Aprile 13, 2026

Aveva 83 anni, Vincenzo Versace , e si è spento a casa sua, ad Albavilla, di Gianluca Versace Giornalista e Scrittore

Aveva 83 anni, Vincenzo Versace , e si è spento a casa sua, ad Albavilla, di Gianluca Versace Giornalista e Scrittore

Italia

ADDIO A VINCENZO VERSACE
Un ponte di umanità

di Gianluca Versace

Care amiche e amici, in questo periodo, che sapete per me piuttosto complicato e faticoso, mi è arrivata una notizia orribile: è mancato il carissimo amico Vincenzo Versace.
Aveva 83 anni, Vincenzo, e si è spento a casa sua, ad Albavilla, nella provincia comasca, dove si era stabilito, emigrante dalla “nostra” Calabria, a fare il geometra. Aveva creato l’Associazione Culturale Calabro-Brianzola, un sodalizio prezioso, di cui era l’instancabile presidente.

Vincenzo, era l’antitesi di quel personaggio cantato da Alberto Fortis in “Milano e Vincenzo”: un irriconoscente, un ingrato verso la terra lombarda che l’aveva accolto, in cerca di lavoro e futuro. Lui no. Vincenzo Versace voleva concretamente, visibilmente esprimere tutta la propria sincera gratitudine, insomma pronunciare il proprio entusiasta “grazie” alla Brianza e ai brianzoli, che lo avevano reso parte e partecipe attivo di una nuova comunità.

Offrendo a lui, uomo legato al Sud da un cordone ombelicale indistruttibile, la ricchezza impalpabile, ma inestimabile, di una seconda identità. Una identità che andava ad aggiungersi, creando una sorta di mix formidabile e fecondo, alle radici di Ferruzzano, in Calabria, che gli aveva dato i natali. Perciò, per me Vincenzo è sempre stato “un ponte fatto di umanità”, di onestà, rispetto per il prossimo, generosità e signorile disponibilità.
Oggi, in cui qualcuno vagheggia di ponti faraonici e costosissimi, opere dell’ingegno avveniristiche e persino spericolate se non sfrontate, Vincenzo Versace per me costituiva il vero “progetto” di ponte che non crollerà mai: quello dell’amore che è dono di sé (o non lo è) e dell’amicizia disinteressata per gli altri.

Vincenzo aveva avuto una infanzia difficile, persino drammatica, durante la seconda guerra mondiale, un giorno, durante un feroce bombardamento a tappeto, lui era un bimbo piccolo, aveva rischiato di venirne ucciso con la madre: ne era riemerso con una voglia incontenibile di fare del bene, di comportarsi in modo virtuoso, di costruire e mai demolire. E le stigmate del predestinato “beniamino della vita”, come li definisce perfettamente Thomas Mann.

Si chiamava come mio papà: una curiosa omonimia, che forse era, per lui e me, un segno del destino.
Dopo che lui aveva “scoperto” dell’esistenza dell’avvocato Vincenzo Versace, e conseguentemente preso l’iniziativa di telefonare allo studio legale di Monfalcone, l’evenienza che saremmo diventati grandi amici, era già scritta a chiare lettere nel libro delle nostre vite.
Vincenzo Versace, negli anni, è stato mio ospite in trasmissione a Canale Italia, molte volte: si può dire che l’avessi fatto diventare “famoso”, “pensa che quando torno in Calabria mi riconoscono per strada e mi fermano per farmi i complimenti”, un aspetto di cui ridevamo di gusto.
E io ero andato più volte, ad Albavilla, a presentare i miei libri, in incontri affollati, mirabilmente organizzati proprio da Vincenzo, sotto l’egida dell’Associazione Calabro-Brianzola.
Nel volto, sembrava un personaggio risorgimentale, con quella sua inconfondibile barba “garibaldina”. E in effetti, c’era il lui qualcosa di anacronistico, di remoto, di lontano e “fuori dal tempo”, perciò perfettamente “in tempo”, come chi non vi si conforma e perciò lo salva dal veleno a buon mercato dell’odio e lo redime dal nulla ammantato di progresso: conservava e proteggeva, modi garbati, si esprimeva con un tono di voce soffuso, si presentava ed “era” veramente, un uomo dolcemente galantuomo, diciamo così “all’antica”, una persona fedelmente, lealmente ancorata a valori senza la data di scadenza, un cittadino perbene, legato a modelli morali incorruttibili, non negoziabili, a un suo senso dell’onore e del decoro non deteriorabili.
Avrebbe potuto fare e dare ancora moltissimo, stare accanto all’amata Teresa, che aveva sposato 55 anni fa, a Gianni e Antonio, i due figli. Ma la morte dell’amato fratello, due anni fa, lo aveva letteralmente soffocato, quasi annientato. Era come se Vincenzo, a quel punto, avesse deciso di lasciarsi spegnere, per un lutto radicalmente insopportabile. Il suo sguardo, si era offuscato, ottenebrato dalla implacabile depressione per un dolore troppo grande da accettare.
Ma Vincenzo Versace, aveva così tanta fede dentro, che durerà molto oltre la sua passeggera esistenza terrena.
Io dico. Se l’uomo può essere buono, può esserlo unicamente se è felice. Se trova in se stesso l’armonia, che è assolutamente necessaria per l’amore da dare e da ricevere. Non si può vivere, emergendo da un fuori desertico, arido, che ha le radici strappate e calpestate con noncuranza e disinteresse.
Il vero luogo natio, è stato detto, è quello dove per la prima volta si è posato lo sguardo consapevole su se stessi: se ci pensiamo bene, la nostra vita naviga su un mare ignoto, enigmatico, mai attraversato da nessun altro, mai solcato da alcun esploratore o scopritore di terre lontane; un mare le cui onde si inseguono giocando con le nostre esistenze a un eterno rimpiattino. Là dove, a tratti, prevale un silenzio “corteggiato dal canto degli uccelli”.
L’anima pura, vera, ha bisogno della nostra candida ingenuità, non tanto del nostro sapere: Vincenzo, proprio come in una poesia di Cesare Pavese, “tremava nell’estate”, consapevole che la troppa luce del giorno possa accecarci, distraendoci nella fatua mondanità e nei desideri effimeri. E impedendoci così di vedere, nell’ombra, il bene che c’è da fare. Che poi è stata la sua infinita, tenace, coraggiosa vocazione, di cui Vincenzo Versace ha fatto una concreta speranza. Prima di spalancare le braccia e tendere le mani in direzione di un cielo finalmente calmo, nel suo ultimo viaggio.
Che la terra gli sia lieve, quella calabra, che sa essere aspra ma generosa, mescolata a quella brianzola, profumata di nebbie, operosità e futuro.
Vincenzo, credetemi, se le merita entrambe.Gianluca Versace
Giornalista e Scrittore

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