Luglio 3, 2021

Il Maestro Mons. Italo Ruffino fu ordinato sacerdote nel Duomo di Torino il 29 giugno 1935. Fin dal 1948 si occupa di storia ospedaliera.

Il Maestro Mons. Italo Ruffino fu ordinato sacerdote nel Duomo di Torino il 29 giugno 1935. Fin dal 1948 si occupa di storia ospedaliera.

Il maestro Mons. Italo Ruffino fu ordinato sacerdote nel Duomo di Torino il 29 giugno 1935 e oblato di Montecassino, dal 1944 al 1956 passa “anni splendidi” come lui stesso scrive, accanto al Servo di Dio mons. Giovanni Battista Pinardi parroco di San Secondo. Nel 1950 si laurea all’Università Cattolica di Milano. Il 6 dicembre 1959, don Italo entra parroco a San Massimo, “no al 1984. Nel 1984 è nominato Canonico del Duomo e può riprendere i suoi studi e le sue ricerche storiche di storia diocesana e monastica. Fin dal 1948 si occupa di storia ospedaliera e raccoglie una in”nità di materiali che pubblicherà nel volume di “Storia ospedaliera antoniana”. Collabora per oltre 40 anni ai settimanali diocesani e ad altre testate mentre continua l’adesione alle iniziative in memoria e suffragio dei caduti in guerra, portando sempre nel cuore “gli otto cappellani della mia Divisione Torino sul fronte russo” e le terribili vicende della ritirata. È sempre disponibile alle più svariate richieste di ministero spesso in altre diocesi lungo uno straordinario cammino ecclesiale, missionario ed ecumenico: “Ho avuto la grazia di conoscere meglio la vita della chiesa di ieri e di oggi”. Si occupa delle comunità e delle chiese “separate” durante viaggi in Europa Orientale, Medio Oriente, Est Africa e America Latina. Ritorna in Argentina con cadenza annuale “no a quasi 100 anni per benedire la sua famiglia emigrata a Buenos Aires. Don Italo ha partecipato attivamente “n dalla sua costituzione alla vita e alle vicende dell’Associazio-ne Amici della Sacra di San Michele rincuorando, confortando, sostenendo e indicando la via a tutto il consiglio direttivo come cappellano dell’associazio-ne, come vicepresidente, come ricercatore e storico, anche in anni dif”cili e di contrasto. Ha diretto e coordinato “n dal 1995, con spirito battagliero, ben 8 volumi della collana Il Millen-nio composito di San Michele della Chiusa. Documenti e studi interdisciplinari per la conoscenza della vita monastica clusina.Valente e meticoloso studioso di storia e di storia ecclesiastica in particolare, alzando lo sguardo dal suo amato Sant’Antonio di Ran-verso così vivo di ricordi degli Antoniani, don Ruf”no non poteva sfuggire al fascino della Sacra di San Michele di cui si occupò ancora prima della nascita dell’associazione degli Amici. Tutti i volumi editi con il suo coordinamento parlano di quegli anni, in cui ci consigliò, ci guidò, ci spronò.0RQVLJQRUHGRQ,WDOR5X൶QR  )DEUL]LR$QWRQLHOOLG¶2XO[H)UDQFR&DPSUDUltimo ricordo dei suoi anniversarihttps://googleads.g.doubleclick.net/pagead/ads?client=ca-pub-58Quaderno del volontariatoculturaleAmici della Sacra di San MicheleNon voglio in questa sede raccontare le molte serate, gli incontri, le discussioni, gli episodi che caratterizzarono la sua presenza in associazione.Non voglio raccontare di come lo aiutammo in tutti i modi, quando dovette lasciare l’appar-tamentino che occupava nella “sua” chiesa di San Massimo (e i cani dell’allora parroco!) per trasferirsi nella Casa del Clero di corso Bene-detto Croce, quando trasportammo “sicamen-te montagne di libri, attaccammo in”nite cifre alle sue canottiere e alle sue mutande perché nella nuova abitazione non si confondessero con quelle di altri sacerdoti…Non voglio descrivere i festeggiamenti per i suoi 50 anni di messa… e poi per i suoi 60 anni… e poi per i suoi 70 anni.Non voglio riproporre alla memoria i viaggi in giro per l’Europa sulle tracce di storia sacrense, le sue apparizioni a casa nostra, a qualsiasi ora, dove cominciava a togliersi un paltò dopo l’altro, una sciarpa, una, due maglie (si vestiva “come una cipolla” diceva lui)… di tutto questo e di tanto altro ancora non voglio parlare, che questo numero del Quadernonon basterebbe.Voglio invece ricordare una pagina poco nota che mi raccontò, quando io ero impegnato a scrivere su mio Padre e sulle sue attività clandestine durante il periodo della Resistenza contro i tedeschi.Era, in allora, già vice-parroco di San Massimo, ai tempi del parroco don Pompeo Bor-ghezio. La chiesa era nota per l’ospitalità che sempre offriva, nei sottotetti, a quanti fossero ricercati dai tedeschi o dai fascisti di Salò. In particolare rimase impresso a don Ruf”no Giuseppe Panek, sergente cecoslovacco che parlava ben 7 lingue, ma che si “ngeva muto… Ecco, di lui don Ruf”no mi raccontò, della radio con la quale il Panek comunicava con i partigiani e con il Comando Alleato del generale Clark. Panek, dopo mezzo secolo, tornò nella chiesa di San Massimo, accolto con gioia da don Ruf”no, ormai parroco. Don Ruf”no si animava e in qualche modo si vedeva che con la mente tornava a quegli anni, quando mi raccontò questo episodio, ricordando come rividero insieme l’angolo della lavanderia che era servito da giaciglio al cecoslovacco, come si affacciarono nuovamente, dal sottotet-to, nell’interno della colonna cava dell’altare di san Giuda, dove veniva ingegnosamente nascosta la preziosa radio…Un piccolo episodio, nulla a confronto con il suo libro Bianco, Rosso e Grigioverde dove lo stesso don Ruf”no ha “ssato su carta quegli episodi agghiaccianti che ogni tanto ci raccontava, per animarci, per spronarci… per farci inorridire!Questo era don Ruf”no, un “duro” (avrebbe potuto sopravvivere alla ritirata di Russia, se non lo fosse stato?) un uomo che nella vita, come tanti della sua generazione, ne aveva viste di tutti i colori, uno storico intransigente, ma anche un Sacerdote mai dimentico della sua missione.Fabrizio Antonielli d’Oulx’60Quaderno del volontariatoculturaleAmici della Sacra di San MicheleTra tante manifestazioni di stima e affetto, scegliamo di pubblicare la testimonianza di un parrocchiano di San Massimo e amico per oltre 50 anni di don Ruf!no.Sono nato nel 1948. All’età di 5 anni rimasi orfano di padre: mia sorella aveva 3 anni e mia mamma 33. Abitavamo in una villa di corso Giovanni Lanza e quando mancò mio padre ci spostammo in un alloggio dove abito tutt’ora, in via Della Rocca. Frequentai le elementari alla scuola “Vittorio Amedeo III” di via delle Rosine (Fratelli delle Scuole Cristiane) e poi le medie all’Istituto “La Salle” (sempre dei Fratelli delle Scuole Cristiane). Facevo parte, come tanti miei compagni, della GLAC (Gioventù Lasalliana di Azione Cattolica) e quindi non frequentavo la parrocchia di San Massimo anche perché i due Istituti avevano le loro cappelle con la celebrazione domenicale della S. Messa. Quando, terminate le medie, mi iscrissi all’Istituto Tecnico “A. Avogadro” cominciai a trovarmi con i ragazzi dell’Azione Cattolica appunto di San Massimo. Quindi è dall’anno 1963 che cominciano i miei legami con don Italo Ruf%no, che per noi ragazzi è sempre stato “il parroco”. Personaggio tutto d’un pezzo, decisamente duro e severo, intransigente, capace peraltro di calamitare l’attenzione di tutti noi con le sue doti di chiarezza e facilità di esposizione per quelli che erano gli aspetti religiosi e spirituali. Di lì a qualche anno sarebbe incominciato il periodo della cosiddetta “con-testazione” che toccò anche l’ambiente della chiesa torinese e ricordo un nome per tutti: monsignor Pellegrino, vescovo della nostra città, che indisse il congresso di Rivoli dove si incontra-rono i giovani non solo della Diocesi per discutere le nostre problematiche nei confronti della fede e… con il clero. I miei rapporti con don Ruf%no si intensi%carono e divennero sempre più profondi e sentiti, anche con la mia famiglia. Celebrò le mie nozze nel 1971, battezzò le mie due %glie nel 1972 e nel 1974, celebrò le loro nozze, battezzò i miei quattro nipoti, rafforzando un legame che andava via via crescendo anche perché eravamo uniti da comuni interessi per la “Storia” in generale. Esperto a livello mondiale – gli ho sempre ripetuto scherzosamente, ma forse senza sbagliare – di storia dei monaci ospitalieri di Sant’Antonio di Vienne e, molto più vicino a noi, di Sant’Antonio di Ranverso, reduce della campagna di Russia, cappellano militare e parroco severo ma attento alle problematiche della immigrazione dal Meridione che in quegli anni sconvolgeva la città, mi travolse e coinvolse in molti dei temi che stava affrontando.Divenni, dal punto di vista pratico, il suo “aiutante di campo”, nella battitura al computer dei testi per i suoi numerosi articoli e libri, nella ricerca e “copiatura” dei materiali che andavo a cercargli – in originale – soprattutto cartine militari e che mettevo “in pulito”, compresi i suoi appunti e i disegni della campagna di Russia. Ho tutti i suoi libri con dedica; ad esempio sul volume Bianco, Rosso e Grigioverde del 2003, scrisse: “Con cari pensieri nel ricordo di anni lontani e con amicizia sempre viva”; sul ponderoso e importante volume di Storia ospedaliera Antoniana del 2007 mi scrisse: “A Franco, da tempo amico, ma mai come oggi”. Ogni volta che mi capita di riprenderli in mano mi si affollano in mente decine di ricordi e tanta, tanta commozione

Don Italo Ruffino Assegnato alla Torino dispiegata sul Don non ha quasi il tempo di prendere contatto con tutti i soldati a lui affidati per le cure spirituali, che l’offensiva russa colpisce la Divisione e la costringe, dopo una coraggiosa e tenace resistenza, a ripiegare, e proprio in questa fase accade l’episodio che citiamo dal suo libro: «mi trovo tra i piedi improvvisamente un ragazzino, quasi ancora un bambino, che piange con in mano un secchio vuoto e ripete: “cattivi, cattivi”. E’ vestito con una nostra divisa malandata e sforbiciata: tagliati i calzoni la cui cintura gli sale quasi alle ascelle, legati con una funicella, la giacca abbondante gli funge da pastrano sopra la sua consunta. Rimasto senza famiglia ed affamato, s’è aggregato ad un gruppo dei nostri e cammina con noi rimediando qualcosa da mettere sotto i denti e rendendo qualche servizio. Mi dice in un italiano stentato che portava acqua ai feriti ed altri gliel’hanno bevuta; cerco di consolarlo dicendogli che anche i combattenti hanno sete e difendono anche i feriti: guai se questi cadono nelle mani dei russi, vengono subito eliminati. Si calma un poco, asciugandosi le lacrime con difficoltà, col gesto reso goffo dalle lunghe maniche della giacca rovesciate. Mentre torna volonteroso a cercare altra acqua seguo angosciato con lo sguardo quel piccolo relitto sballottato da una vicenda inumana e immensa, senza più una casa e le carezze di una mamma. Me lo sono visto come in sogno tante volte: sarà vivo, dove? O caduto in mano agli inseguitori o fatto a pezzi da una granata? Povero Ivan! » Congelato agli arti riesce ad uscire da Arbusovka e Tcercovo e ad essere rimpatriato. Vice parroco a Torino nella chiesa di San Secondo dopo l’8 settembre 1943 aiuta il movimento partigiano. Nel sottotetto verrà istallata una radio. Il 25 aprile però aiuta anche uomini e donne della RSI che protegge da atti di violenza. Prosegue poi la sua formazione religiosa conseguendo la laurea presso l’Università Cattolica di Milano nel 1950. Nel 1956 diviene pubblicista e collabora con diverse testate cattoliche. Entra poi a far parte del Capitolo del Duomo di Torino di cui diventa Archivista. Muore a 102 anni nella Casa del Clero a Torino. Don Italo Ruffino nasce a Torino nel 1912 e durante la prima guerra mondiale perde il papà soldato. Diventa Sacerdote nel 1935. Allo scoppio della seconda guerra mondiale chiede di diventare cappellano e inizialmente viene assegnato al VI settore della GAF (Guardia alla Frontiera) corrispondente alle località di Torre Pellice e Perrero. Il 25 ottobre 1942 riceve disposizione di partire per il fronte russo come cappellano del Savoia Cavalleria. Dal suo libro “Bianco Rosso e Grigioverde”: «la canzone della prima guerra mondiale faceva partire la tradotta da Torino e non la lasciava sostare a Milano, ma andava diretta al Piave. Questa mia conduce dal capoluogo emiliano alle terre cosacche. » «il 14 novembre partiamo e, dopo un incidente lieve tra due vagoni, si sosta a Mestre, Lubiana, si costeggia il lago Balaton in Ungheria e il 16 si arriva a Leopoli. Il 20 presso il Comando dell’Armir a Millerovo dove si attende la destinazione effettiva vista la difficoltà di raggiungere il Savoia

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