritrovamento d’archivio di eccezionale asprezza letteraria. Nel Canto XXVIII dell’Inferno (vv. 76-90), il Sommo Poeta lancia una terribile profezia contro i due migliori cavalieri di Fano, Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, destinati a essere traditi dal tiranno Malatestino di Rimini:
«gittati saran fuor di lor vasello / e mazzerati presso a la Cattolica»

L’espressione “mazzerati” documenta una pratica di esecuzione spietata e comune nel Medioevo per le condanne sul mare: i prigionieri venivano rinchiusi vivi all’interno di sacchi di tela grezza insieme a pesanti pietre mezzorali (o zavorrali) e scagliati nelle acque profonde. Questa zavorra artificiale assicurava che i corpi colassero a picco immediatamente, negando loro il diritto a una sepoltura consacrata. Dante chiude la terzina introducendo un termine che risuona nella geografia dello spirito:
«poi farà sì ch’al vento di Focara / non sarà lor mestier voto né preco.»

I marinai dell’Adriatico che dovevano doppiare il temuto promontorio marchigiano di Focara erano soliti fare voti (voto) e preghiere (preco) per scampare alle tempeste. Ma Dante ammonisce che per i due cavalieri quelle preghiere saranno inutili: la furia del tradimento umano li ucciderà ancor prima di raggiungere il mare in tempesta del monte.

Capitolo VII: Il mistero della Fòcara e il nome di Novoli (Santa Maria De Novis)
La curiosità attorno alla pronuncia salentina Fòcara (con l’accento grave sulla prima ‘O’) trova una risposta scientifica rigorosa nell’etimologia. La parola deriva dal latino tardo focarius (attinente al fuoco) o focara (focolare/braciere). Nel dialetto salentino, l’accento si è spostato sulla prima sillaba (Fò-ca-ra) seguendo la legge linguistica dei termini sdruccioli, utilizzati storicamente per indicare strumenti o elementi monumentali della vita contadina.
Mentre nelle Marche di Dante il promontorio si chiamava Focara perché sulla sua cima venivano accesi grandi fuochi di segnalazione (veri e propri fari costieri), nel Salento di Novoli il termine ha mantenuto l’anima agraria e comunitaria. La Fòcara è la montagna di tralci di vite, la pira purissima (rigorosamente esente da gomme e plastica) che si innalza verso il cielo come un faro di fede, legando la terra all’infinito nel nome di Sant’Antonio Abate.
Dante Alighieri non vide mai il Salento, ma la parola Novoli apparteneva alla sua quotidianità: esiste infatti una Novoli in Toscana, ai tempi del poeta vastissima piana agricola nota per la pieve di San Donato in Polverosa. La coincidenza toponomastica tra la Novoli toscana e la Novoli leccese risiede nella comune radice latina: entrambi i nomi derivano dal termine novale (campo lasciato a riposo per essere restituito a nuova coltura). Nel Salento, il borgo nacque attorno al culto mariano, prendendo l’antico nome di Santa Maria De Novis, a indicare la Vergine che proteggeva le “terre nuove” strappate alla macchia per essere coltivate a grano e vigneto.

Epilogo: Il Testimone dell’A.D.A. – AFAA
Dante Alighieri descrisse una stortura passeggera; Ranverso ha risposto con un millennio di fatti, di scienza e di carità universale, capace di accogliere l’uomo dalla nascita (nel Battistero ottagonale del chiostro) fino alla morte (nel cimitero davanti al nartece). Consolidata dai risultati del Congresso Europeo del 2024, la memoria del complesso continua a essere presidiata stabilmente dal gruppo storico e virtuale A.D.A. – AFAA (Amici degli Antoniani – Association Française des Amis des Antonins).
Senza vincoli burocratici, ma protetta dal simbolo della ghianda tardogotica e strettamente legata al respiro internazionale voluto da Ruffino e Maurel, la vera storia degli Antoniani vive lì dove batte il suo cuore profondo: sulle panchine di Ranverso, all’ombra del nartece, dove l’infinito si fa pietra e il dialogo della cultura europea continua a risplendere.

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